Roberto Ciccarelli

Sentirsi “traditi dallo Stato”. La prima volta che ho ascoltato questa espressione è stato durante una manifestazione di insegnanti precari contro il concorso “truffa” della scuola. Centosessantamila persone abilitate, plurititolate e pluriesaminate saranno costrette a sottoporsi ad una lotteria fatta di quiz, prove scritte e orali e ad una lezione di mezz'ora per aspirare a uno degli 11.542 posti messi a disposizione dal ministro Profumo. D'ora in poi le “graduatorie” dove questi docenti sono iscritti da anni non avranno valore ai fini dell'assunzione. Il concorso tornerà ad essere l'unico modo per avere un lavoro dignitoso. Anni di esperienza verranno così bruciati e con essi la fiducia nelle indicazioni impartite dallo Stato a persone che si sono sottoposte ad un lungo, e tortuoso, percorso di qualificazione e autodisciplinamento che si è tradotto nel precariato di massa che tiene ancora in piedi la scuola. In questo contesto, il tradimento è un atto politico irrevocabile compiuto dallo Stato rispetto ad almeno due generazioni di insegnanti.

Nel concetto di “tradimento” esiste anche il significato di “consegnare”. Per il governo Monti il concorso nella scuola sancisce la fine di un'epoca: si consegna cioè la scuola degli insegnanti impreparati, vecchi e demotivati ai “giovani” insegnanti brillanti e motivati. È ormai universalmente noto che questa è una menzogna: i “giovani” neo-laureati non potranno partecipare al concorso, limitato dagli abilitati o ai laureati fino al 2004, cioè ai quarantenni Conoscendo la realtà, il ministro Profumo ha continuato ad usare questa espressione per delegittimare chiaramente chi lavora nella scuola. Ma chi è il “giovane” al quale viene “consegnata” la scuola italiana? Evidentemente un soggetto disincarnato, asessuato, una pura idealità che non è collocabile in una delle immense tabelle della burocrazia amministrativa privata e pubblica.

Nella retorica “meritocratica” che ha travolto dal 2008 la scuola, il “giovane” non è in nessun modo paragonabile alla figura classica del lavoro amministrativo, l'insegnante che ha rappresentato per buona parte della storia unitaria l'ideal-tipo dell'“uomo dell'organizzazione”, un soggetto razionale che poteva fare gli interessi dello Stato seguendo una carriera tutto sommato prevedibile, durante la quale poteva aspirare ad un ruolo sociale valorizzando le competenze acquisite con diplomi, specializzazioni, curriculum, assecondando un percorso di accumulazione di meriti e titoli che rientravano nella griglia delle qualifiche richieste.

Questo circolo virtuoso, dove il docente poteva persino maturare una sua “vocazione”, si è infranto dalla metà degli anni Settanta quando si è interrotto il rapporto tra il mondo della formazione e quello dell'inserimento lavorativo. Si tratta di un processo di dimensioni colossali che ha rovesciato la priorità della formazione e dei saperi nella selezione sociale, ha trasformato la scuola da istituzione formativa a istituzione professionalizzante, ma ha soprattutto trasfigurato il ruolo del docente. Le modalità con le quali è stato convocato il nuovo concorso della scuola rappresentano il condensato di questa trasformazione.

Il sintagma “giovane” è dunque l'espressione di una complessa operazione governamentale che sancisce la fine del patto fiduciario con lo Stato: titoli, lauree, l'esperienza accumulata insegnando per anni non hanno alcun valore, così come le graduatorie. Paradosso vuole che il concorso non sia più usato come uno strumento per l'accesso democratico ed egualitario all'amministrazione statale, bensì come la negazione del ruolo degli insegnanti, persone che si sono sottoposte a esami, valutazioni continue, così come imposto dallo Stato. Quello che vale oggi non sono più le qualità statutarie riconosciute ad un soggetto durante il suo percorso scolastico e professionale, ma il valore d'uso della sua forza lavoro nell'istante in cui essa serve. Il concorso è solo uno dei molti alibi per assoggettare ad un nuovo regime di valutazione permanente.

