Simone Pieranni

In Cina è in corso il diciottesimo Congresso del Partito Comunista, che si conclude oggi 14 novembre. Si tratta di un evento storico per diversi motivi: in primo luogo per il passaggio dalla quarta alla quinta generazione di leader. Dai tecnocrati, il potere passa nelle mani di politici che hanno vissuto la Rivoluzione Culturale in modo spesso tragico, o da guardia rossa o da figlio di perseguitato politico, che hanno studiato in Master internazionali e che si ritrovano a gestire la seconda potenza economica mondiale, in un clima di crisi globale. È storico anche perché per la prima volta nella sua vita il Partito è arrivato al Congresso dopo una feroce battaglia interna, diventata pubblica dopo la clamorosa caduta, epurazione e infine espulsione di Bo Xilai.

L'ex leader di Chonging è stato capace di attirare intorno a sé una frangia di opinione pubblica, intellettuali e funzionari definiti «neo maoisti», creando un grave problema per Pechino, sempre più orientata a una gestione collegiale, collettiva, e poco propensa a un ritorno al passato maoista. Bo Xilai, a seguito di uno scandalo che ha coinvolto anche la moglie condannata all'ergastolo per l'omicidio di un britannico, sospettato di essere una spia, è stato epurato come nelle migliori tradizioni del Partito, accusato di violazioni disciplinari e altri crimini.

Secondo molti osservatori il suo siluramento politico è stato dovuto anche alla creazione da parte del «principino rosso» del cosiddetto «Modello Chongqing»: una forma di sviluppo capace di attrarre investimenti stranieri, molti strappati a Pechino e Shanghai, e una politica sociale fatta di alloggi popolari, sostegno alle fasce più povere con un intervento massiccio dello Stato, unite a una retorica e nostalgia maoiste e a una feroce campagna contro le triadi locali. «Canta il rosso picchia il nero» è il motto di Bo Xilai, capace di crearsi un seguito popolare come nessun altro attuale leader cinese. Troppo ego per i burocrati pechinesi.

La caduta di Bo però ha alzato un polverone: se prima di Bo Xilai eravamo abituati a leggere le storie interne del PCC come uno scontro tra «principini» e «tuanpai», gli appartenenti alla Lega dei Giovani Comunisti, oggi tutto appare più sfumato: rimangono i principini, figli dell'aristocrazia cinese, divisi tra cricca di Shanghai, con a capo il vecchio Jiang Zemin, quelli fedeli al nuovo e futuro presidente Xi Jinping, i neomaoisti, che nonostante le epurazioni sembrano ancora forti, i riformisti che seguono Wen Jiabao, la Lega fedele a Hu, e i riformisti liberali più vicini a Wang Yang, che gli ultimi rumors danno però fuori dall'Ufficio Politico.

Fazioni politiche unite dalla stessa visione partitocentrica, ma che si dividono sull'economia. Durante il congresso infatti è emerso chiaramente che nell'ambito del partito comunista cinese si danno due tendenze trasversali, riassumibili in uno scontro aperto tra chi sostiene le grandi aziende di Stato e chi invece spinge per liberalizzazioni in molti settori. Secondo dati ufficiali ripresi dalla Reuters, le State-owned enterprise (Soe) pesano ancora per oltre la metà della produzione e dell’occupazione nazionale in Cina. Nel Partito c'è chi spinge per liberalizzazioni ma c'è altresì una sacca di resistenza molto importante da parte di chi sulle industrie di Stato ha campato e si è arricchito.

Nell’ultima ondata di riforme delle aziende di Stato negli anni Novanta, vennero istituite società per azioni a partecipazione statale e molte sono state quotate in borsa. Le aziende di Stato subirono un cambiamento radicale, passando da grosse perdite a grandi profitti. Tuttavia, studi di economisti cinesi dimostrano che i profitti delle aziende di Stato «provengono principalmente da politiche favorevoli di cui godono per ottenere terreni, prestiti, sussidi governativi e altri vantaggi». Nel 2008 i dipendenti delle aziende statali monopolizzate - energia, elettricità, telecomunicazioni e tabacco - rappresentavano solo l’8% dell’occupazione totale nazionale, mentre i loro stipendi pesavano per il 50% del paese intero.

Lo scontro è aperto, quindi, con un dato importante da considerare. Attualmente, nel comitato centrale del Partito ci sono infatti 23 tra amministratori delegati e presidenti di grandi Soe. Ed ecco l’importanza del Congresso: le nomine infatti non saranno solo apicali, ma sulla base di chi guadagnerà posti rilevanti, a cascata, seguiranno altre nomine. Se l’equilibrio cambia, la Cina potrebbe riservare alcune sorprese inaspettate, come sperano i liberali, con le inevitabili ricadute per l'economia del paese e quella mondiale.

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Una Risposta a Pechino a congresso

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