Antonello Tolve

L'intervallo tra due note, la pausa che si estende tra due picchi musicali, la struttura piena in cui il suono lascia assaporare la propria eco e il proprio silenzio. Attorno a queste figure creative, a queste scommesse e a questi discorsi legati ai paesi più rappresentativi del buddismo Zen – il concetti di yūgen, per esempio –, Damir Očko (Zagreb, 1977), costruisce, da tempo, un clima estetico che intreccia il sentiero del visibile a quello dell'invisibile, lo spazio del vuoto (sunyata) a quello del pieno, il brano del silenzio a quello che silenzio non è. Se da una parte il silenzio si presenta, difatti, come un territorio in cui poter trovare suoni inaspettati («né lo spazio vuoto, né un tempo pieno, esistono» ha suggerito John Cage parlando della propria musica sperimentale nell'inverno del 1957). Il vuoto, dall'altra, è luogo da interpretare, per Očko, come area piena, come territorio in cui l'opera nasce per comporsi, come zona di cui l'arte si nutre per contribuire all'esecuzione specifica delle cose e dei fatti della vita.

«Ho ricevuto un'educazione come artista visivo, ma ho subito la forte influenza della musica e della sua storia. Una delle ragioni di ciò risiede nel fatto che mi sento molto vicino al linguaggio della musica e all'organizzazione del tempo che si percepisce durante l'ascolto della musica» ha apostrofato l'artista in occasione della sua prima personale organizzata a Salerno (nel 2010) per gli spazi della Galleria Tiziana Di Caro. Seguendo queste attitudini il lavoro di Očko si nutre, così, dell'esigenza di un confronto diretto con le questioni che stanno alla radice del fenomeno musicale nel suo complesso per aspettare e ascoltare non solo il riaffacciarsi delle cose ma anche il loro mutare in nuove forme e in nuove strutture che mettono a nudo il costante rumore della quotidianità.

Damir Očko, The age of Happiness 2010 (Galleria Tiziana Di Caro, Salerno)

All'interno di questo discorso è visibile, inoltre, un secondo percorso. Una vena riflessiva che fa i conti con il reale e con il sociale per sottolineare, con grande accortezza, l'ideologia del controllo, dell'istituzione totale. Legata a forme ideologiche che evidenziano la diversità, l'esclusione, la solitudine, l'assenza del dialogo e l'instabilità psicofisica, l'opera di Očko propone condizioni umane ai limiti della parola, scenari vuoti d'amore e di sofferenza, azioni che costringono all'automazione umana, a movimenti innocui, a incorporazioni e inglobazioni dell'umano nelle regole che lo determinano. Il tutto, però, regolato da una mano sicura e da una creatività raffinata che oscilla, vivacemente, tra le pieghe di una riflessione dolorosa presa per la coda e le linee chiare della costruzione di simboli e figure dell'arte in cui il montaggio discioglie le cose in una totale risimbolizzazione e in trasparenza infinita.

Nella Saison2 dell'importante progetto Imaginez l'imaginaire firmato da Marc Bembekoff per il Palais de Tokyo, accanto alle expositions monographiques di Markus Schinwald, di Neïl Beloufa e di Helen Marten, tutte inaugurate nello stesso giorno (e visibili fino al prossimo febbraio 2013), la nuova personale di Damir Očko, presenta, oggi, un raggruppamento di lavori che ben delinea queste sue inclinazioni e preferenze. The Kingdom of Glottis. Questo il titolo scelto dall'artista per mettere in campo un piano di lavoro che, questa volta, punta l'indice sull'organo della fonazione – la rima della glottide – per riflettere su uno spazio in cui la voce si genera e si forma. Su un paese che, non solo fa nascere suoni ma si mostra anche come una fenditura attraversata, a seconda dei casi (respiratorio o fonatorio), dal respiro, dal silenzio del canto e delle parole. Da un ritmo interiore che è, per Očko, il primum movens di ogni progetto.

Veduta della mostra di Damir Očko al Palais de Tokyo, Parigi (foto André Morin)

We saw nothing but the uniform blue of the Sky (2012), The Age of Happines (2009) e Spring (2012), rappresentano, ora, le voci, i suoni, i colori fluidi e gli intervalli di una mostra che, assieme ad una serie di disegni e collages, apre nuovi orizzonti preziosi. Spring (2012), il suo ultimo lavoro prodotto in parte sulle pendici di Stromboli, si presenta, ad esempio, come un'esplorazione negli equilibri estremi dell'uomo e della natura. Giocato sul filo di un rasoio, Spring è, difatti, un viaggio che, attraverso il ritmo musicale intrecciato alla lettura di alcuni poemi, le apparizioni e la voce del vulcano – di un dormiente che potrebbe destarsi in qualsiasi momento – e le esperienze circensi di tre performers, mostra la quiete prima della tempesta, il sonno prima del risveglio e poi, via via, la caduta della quiete apparente, l'impeto, il furore.

Mediante i tempi lenti della postproduzione e della riflessione Damir Očko mette in campo, allora, ambienti fluidi e perfetti, petrosi e spigolosi con lo scopo di costruire scenari in cui la perfezione e il suo contrario coabitano per condividere uno sviluppo estetico che intreccia le musiche e i suoni ad una varietà di linguaggi – quello cinematografico, quello scultoreo, quello pittorico e quello poetico – adoperati per rilevare l'urgenza di porre, alle basi della ricerca artistica, un'unità di origine alle varie categorie creative. «Parlo di tante cose e di come queste sono connesse tra loro», avvisa l'artista. Quasi ad indicare una chiave di violino che invita lo spettatore a costruire un discorso unitario tra i suoi vari lavori o progetti realizzati negli anni.

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2 Risposte a Figure del silenzio

  1. Pier Paolo Poggi ha detto:

    in certi lavori,nel presente,cioè l’appena passato,è incarnata una azione postuma che una volta eseguita ( ” il lavoro successivo”) lascerà traccia nell’opera iniziale

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