L'obbligo a ripetere concorsi su concorsi, master dopo master, obbedisce al principio cardine della “governamentalità” neo-liberista: quello dell'accountability. Nel discorso neo-manageriale che ispira anche il governo Monti esiste un punto fermo: chiunque abbia l'aspirazione a condurre una vita sociale o professionale deve sottoporsi per tutta la vita ad un processo di valutazione continuo e imprevedibile. Non conta ciò che è, o è stato, conta la performance che saprà sviluppare durante la compilazione di un quiz, una prova di esame o una selezione del personale. In queste occasioni, il soggetto dovrà dimostrare auto-controllo e responsabilità. Sono questi gli obiettivi di una strategia che mira a trasformare la vita sociale in un percorso penitenziale di verifiche permanenti. Tuttavia, l'idea che lo studio, i titoli, il curriculum non abbiano alcun valore è assolutamente paralizzante. La schizofrenia delle decisioni dei governi sull'istruzione si rispecchia nella depressione in cui vivono gran parte degli attori che vivono nella scuola a cominciare dai “giovani” precari che realmente lavorano in questa, come in altre, istituzioni.

Per queste ragioni sarebbe un errore pensare che le pasticciate decisioni del ministro Profumo seguano solo un'urgenza propagandistica. In realtà, queste scelte di governo obbediscono ad una razionalità politica dettata dalla necessità di affrontare un problema strutturale nell'istruzione pubblica in tutti i paesi occidentali: un titolo di studio non dà diritto ad un posto di lavoro; la domanda di forza-lavoro cognitiva è drasticamente inferiore rispetto all'offerta. Da quando la bolla formativa è esplosa, nei lontani anni Settanta, nessun governo è riuscito a trovare una soluzione. Salvo quella di ridimensionare l'università e la scuola di massa al perimetro di un'agenzia di rating fondata sullo scambio tra crediti e debiti, trasformando i docenti come gli studenti in soggetti traditi, illusi, alla ricerca permanente di una legittimazione che non otterranno mai. In nome del “giovane” che è intorno a noi.

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19 Risposte a La scuola è finita

  1. Sebastiano Cuffari ha detto:

    Trovo l’articolo impreciso, innanzi tutto sui dati tecnici. In primo luogo non è vero che le graduatorie non avranno più valore, bensì il concorso ripristina, dopo tredici anni di illegalità, il dettato della legge che prevede il dopo canale per il reclutamento degli insegnanti, in modo da premiare sia merito che esperienza. Non è neanche vero che accederanno solo quarantenni: gli ultimi abilitati risalgono al 2009 ed io, per esempio, abilitato del 2008, ho trent’anni. Il resto dell’articolo può essere più o meno condivisibile a seconda dei punti di vista, ma trovo retorico e strumentalel’uso di dati scorretti a fine ideologico

    • Pirulix ha detto:

