Paolo Carradori

Dodici ore di musica, trentuno autori italiani, otto commissioni ORT, nove prime assolute, cinque prime italiane. Tre giorni di musica da camera e sinfonica, incontri e presentazioni. Una grande orchestra capace, pur scomposta in ensemble variabili, di garantire continuità e creatività. Il Teatro Verdi aperto dalle 10 a mezzanotte. Cose dell’altro mondo? No. Cose di una piccola e povera città: Firenze. La mano del direttore artistico Giorgio Battistelli si sente. Soprattutto nella spregiudicata volontà di mischiare generazioni (si va dai ventotto anni di Ghisi agli ottanta di Manzoni) e idee musicali. Tanti cerchi di suoni, tanti differenti passi di danza come ci dice nella presentazione. Ma anche curare la crisi con la linfa dell’arte… quindi Play It! anche come provocazione culturale verso insensibilità politiche e relative amputazioni economiche.

Ma come risulta l’istantanea scattata a Firenze? Affollata, dinamica, contraddittoria, vitale. Allontanate - almeno in parte - le nebbie di dipendenze ideologiche di scuole ed estetiche chi compone oggi dispone di una libertà espressiva, territori di indagine sonora sconfinati. Amplificati dallo sviluppo schizofrenico delle nuove tecnologie, dalla globalizzazione. Di contro una realtà sociale complessa cui il pensiero compositivo non può e non deve sfuggire. Un equilibrio difficile e rischioso. Proviamo a focalizzare momenti significativi. Giacomo Manzoni con Studio 2012 per orchestra da camera (2012) rivendica il ruolo centrale degli archi dell’orchestra sinfonica. In una linea emotiva costante, elegante, dove si sviluppano possibilità combinatorie, moltiplicatorie, casuali (di un programma digitale di scrittura musicale ci dice l’autore), la musica come sospesa subisce le interferenze di fiati e percussioni. Ma ci rimane più dentro il suo breve Il sorriso smarrito per cinque strumenti (1999). Quattro minuti di straordinaria tensione, apparente seducente immobilità, che viene ciclicamente spezzata e rigenerata. In Sette per soprano e piccola orchestra (1995) Niccolò Castiglioni in una poetica mistica (i sette movimenti fanno riferimento ai Salmi) fa dialogare voce e orchestra descrivendo un fresco e surreale sguardo sulla natura e sull’uomo.

Concerto Sinfonico (foto di Marco Borrelli)

Con Efebo con radio per voce e orchestra (1981) Salvatore Sciarrino trasforma un gioco – lo spostamento casuale della sintonia di una vecchia radio a valvole – in un fantasmagorico collage di frammenti di voci, suoni, colori, ritmi. Lo sfalsamento dei piani sonori: le stazioni limpide, quelle disturbate e lontane, il gracchiare di fondo, diventano un pulviscolo inestricabile che va e viene. Comunicati commerciali, previsioni del tempo, bollettino dei naviganti creano un tessuto sonoro con il quale l’orchestra dialoga con ironia (canzonette, opere, musica da ballo, ecc.). Tutt’altra atmosfera con Ritratto di musico per orchestra (2011) di Carlo Boccadoro. Tutta la potenza espressiva degli archi, le agili figurazioni dei fiati a confronto con i timpani che assumono un ruolo centrale. Brano complesso e affascinante – commissione che rilegge la Quinta di Beethoven – colmo di momenti epici, profondamente moderni. Sinfonia terza per orchestra (2010) di Alessandro Solbiati come riflessione sulle forme della musica, si sviluppa su masse sonore in continuo movimento, che si contrappongono e dialogano. Percorso frammentato, segmentato, problematico, alla ricerca di una unità stilistica.

Marcello Filotei con Haydn in my mind per orchestra (2012) sviluppa tracce melodiche, con qualche rischio edonista, ma con notevole capacità nel far muovere gli archi in un gioco leggero e coinvolgente. Notevoli anche le premesse di Giorgio Colombo Taccani con il suo Dura roccia per fagotto e orchestra (2012). Fascinosi, elastici impasti tra archi e fagotto. Luminosi paesaggi sonori che poi però si chiudono. Con Mercy per orchestra (2012) - da un frammento del Miserere di Gregorio Allegri (1630 circa) - Paolo Marchettini è abile nello sviluppare tutta l’energia orchestrale, in una visione classica ma antiromantica, intrecciata di ansie e lampi emozionali. Pieno di spunti, silenzi e ironie Omaggio al suono rosso e al quadrato giallo fantasia per quartetto d’archi (2010) di Marco De Biasi. Il rincorrersi, gli intrecci dei suoni vanno a disegnare un tappeto di grande tensione non drammaturgica sempre aperta a leggerezze.

Concerto da Camera (foto di Marco Borrelli)

Altrettanto coinvolgente, a tratti struggente , con i suoi sapori popolari, momenti dissonanti, ma anche con qualche descrittivismo di troppo, The landscape garden notturno per ottetto d’archi (2012) di Bruno Moretti. A dir poco sorprendente If your Majesty will only tell me the right way to begin per due voci recitanti e orchestra (2012) di Daniele Ghisi. Coraggiosa rielaborazione orchestrale di un brano elettroacustico carica di umori, colori, materiali diversi in continuo movimento che trascinano in un climax caotico che poi si apre a sprazzi melodici. Le voci, fisicamente dentro l’orchestra, si fondono in una polifonia estraniante con tutto ciò che succede intorno. Musica dal retrogusto originale, frizzante e coinvolgente. Play It! 2012: conferme, sorprese, emozioni, qualche sbadiglio. In fondo la musica è come la vita. O viceversa?

Play it! Festival di musica italiana contemporanea – Seconda edizione 2012
18-19-20 ottobre – Teatro Verdi, Firenze

Share →

3 Risposte a La crisi? Suonala!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi