Giuseppe Caliceti

Avendo ricevuto numerose critiche per il mio articolo Contro il merito, vorrei provare ad approfondire. Nel suo saggio Contro il merito: una provocazione, Francesca Rigotti ricorda comel'attuale mitizzazione del merito risenta “della crescente svalutazione del concetto di eguaglianza in atto negli ultimi decenni”. La sua reale funzione? Giustificare i privilegi di alcuni. La storia dell'umanità può essere letta come eterna contrapposizione tra uguaglianza e disuguaglianza. Oggi l'idea di merito non è altro che una nuova pericolosa forma di giustificazione razziale di una presunta differenziazione tra esseri superiori e inferiori. Per nascita. Il bluff della meritocrazia è infatti evidente analizzando un altro aspetto: tra i meritevoli vi è una spiccata tendenza a promuovere l’ereditarietà delle cariche. Insomma, c'è una palese contraddizione tra il dire e il fare.

Roger Abravanel, nel suo libro Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto (Garzanti 2008), sostiene che la classe dirigente è l'unica depositaria del merito. E ha diritto a un premio: i vantaggi di una crescita economica senza fine.Come è organizzata la società meritocratica? In classi sociali. Peggio: in caste. Da una parte stanno intelligenti, arroganti, competitivi; dall'altra stupidi, demoralizzati, umiliati. I valori che la reggono? Competitività e aggressività. A svantaggio di gentilezza, coraggio, creatività, sensibilità, simpatia, tolleranza, solidarietà. La posizione meritocratica condurrebbe addirittura a matrimoni intelligenici fra persone con un alto Q.I.

Insomma, l'antica aristocrazia di nascita sarebbe sostituita da una “aristocrazia dell’ingegno”. I bambini, fin da piccoli, sarebbero indirizzati verso scuole differenti a seconda delle presunte capacità individuali. “Sessant’anni di ricerche psicosometriche e sociologiche hanno portato a ritenere che (le) capacità intellettive e caratteriali siano prevedibili, senza che sia necessario attendere la selezione naturale della società” (p.65). E ancora “(…) ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni” (p.83).

Quali ricerche? Nel libro di Abravanel le teorie pseudoscientifiche sono sempre riassunte con approssimazione e senza citare la fonte. Ma è chiaro che qui stiamo già parlando di una teoria eugenetica che ha come suo nemico principale la democrazia, di cui la meritocrazia è l'esatta antitesi. Per tutto questo, non posso fare a meno che ripetere: attenti al merito, anche quando se ne parla a Sinistra. Meritocrazia fa rima con democrazia, ama ripetere il rettore piddino dell'Università di Bologna. Io temo che sia esattamente il contrario.

Questo articolo è comparso anche su «il manifesto», il 29 settembre 2012

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20 Risposte a Meritocrazia non fa rima con democrazia

  1. abbucio ha detto:

    Caro Caliceti, dal suo articolo non si capisce se lei ha paura di dire che ‘democrazia’ non fa rima con ‘agone capitalistico’, e non lo dice per farsi leggere anche dai moderati del PD, oppure se lei è veramente così carente nell’argomentare. Di fatto, a sostegno della seconda ipotesi, spicca una frase, verso l’inizio: “tra i meritevoli vi è una spiccata tendenza a promuovere l’ereditarietà delle cariche. Insomma, c’è una palese contraddizione tra il dire e il fare”. Lei sta quindi giudicando un concetto, la meritocrazia, e il suo discostarsi da un altro concetto, la democrazia, analizzando soltanto la sua messa in pratica, la sua materialità. Ma è un miscuglio che non si può fare: i fautori della meritocrazia sono i primi a denunciare la discrepanza tra l’attuale e l’ideale del loro agognato sistema. D’altronde, se questo fosse un buon ‘metodo’, allora vista la legge elettorale dovremmo essere tutti antidemocratici, o visti gli abusi di potere dovremmo essere tutti anarchici. Eppure non si ragiona così.
    Le ripeto, se lei vuole esprimere contrarietà verso tutta la competizione sfrenata del capitalismo, (anche e soprattutto quella ideale!), allora non se ne vergogni e lo faccia. Altrimenti riscriva da capo, ché non si è capito nulla.

  2. Elisabetta ha detto:

    Caro Caliceti, mi risulta che la meritocrazia venga da più parti auspicata, proprio per far cessare quella odiosa pratica della ereditarietà delle cariche che invece lei, senza argomentare, collega alla meritocrazia. Non si può infatti affermare che i meritevoli necessariamente tendano a promuovere l’ereditarietà delle cariche. Da quali fonti trae queste notizie? Ed ancora, chi le dice che il meritevole non sia persona solidale, gentile, profonda, sensibile, coraggiosa, creativa e tollerante? Vogliamo rispolverare, aggiornandolo, il mito del “buon selvaggio”, affermando tout court che il meno dotato è buono mentre il più dotato è cattivo? Suona tanto di consolazione per mediocri. Si rilegga infine l’art 3 della Costituzione il cui primo comma parla dell’uguaglianza formale, mentre il secondo dell’uguaglianza sostanziale e a vagliarne l’interpretazione che, da sempre, la dottrina fornisce del principio di uguaglianza. Buona giornata

    • Fabio ha detto:

      Cara Elisabetta, hai dato un senso ad un articolo che di senso non ha davvero nessuno. Ero incuriosito dal titolo, poi ho letto l’articolo che sembra un esercizio accademico privo di senso. Eppure l’Italia ha cosi bisogno di cose concrete, di cose che un senso ce l’hanno davvero, ad esempio:
      1. Come si può promuovere il merito?
      2. Come redendere tutti i meritevoli?