      E’ anche vero che il concorsINO è stato megafonato dai media come la rivincita dei giovani meritevoli vs vecchi e immeritevoli precari parcheggiati nelle GaE per puro caso… è anche vero che media e Miur hanno deliberatamente sottaciuto che le SSIS furono istituite PROPRIO per sopperire al tipo di reclutamento tramite concorso, considerato per la scuola un metodo di reclutamento obsoleto e SOPRATTUTTO non certificante del merito – e da qui ulteriori due anni di scuola abilitante con esame finale con valore concorsuale ai fini dell’inserimento nelle GaE –
      È anche vero che si è straparlato di gioventù quando i precari delle GaE sono per la maggioranza quarantenni ed è vero anche che si tace l’età media dei tieffini, cioè i futuri concorsisti: 37 anni… È vero che questa offensiva campagna mediatica per promuovre il miniconcorso non ha detto che la riforma Fornero ha di fatto bloccato il turn over scolastico; è vero che non è stato detto che le graduatorie sono strapiene perché in questi anni si è assunto con il contagocce… è vero che Profumo oltre a rispolverare una forma di reclutamento obsoleta spacciandola per innovativa ha messo in palio un numero risibile di cattedre e non ha proposto alcun piano per risollevare le sorti della scuola… I tablet e le lavagne digitali sono (pro)fumo negli occhi e ulteriore campagns promozionale per chi non è a conoscenza dei reali problemi scoladtici. È VERO infine che i precari delle GaE sono stati ripetutamente presi in giro da promesse da marinaio dei ministri di turno perché in Italia si ha la pessima abitudine di cambiare le regole del gioco durante il gioco… E’ anche vero che il concorsINO è stato megafonato dai media come la rivincita dei giovani meritevoli vs vecchi e immeritevoli precari parcheggiati nelle GaE per puro caso… è anche vero che media e Miur hanno deliberatamente sottaciuto che le SSIS furono istituite PROPRIO per sopperire al tipo di reclutamento tramite concorso, considerato per la scuola un metodo di reclutamento obsoleto e SOPRATTUTTO non certificante del merito – e da qui ulteriori due anni di scuola abilitante con esame finale con valore concorsuale ai fini dell’inserimento nelle GaE –
      È anche vero che si è straparlato di gioventù quando i precari delle GaE sono per la maggioranza quarantenni ed è vero anche che si tace l’età media dei tieffini, cioè i futuri concorsisti: 37 anni… È vero che questa offensiva campagna mediatica per promuovre il miniconcorso non ha detto che la riforma Fornero ha di fatto bloccato il turn over scolastico; è vero che nnon è stato detto che le graduatorie sono strapiene perché in questi anni si è assunto con il contagocce… è vero che Profumi oltre a rispolverare una forma di reclutamento obsoleta spacciandola per innovativa ha messo in palio un numero risibile di cattedre e non ha proposto alcun piano per risollevare le sorti della scuola…

  2. ildissenso ha detto:

    Adesso la scuola può iniziare
    “Mi è odioso tutto ciò che mi istruisce soltanto senza accrescere o vivificare immediatamente la mia formazione”.
    Johann Wolfgang von Goethe, Lettera a F. Schiller, 19 dicembre 1789

    La Scuola dovrebbe emanciparsi dal suo status di perenne emergenza e diventare protagonista di una nuova proposta di scuola, per un modello educativo autoemancipatorio ed autonomo, indipendente dallo Stato, che ha depauperato di valore e ruolo la funzione pedagogica e formativa degl’insegnanti, per ideare un modello educativo permanente e transgenerazionale;
    una scuola che non sia mai più di massa ma popolare, che dia finalmente voce agli “ultimi” (poveri, immigrati, detenuti, anziani, operai ed esclusi di ogni estrazione sociale); che sia capace di sottrarsi alla riverenza e alla servitù nei riguardi delle istituzioni preposte; in primis il ministero dell’istruzione, per fondare una rete di comitati scolastici autonomi ed una dichiarazione d’intenti condivisa, che valorizzi e renda fattive le conoscenze e competenze acquisite, consolidate e riconosciute nel corso di questo ultimo decennio e più di noi docenti “precari”, mortificati innanzitutto come persone oltre che come professionisti del sapere.
    Una scuola “aperta”, concepita come “servizio sociale”, capace di rendere soggetti-protagonisti coloro che vengono etichettati come “alunne” ed “alunni” (le/gli adolescenti) e che molto spesso rappresentano l’ultima speranza di un mondo più umano; insieme con le “famiglie”, aprire un “dialogo” costante e costruttivo, che permetta, al tempo insieme, di delineare il profilo di una scuola che esiste da sempre ma che non ha voce e potere per affermarsi ed esprimersi e fondarne il suo “statuto”. Un potere che è innanzitutto decisionale e propositivo, benefico ed espansivo. Un potere che, in concreto, si può declinare in autofinanziamento e autonomia da ogni potere costituito.
    Esempi storici (falliti?) non mancano e sono fonte inesauribile d’ispirazione per poter comprendere che ogni crisi può essere precorritrice di rivoluzioni culturali.
    La scuola non è fatta dalle mura fatiscenti che la imprigionano ma dalle persone appassionate, amanti del sapere, che la abitano! Usciamo fuori dalla Scuola e apriamo insieme la scuola!

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