Edoardo Becattini

L’accusa ricorrente rivolta alle prime edizioni del Festival (ex Festa) del Film di Roma è sempre stata quella di essere una “rassegna senza identità”, come se la presenza di un’etichetta riconoscibile (cinema d’autore/americano/asiatico/restaurato) bastasse a giustificarne la collocazione mediana fra due festival di lungo corso (Venezia e Torino) o a redimere la mediocrità dei film presentati. Determinare l’identità di un festival non è meno semplice che discutere l’identità come concetto. L’identità di una rassegna di cinema la fanno i film, così come l’identità di un individuo o di una nazione la fanno la storia e la memoria del singolo o della collettività. In questo, la settima edizione del Festival di Roma (la prima diretta da Marco Müller) sembra davvero provare a dare più importanza alla questione dell’identità.

I primi film presentati nel concorso ufficiale hanno mostrato il folklore magico delle storie di 23 donne del popolo Mari (Spose celesti dei Mari della pianura di Alexey Fedorchenko), il disagio e il dissidio giovanile di un adolescente immigrato di seconda generazione (Alì ha gli occhi azzurri di Claudio Giovannesi), o ancora la terribile carestia che colpì l’intero territorio di Henan nella Cina della Seconda guerra mondiale (il kolossal 1942 di Feng Xiaogang). Ma è soprattutto la sezione dedicata alla sperimentazione e alla ricerca CinemaXXI a guardare all’identità lavorando più in profondità tanto dell’individuo che della storia e della cultura nazionale.

Il film collettivo Centro Històrico vede quattro importanti registi europei impegnati a creare un ritratto personale della città di Guimarães, antica cittadina del nord del Portogallo. Si tratta di un film realizzato su commissione, in occasione dell’anno in cui Guimarães è capitale europea della cultura, e vede impegnati due autori portoghesi (Pedro Costa e Manoel de Oliveira), uno spagnolo (Victor Erice) e uno finlandese (Aki Kaurismaki). Ognuno resta fedele al proprio stile e gestisce il patrimonio culturale del centro storico della cittadella medioevale adattandolo alla propria poetica: Kaurismaki cambiando sede al suo universo di romantico-surreale popolato di poveri innamorati; Costa facendo rivivere i fantasmi della psiche dei suoi personaggi; Erice avvicinandosi con delicatezza alle vite dei lavoratori di una fabbrica dismessa, e De Oliveira raccontando una nuova piccola parabola morale sul cambiamento dei tempi.

Fra i quattro corti, i più interessanti sono senza dubbio i due centrali: quelli che affrontano in maniera più complessa il ruolo della memoria, in un senso tanto storico che politico. Costa lavora nelle profondità della memoria di Ventura, ottantenne capoverdiano che avevamo già conosciuto nel distretto di Fonteinhas a Lisbona nel suo precedente Juventude em marcha. Nel suo segmento (intitolato Lamento de vida jovem) il “centro storico” non è quello di Guimarães ma quello del passato colonialista del Portogallo, che emerge soprattutto attraverso un lungo dialogo ambientato nell’ascensore di un ospedale fra Ventura e il fantasma di un soldato portoghese morto durante le guerre coloniali. La messa in scena di Costa si serve del digitale per cogliere tutta la luce possibile degli ambienti (dal neon dell’ascensore ai volti immersi nell’oscura vegetazione degli esterni), contribuendo così a creare una dimensione di sospensione temporale e di forte intensificazione sensoriale.

Un discorso differente rispetto alle scelte elaborate da Erice per il suo Vidros Partidos, che si concentra sui ricordi degli ex-dipendenti una fabbrica tessile dismessa nel 2002, una delle più grandi d’Europa. Il titolo, Vetri rotti, rimanda alle sale principali dell’edificio, dismesso nel 2002, ma molto più poeticamente ai frammenti di memorie dei vari lavoratori e lavoratrici di differenti generazioni, che Erice decide di cogliere come “appunti” per costruire un grande quadro, simile alla grande fotografia d’epoca che si staglia sulle pareti della mensa dove riprende le interviste e che ritrae tutti gli impiegati in posa durante la pausa pranzo. Ognuno di questi viene colto con uno sguardo rigorosamente frontale e ravvicinato, avvolto da un bianco abbacinante: quello delle mura del refettorio e di una fotografia che sembra quasi sterilizzare ogni immagine, lenire le ferite di ricordi che parlano di turni massacranti e di incidenti dolorosi, ma anche di depressioni post-traumatiche.

La memoria e il trauma del singolo è esattamente il discorso sull’identità affrontato da A Walk in the Park, il film di Amos Poe che ha inaugurato la competizione di CinemaXXI. Poe, noto soprattutto come iniziatore del No Wave Cinema americano di fine Settanta, si muove su quel crinale fra finzione e documentario che è da sempre territorio delle avanguardie. Tuttavia, anziché guardare all’universo della finzione dal regime della ripresa documentaria (come nel cinema di Andy Warhol o di Jonas Mekas), attua un procedimento inverso: racconta la crisi depressiva di un uomo (il fotografo e cineasta Brian Fass) attraverso interviste ritoccate e filtrate da una saturazione che oscura i volti e rende monocromatici i fondali, spostandone la cognizione più verso il regime della trasfigurazione finzionale.

La passeggiata nel parco (inteso come Central Park a New York, dove Fass vive tuttora) diviene un viaggio nella psiche contorta di un personaggio affetto da un rapporto morboso nei confronti della madre, dove si affastellano immagini di film (si comincia con il finale di Psycho) e citazioni letterarie tratte da Nabokov o Edgar Allan Poe, home movies familiari e sequenze surreali che ritraggono un’invasione di topi in un letto o una pioggia di compresse medicinali. L’immaginario di uno schizofrenico viene così ricostruito attraverso quelle immagini e a quei testi culturali che permettono di ricostruire un percorso comprensibile nella sua vita interiore, o ancora attraverso la configurazione dei suoi deliri. Il che rivela in seconda istanza come l’identità (di un individuo, di una cultura ma anche di un festival) si rappresenti meno con le definizioni e le etichette e più come un organismo di immagini forti che sopravvivono e continuano a pulsare.

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3 Risposte a Roma in cerca di identità

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