Giorgio Mascitelli

Ugo Foscolo nei Sepolcri afferma più o meno che la poesia si sostituisce alle tombe nella loro funzione eternatrice della memoria storica, quando queste in quanto oggetti materiali soccombono alle ingiurie del tempo. Naturalmente Foscolo non dice proprio così, dice soltanto che le muse siedono custodi delle tombe quando il tempo con le sue fredde ali ha spazzato via financo le rovine, ma insomma l’idea implicita è che la poesia in quanto testo virtuale realizzabile su vari supporti non sia soggetta alle leggi della materia ma eterna come prodotto dello spirito umano.

Questo ragionamento, in vero molto strano per uno che si definiva materialista, è assolutamente sbagliato: mentre la piramide di Cheope (XXVI a.c.) troneggia tranquillamente nel deserto, i testi più antichi che noi abbiamo ( credo che siano alcune parti del Pentateuco) risalgono tutt’al più al XII a.c. D’altra parte è proprio questa nostra epoca che sembra essersi incaricata di evidenziare quanto sia madornale l’errore di Foscolo nel non dare la giusta importanza ai supporti materiali. Qualche osservatore, più incline all’attenzione sulle cose che ai facili entusiasmi, ha sottolineato che con il presumibile predominio dell’e-book sul mercato la digitalizzazione del libro finirà con il minacciarne la conservazione in quanto il supporto informatico è molto più aleatorio di quello cartaceo. Se poi a questa oggettiva fragilità si aggiungeranno le prevedibili strategie commerciali attraverso la manipolazione del software per fidelizzare il pubblico a una determinata piattaforma di lettura o per indurlo a cambiarla molto spesso, è abbastanza evidente che tale preoccupazione abbia qualche fondamento.

Eppure l’introduzione degli e-book avrebbe in sé non solo degli aspetti positivi, ma addirittura liberatori di un certo stato di cose nell’organizzazione della cultura: la drastica riduzione dei costi di produzione e distribuzione potrebbe favorire una felice anarchia delle iniziative in risposta all’attuale tendenza alla concentrazione e omologazione (basti pensare alla polemica sui troppi libri pubblicati promossa proprio da ambienti vicini ai grandi editori), che potrebbe aiutare anche il libro cartaceo. Se invece c’è il fondato dubbio che questa favorisca una perdita culturale forte quasi fosse un’invasione barbarica, allora bisogna rivolgersi al contesto sociale in cui ha luogo questa introduzione.

Martin Zet, Passage (Pio Monti Arte Contemporanea, 2008)

Infatti, il passaggio dei testi da un supporto più stabile a uno più aleatorio diventa pericoloso soprattutto se la produzione letteraria e intellettuale di una società come la nostra è dominata da un’estetica del profitto ossia dall’idea che qualsiasi opera trae giustificazione e fondamento solo dal proprio successo commerciale. È chiaro che in questo contesto la sopravvivenza di un testo interessa le istituzioni della società solo per il periodo in cui produce profitti. Inoltre il discredito che oggi investe il sapere storico, che viene visto nella società come un sapere inutile, in quanto non produce utili, e perciò anche non scientifico, colpisce anche l’idea della conservazione dei testi, che di questo sapere è una conseguenza culturale. Se queste sono le idee dominanti, c’è solo da augurarsi che nei decenni a venire, quando il problema si proporrà concretamente e non solo in via ipotetica, la pietà privata prenda qualche iniziativa opportuna.

D’altra parte se le idee dominanti in una società, come mi è stato insegnato, sono quelle delle classi dominanti, si apre qui lo spazio per una critica culturale e politica del sapere del nostro tempo. È dall’efficacia di questa critica che dipende la salvezza della civiltà del libro in qualsiasi formato. Se le cose stanno così, coloro che sono interessati se non all’eternità quanto meno alla lunga durata dei loro testi, invece di affannarsi a raggiungere posti al sole nei centri dell’industria culturale, dovrebbero procurarsi un certo numero di lapidi, contattare qualche professionista che sa ancora scolpire la pietra (credo che nelle nostre città se ne trovino nell’ambito dell’industria delle pompe funebri) e ingaggiarlo per incidere con un bel carattere capitale le proprie opere. Statisticamente resta ancora il modo migliore per superare indenni un certo numero di secoli.

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5 Risposte a Le fredde ali della società

  1. Carlo Raggi ha detto:

    Sono un navigatore poco assiduo e confesso di essere caduto su questo articolo solo per caso. Un commento però si impone. Prima di prendere la penna in mano per scrivere su di un autore, qualsiasi autore, bisognerebbe averlo studiato bene. L’immortalità delle opere letterarie, proclamata sin da Orazio (ars poetica), non è data dal supporto materiale con cui sono lette, soggetto a deteriorarsi nel tempo come qualsiasi oggetto materiale, bensì dalla loro teorica riproducibilità in eterno e nella versione originale. Non altrettanto per la piramide di Cheope: la distruzione operata dal tempo distrugge anche l’originale, per quante copie ne possano fare gli americani a Las Vegas.

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