Letizia Paolozzi

Succede a Paestum. Per la seconda volta, dopo 36 anni, compaiono inaspettatamente tantissime donne. Ottocento, per la precisione. Età media, 45 anni, arrivate da cinquanta città. Da sole oppure impegnate nei collettivi, librerie, gruppi, associazioni. Un piccolo mondo, ma un mondo che (accolto senza sbavature dalle promotrici locali del gruppo Artemide) deve cercarsi una sala più grande. L’auditorium costa molto. Però la cifra viene raccolta in una mattinata. Pure il blog (www.paestum2012.wordpress.com) continuerà a funzionare. Con i materiali, testi, riflessioni, progetti, proposte. Siamo di fronte a un agire femminista. Esempio di quel pensare in azione che tiene insieme teoria e pratica politica.

Fuori da lì, vige la delega, la strumentalità dei rapporti, l’organizzazione piramidale. Non solo. Le donne hanno cinque minuti a disposizione. Esempio raro di tolleranza, si ascoltano reciprocamente. Niente preiscrizioni o relazioni. Non ci sarà il documento conclusivo. La presidenza è vuota. Invece di applaudire, le mani sfarfallano in aria. L’ispirazione è tratta dagli indignados di Puerta del Sol. Tra cuore e mente, tra voci e sguardi le parole volano dal microfono: come il famoso manico di scopa della strega? Una scelta di metodo importante. Nonostante il peso del vivere, è fatta in leggerezza. Per non restare schiacciate dalla crisi, dai piani di austerità, dal precariato, prima di tutto bisogna cambiare prospettiva. Spostare i confini, cercare pratiche del conflitto capaci di evitare la ripetizione. In effetti il femminismo ha detto che il suo, il nostro confine, è quello con l’altra/l’altro. Significa puntare su una politica delle relazioni. Averne cura.

Peccato che gli uomini non la registrino. Il valore simbolico di quello scambio non lo vedono. E il risultato è squadernato davanti ai nostri occhi. A Paestum di uomini ce ne sono pochi, silenziosi. Non erano invitati, non sono respinti. Nel ’76 si tenne in questo luogo il primo incontro femminista. Allora, si scandiva “L’utero è mio e lo gestisco io”. Adesso, per il logo, la disegnatrice Pat Carra ha sostituito la figura maschile del reperto conservato al museo con la figura femminile della tuffatrice che si slancia nel mondo. Anche e soprattutto per rovesciare i film catastrofici ai quali assistiamo ogni giorno. Vicende di cupidigia, competizione, egoismo. Sceneggiature che separano produzione e riproduzione, lavoro e cura, individuo e comunità. Niente “happy end” in questi film. La morale? O la borsa o la vita.

Paestum all’opposto dice: “Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della politica”. Bisogna rimettere al centro la vita. Per tutti, donne e uomini. Puntando su tempi, modi e sul cosa si produce. La strada c’è, tracciata dalla soggettività femminile, dal sapere accumulato. Il femminismo non ha mai dedicato il suo tempo a scrivere “ricette per l’osteria dell’avvenire”. In effetti, accade “non per caso” che i fantasmi di contrapposizione tra femministe giovani e antiche si rivelino, appunto, una invenzione. D’altronde, pur appartenendo a diverse generazioni, le donne qui compongono una rete. “Siamo tutte femministe storiche”. Anche se, per le più giovani l’ansia del precariato è tartassante.

Tuttavia, la forza per modificare la realtà dipende, di nuovo, dall’essere in relazione. Piuttosto, se in passato le donne sono state attrici invisibili del cambiamento, oggi sono le attrici visibili di un progetto che consiste nell’introdurre la differenza femminile nella trama della storia. Giacché la crisi approfondisce le gerarchie verticali. E la radice della gerarchia del maschile sul femminile non è scomparsa. Però, non esiste un solo modo di affrontare l’eredità del patriarcato. Le modeste strategie, i conteggi sul numero pari di donne e uomini nei luoghi del potere e delle istituzioni, non tengono conto che la differenza delle donne dagli uomini rappresenta un vantaggio e una ricchezza per la società.

Piuttosto, dovrebbero essere gli uomini a liberarsi da un modello virile ancora pesante. Qualcuno, forse, comincia a provarci. Ormai il rispetto degli equilibri vitali è diventata una rivendicazione di tutte/tutti. Quanto al femminismo, la sua radicalità e vitalità ha dimostrato (ancora una volta) di essere in movimento. Non solo a Paestum, non solo nelle giornate dell’incontro.

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Una Risposta a Primum vivere anche nella crisi

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