Antonello Tolve

«Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l'acquavite di Napoli!» (Matilde Serao).

Sembra che la fila per giocare le antiche schedine o i numeri al lotto – un gioco, quest'ultimo, inventato dal genovese Benedetto Gentile all'inizio del XVI secolo e introdotto dal veneziano Antonio Casanova nella Francia del Beneamato Luigi XV – sia incrementata a dismisura. Anche grazie alla nascita, negli ultimi anni, di alcune nuove pratiche di scommessa che vanno dai vari Gratta & Vinci alla miriade degli intrattenimenti interattivi. Senza dimenticare il sogno offerto da Vinci per la vita - Win for Life! il cui superpremio è un mensile, alquanto consistente, assicurato al fantomatico vincitore per vent'anni. Un passatempo, quest'ultimo, introdotto dalla Sisal, un'azienda privata che (grazie alla concessione dei Monopoli di Stato) gestisce i giochi e le scommesse in Italia. Giochi e scommesse che, dal 29 settembre 2009 (data d'immissione di questo nuovo strumento di controllo e di addomesticamento) non solo si sono quintuplicati, ma anche diversificati, evoluti e modificati con lo scopo di accogliere e assecondare le ambizioni, le debolezze, le speranze, le attese interminabili, le illusioni di poter cambiare – con una vincita milionaria magari – la vita reale.

Roald Dahl in un suo fortunatissimo romanzo del 1964, Charlie and the Chocolate Factory, evidenzia esaustivamente questo atteggiamento. Questo desiderio di redimersi da una condizione di povertà – anche se soltanto per un giorno come accade al piccolo Charlie Bucket che trova uno dei cinque biglietti d'oro per entrare nella fantasmagorica fabbrica di Willy Wonka (la The Willy Wonka Candy Company, tra l'altro, esiste davvero ed è di proprietà di una multinazionale di cui non vogliamo ricordare il nome) – o da un disagio che tocca, in molti casi, ogni fascia sociale. Ma dove sono le verifiche su queste smodate oppressioni che ottundono anche i cervelli migliori? Quali i provvedimenti presi dalla Nazione a garanzia del proprio singolo cittadino? E quali gli accorgimento per frenare questa emorragia inarrestabile? Certo usare rimedi come quelli adottati da Papa Benedetto che decise di bandire il lotto (1728) minacciando finanche scomuniche a chiunque vi prendesse parte è, oggi, cosa risibile. Tuttavia vietare alcune smodatezze potrebbe essere efficace, quantomeno elegante. Qualora ci fosse (ce n'è?) un minimo di volontà in questa direzione.

Riflettere su una questione così allarmante, su un fenomeno così esteso è utile, ora, a rintracciare, nel nostro panorama attuale, i soliti apparecchi utilizzati dalla politica del controllo che concede togliendo, che regala sogni ad occhi aperti, che offre miraggi. E i miraggi, assieme ai sogni suscitati da una anelata vincita risolutiva, «è il largo sogno che consola la fantasia napoletana» (la fantasia italiana!), appunta Matilde Serao nel suo Ventre di Napoli (1884), «è l'idea fissa di quei cervelli infuocati; è la grande visione felice che appaga la gente oppressa; è la vasta allucinazione che si prende le anime». Ecco allora: una Nazione che si prende le anime dei suoi abitanti. Anche Cesare Brandi ha avvertito, con La fine dell'Avanguardia (1949), questo grande malessere. Questo «impoverimento intellettuale» prodotto, in Italia, dal tifo sportivo e dal Totocalcio. Questo «costante fuggire dell'uomo moderno da se stesso, che dove non riesca ad appagarsi nella vita riprodotta dal cinema o dalla radio, lo convoglia verso gli spettacoli sportivi».

Così, dopo gli anestetici diffusi per assuefare le rivolte giovanili ed aggiogare i cervelli («le droghe non sapevamo bene cosa fossero, era una specie di sperimentazione, io mi ricordo la prima volta che ho preso LSD, pensavo che fosse come l'hashish, sicché non sapevo delle allucinazioni, l'ho preso e basta» ha ricordato Anita Pallenberg in una recente biografia dedicata a Mario Schifano), dopo l'allontanamento dalla politica e della società – allontanamento voluto dai politicanti di turno – e dopo la spettacolarizzazione e la divizzazione stessa del politico, personaggio pubblico che possiamo incontrare soltanto se inseriti in una lista d'attesa estesa come la Linea di lunghezza infinita (1960) progettata da Manzoni, ci troviamo nuovamente in una situazione ambigua, in una scena la cui oscenità è determinata dalla reimmissione massiccia del gioco (il ritorno di Dallas è un altro problema!) nella vita quotidiana.

Di un prodotto che fa saltare il cittadino nella tana del gran coniglio per trovare un po' di conforto, per astrarsi dalla realtà, per rifugiarsi in un delirio, per cercare redenzione («il lotto è una delle più grandi speranze: speranza», appunto, «di redenzione» avverte ancora Serao). E allora, tra baci rubati e fiducie mai accordate – se non attraverso colpi di stato imbastiti a dovere – ci troviamo a lottare ancora una volta contro un potere (un controllo e un terrore) che, per avvezzare il cittadino ai suoi mezzi poco convenzionali e alle sue torbide azioni, offre, per l'appunto, questi nuovi afrodisiaci lottomatici, queste nuove pasticche da superenalotto, questi giochi digitali disponibili ventiquattrore su ventiquattro per ogni gusto e per ogni età. Procedimenti, dunque, che aggiogano e assuefanno con delicatezza, che devitalizzano il pensiero critico e mortificano l'agire dell'uomo nel mondo.

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2 Risposte a L’acquavite d’Italia

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