Davide Persico

Prometheus di Ridley Scott è un film complesso in grado di suscitare pareri differenti e contrapposti nello spettatore, soprattutto riguardo alla serie di Alien, della quale dovrebbe essere il prequel. Il problema su cosa sia questo film rimane aperto per tutta la storia. Forse lo spettatore si aspettava un nuovo Alien con una qualità visiva più intensa e spettacolare. Sicuramente il film ha molti punti in comune con la serie iniziata nel 1979 dallo stesso Scott, ma rimescola il tutto sistematicamente, relegando l’immaginario di Alien in una posizione secondaria. La storia narra di una spedizione guidata dalla coppia di archeologi Elizabeth Shaw e Charlie Holloway, che dopo due anni di ibernazione approdano nel 2093 sul pianeta Prometheus alla ricerca di esseri alieni chiamati gli “ingegneri”, che nel corso del tempo hanno lasciato tracce della loro presenza in diverse parti del mondo, sotto forma di una mappa stellare comune a diverse culture, e che vengono considerati i precursori dell’umanità e quindi i creatori dello stesso genere umano. Questo è confermato già all’inizio del film quando l’alieno che si trova sulla Terra si disintegra immettendo il suo dna nell’acqua e dando vita al processo biogenetico.

Il film sviluppa una serie di tematiche legate alla creazione che si riflettono in una narrazione funzionale alla ricerca sul senso dell’esistenza e sul perché della morte, innescando significati e interrogativi di tipo filosofico e religioso su cui non risponde minimamente. Infatti il film tende più a mostrare il fascino degli effetti speciali, delle strutture architettoniche e della nuova efficacia della profondità di campo del 3D a scapito di una trama certamente coerente ma che pone problemi di comprensione. Dai cilindri di metallo che si decompongono, a creature che nascono da liquidi dotati di moto proprio e persino di una propria volontà, il film è un collage di elementi generativi appartenenti a diverse teorie scientifiche, filosofiche e religiose, sulla nascita della vita. Tutto questo fluire, questo generare, è riscontrabile in diverse sequenze del film che mostrano costantemente una sorta di ibridazione del concepimento, della nascita della vita che arriva al suo punto più alto nella sequenza dell’estrazione del feto dell’alieno dall’utero di Elizabeth (messa incinta da Holloway, contaminato dalla sostanza presente nei cilindri), simile a un calamaro, attivando così un discorso evoluzionistico, e mettendo ulteriormente in crisi la trama già di per sé problematica.

Gli aspetti ambigui e più oscuri del film si ritrovano soprattutto quando entra in scena la creatura (quasi uguale) della serie Alien. In effetti, la presenza di questa creatura all’interno del film sembra più funzionale a giustificare l’aggettivo di prequel del film, che non ai fini narrativi di una storia che fa acqua da tutte le parti (i liquidi presenti nel film forse simboleggiano proprio quest’aspetto). I riferimenti ad Alien seppur velati ci sono, dalla creatura che esce dall’addome dell’alieno “ingegnere”, ai cilindri che sostituiscono misteriosamente le uova dei precedenti film, fino all’androide David che, come Ash o Bishop della serie, è l’unico soggetto a sapere più dei personaggi e più dello spettatore stesso e da cui scaturisce tutta l’evoluzione della trama. È lui che apre la stanza del relitto alieno con dentro i cilindri, è lui che sveglia l’alieno ibernato pronto per viaggiare verso la terra e distruggere la razza umana.

“Per creare bisogna prima distruggere” è la frase che ricorre più volte nel film e che sembra fornire la chiave giusta per interpretarne il senso e i punti più oscuri (cioè quasi tutti). Visto e considerato che la serie di Alien finisce con la clonazione e il ritorno sulla terra del Tenente Ripley e dell’androide Call, e che Prometheus è stato spacciato dallo stesso Scott come il prequel della serie, possiamo dire che la distruzione dell’alieno “ingegnere” che è avvenuta per creare la razza umana, diventa metafora meta-cinematografica. È la distruzione dell’intera serie di Alien e della creatura aliena in generale, divenendo un ibrido di quella originale persino nelle stesse dinamiche di concepimento e d’incubazione all’interno del corpo ospite. Alla distruzione sembra che non sia avvenuta nessuna creazione.

Va bene gli effetti speciali, va bene la caratterizzazione intensiva delle immagini, va bene anche il ritmo dell’azione che comunque cattura lo spettatore, ma a seguito della distruzione di tutto (non solo metaforica), che cos’è in definitiva Prometheus? Un prequel? Un newquel? La domanda rimane aperta, forse come lo stesso film, magari in attesa di un seguito che continui verso la ricerca delle origini della razza umana, o addirittura verso una nuova saga simile e differente rispetto ad Alien, magari più tecnologica e migliore per lo spettatore contemporaneo. Forse la cosa migliore da fare è vedere questo film senza innescare riferimenti alla serie di Alien, e aspettandosi un sequel che risponda agli interrogativi che lascia Prometheus.

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