  3. giuseppe caliceti ha detto:

    Ringrazio per i commenti che trovo puntuali, argomentati, ultili, e che, fondamentalmente, condivido e mi aiutano nella mia riflessione. L’intento dei due interventi era quello di suscitare un dibattito sulla meritocrazia, in particolare nella versione dell’opinionista del Corriere Abravanel, e del suo libro sulla Meritocrazia, che trovo sinceramente osceno. ‘affermazione “che i meritevoli necessariamente tendano a promuovere l’ereditarietà delle cariche” è di una studiosa che cito; nel suo saggio, motiva questa affermazione in modo ben più ampio e convincente, con molti esempi concreti, rispetto a quello che ho potuto fare io inun breve articolo. Noto che in alcuni commenti si vede nella meritocrazia l’opposto di menefreghismo, clientelismo o volontà di non essere giudicato. In realtà credo che capiti soprattutto qui in Italia. In realtà per me il contrario è pari opportunità. Rispetto alle due domande di Fabio. Come si può promuovere il merito? Il merito ha a che fare con la concorrenza, la gara; posso essere il migliore di un gruppo di persone impreparate, che me ne faccio? Alla parola merito, forse bisognerebbe sostituire “competenza”. Come redendere tutti i meritevoli? Nel concetto di merito non è previsto che tutti siano meritevoli, ma solo una piccola elite, proprio per questo ripropongo di usare la giusta parola: competenza. Può essere che l’articolo non abbia alcun senso, io credo che comunque una riflessione profonda sulla meritocrazia dilagante e l’uso a senso unico di questa parola sia oggi più che mai necessaria, specie quando viene chiesto a un docente di valutare il merito di un bambino di sei anni, al principio di un processo educativo, che significa solo tornare a una impostazione rigidamente e violentemente razzista della scuola e della società. Ricordo inoltre che Abravanel, così ascoltato dai nostri politici, non ha alcuna competenza didattica, pedagogica, di psicologia dell’età evolutiva; con che “merito” si prende la briga di parlare in modo così rozzo? Vi consiglio di leggere il suo blog sul Corriere Meritocrazia.it, per leggere l’ideologia che propone. Per me, raccapricciante.

  4. bibliomatilda ha detto:

    Caro Caliceti, credo che lei, nel parlare di “merito” e “meritocrazia” non stesse pensando e non volesse mettere in discussione il significato originario della parola, quello definito, dal dizionario della lingua italiana (ho sottomano solo lo Zingarelli del 1998) come: “1 Diritto alla lode, alla stima, alla ricompensa e sim., dovuto alle QUALITA’ INTRINSECHE di una persona, o da essa acquisito con le opere…;
    2 Azione, comportamento, qualità che rende degno di lode, stima, ricompensa e sim. …”. Credo che lei si stesse riferendo all’uso e alla strumentalizzazione del termine ai quali ci ha abituato la politica e la prassi sociale italiana negli ultimi quindici, vent’anni. Sono assolutamente d’accordo con lei. In questione, nei suoi articoli non è il riconoscimento delle “qualità intrinseche” delle persone, delle quali credo anche lei si preoccupi e tenda a cercare e valorizzare. Direi che se “la meritocrazia … da più parti auspicata, … per far cessare quella odiosa pratica della ereditarietà delle cariche” non venisse solamente auspicata dai diversi centri di potere, politici o economici o mediatici, allora quelle “più parti” sarebbero credibili. Il merito di cui si parla a proposito della scuola anche quello è determinato in maniera differente a seconda che lo debba fare una maestra o un ministro, e va considerato in modo diverso. Può essere che nell’espressione antica “è un ragazzo meritevole” vi sia stata originariamente solo una valenza positiva, di “riconoscimento delle qualità intrinseche”, sono ottimista in questo, forse perché sono un’insegnante, forse perché ho atteso molto spesso riconoscimenti di merito mai arrivati. Più che all’articolo 3 della Costituzione, mi rifarei all’articolo 4, dove si dice che “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. C’è da sperare che venga riconosciuta al cittadino comune questa fondamentale responsabilità, questa grande possibilità di esistere. Spesso, invece, viene negata e troppo spesso il merito non accompagnato da altro viene trascurato o negato completamente. A questo proposito propongo la lettura di una mia esperienza che potrebbe essere considerata come “fonte” http://bibliomatilda.blogspot.it/2012/09/moi-et-mon-ouie.html

  5. augusto illuminati ha detto:

    Roger Abravanel, discendente da un’illustre famiglia di filosofi (ricordiamo Isaac Abrabanel e Leone Ebreo), testimonia eloquentemente la falsità delle teorie eugenetiche ed ereditarie.

  6. Aliquis ha detto:

    Questo articolo solleva questioni veramente delicate.
    Personalmente, per motivi personali, sono stato spesso
    interessato alla problematica dei DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento). Non so se sia giusto introdurre la propria storia personale ma sento di non poterne fare a meno. Il sistema scolastico impone a tutti, indistintamente, un unico metodo di studio calato dall’ alto. Ma i cervelli sono diversi. I dislessici sono individui intelligenti, non sono svogliati, ma sono ontologicamente incapaci di adattarsi al metodo di studio imposto. Con un altro metodo di studio possono essere invece brillanti. Da Leonardo Da Vinci a Richard Branson, la storia è piena di dislessici famosi. Ma la maggior parte di loro sono comunque stati giudicati “immeritevoli” dal nostro sistema scolastico e sociale. Se Leonardo fosse vissuto nell’ Italia di oggi non sarebbe diventato nessuno. Ecco
    una questione molto concreta che svela la vera essenza e contraddizione del concetto di “meritocrazia”. In base a tale concetto persone come Leonardo, Faraday, Picasso e tanti altri sarebbero stati stroncati sul nascere,

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