Augusto Illuminati

Garbata e fascinosa elegia di Arbasino sui viaggi perduti del turismo archeologico, in località insidiate o danneggiate da recenti guerre. Ma i vistosi titoli sovrapposti da «Repubblica» dell’8 ottobre, Nostalgia dell’Oriente che non visiteremo più (prima pagina) e Non c’è più l’Oriente di una volta (p. 55) inducono qualche dubbio. Oddio, chi negherebbe che sia “orientale” flâner nel meraviglioso (e oggi danneggiato) suk coperto di Aleppo e assaggiare i deliziosi mezzé del suo quartiere armeno, ma i bei mosaici e il brutto rifacimento cementizio del teatro di Sabratha, pur situato a sud-est di Lodi, sta a sud-ovest di Roma, la galleria De Bono e la goffa ex-cattedrale italiana di Tripoli (con la squisita pasticceria e l’ufficio delle poste simil-ridolfiano che la fronteggiano) stanno a sud-ovest di Napoli e perfino l’immenso barocco di Leptis sta ancora a sud-ovest di Bari.

Per raggiungere l’Oriente-oriente dobbiamo arrivare alla porticata via Roma di Bengasi, ai villaggi colonici abbandonati del Jebal al-Akhdar, al miele amaro e al trionfo ellenistico di Cirene. Luoghi al momento mal frequentati. Vogliamo dire, insomma, che il titolista, forzando al solito il testo ma non proprio tradendolo, ha tirato in ballo quel tocco di “orientalismo” che sopravvive nella cultura europea, a partire dai maestri maggiori come il Flaubert di Salammbô e il Verdi dell’Aida e dai gradevoli minori, i Pierre Loti, i De Amicis, tutti inclini a spingere l’Oriente immaginario nell’occidente geografico fin di Tunisia e Marocco, ma annettendovi pure Sicilia e Spagna – il Sud dello spirito.

Flaubert sapeva benissimo quanta tristezza ci volesse per risuscitare Cartagine e già in partenza l’Alessandria di Durrell, la Saigon di Duras erano perdute, rammemorate attraverso un velo di distanziamento irrecuperabile. È insieme la centralità del punto di vista occidentale del dipartito si impregna di tutto il retaggio dell’immaginario coloniale, che carica i punti cardinali di sopraffazione, nostalgia, trasgressione autorizzata, splendore e decadenza. Emozioni che, banalizzate e impacchettate, ritornano negli stereotipi del turismo di massa, versione for dummies del rimpianto esotismo.

Qui le cose decisive le ha già dette Debord e la vera differenza sta nel privilegio (del lusso o dell’avventura squattrinata) e nel ritmo più rilassato del viaggiatore di un tempo rispetto alla fretta del tutto compreso low cost, dunque nella qualità dello stupore, che resta pur sempre un girare intorno all’estraneo (disprezzato, ammirato, in sostanza poco compreso). Nel frattempo si è perso quell’elemento di auto-analisi che faceva dell’urto con il diverso un pretesto per smagliare un poco l’identità dell’osservatore, forse perché il diverso ormai è migrato dentro l’Occidente e miseria e disordine hanno perso ogni lustro da quando sono diventati esperienza quotidiana.

Piuttosto a essere delusi saranno i migranti più colti, il cui occidentalismo indotto incontra Bossi e Le Pen, i pastori fondamentalisti e il degrado delle città europee e americane. Immaginate uno studente di Dakar o Shanghai che ha letto sui libri delle vie consolari e si ritrova nelle viscere deserte della B1 (i lettori romani mi capiranno al volo) o imbottigliati sulla Salerno-Reggio Calabria. Ok, il gioco l’ha già fatto Montesquieu con le Lettere persiane, ma riprovarci non fa male.

Share →

2 Risposte a A oriente de che?

  1. gianfrancesco costantini ha detto:

    E allora?

    Certo mi sembra difficile immaginare migranti (sia colti che non colti) che si aspettano di trovare le vie consolari lastricate di pietra. Aspettative di questo genere forse potrebbe averle solo qualche (poco colto) turista americano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi