Giorgio Mascitelli

Negli ultimissimi anni, non solo in Italia, il discorso sugli insegnanti e in particolare su cosa si intende per buon insegnante si è fatto intenso. In sé è indubbiamente positivo che ci sia una grande attenzione sulla figura del docente, che fino a pochi anni fa latitava, a maggior ragione se altre figure professionali di prestigio sociale maggiore, dal medico al magistrato, dall’avvocato al giornalista, dal manager al banchiere, non suscitano altrettanto interesse.

Il discorso sugli insegnanti, però, è alimentato soprattutto da interventi critici che provengono da alti funzionari di organizzazioni internazionali, docenti universitari, economisti e politici che hanno a che fare con la scuola più come macrostruttura economica che come pratica quotidiana. L’economista che ha scoperto l’algoritmo che consente di calcolare esattamente quanti soldi in più un buon insegnante faccia guadagnare al suo fortunato allievo in tutta la sua vita, il pedagogista che protesta contro l’ottusità di chi non si accorge che il videogioco ha una funzione centrale e sostitutiva del libro nello stimolo mentale dello studente, il funzionario che prevede l’assimilazione dell’insegnante all’assistente sociale, pur nella diversità dei loro punti di vista, hanno in comune un’implicita insoddisfazione non solo nei docenti come sono, ma anche nei criteri finora vigenti per giudicarli. Essi non dicono semplicemente che gli insegnanti non sono all’altezza del modello che dovrebbero rappresentare, ma che ciò che essi credono essere bene non lo è. Insomma è in atto quella che verrebbe chiamata una rivoluzione culturale con la differenza rispetto a quello originale, che ora è il quartier generale a sparare su tutto ciò che si muove.

La cosa curiosa di questo discorso è che in esso prevale quella che potremmo chiamare un’insoddisfazione permanente più che un’indicazione di valori professionali e sociali che si traducano in nuovi comportamenti. Qua e là è possibile scorgere alcune indicazioni di merito sulla necessità di dotarsi di una metodologia didattica rigorosa, scientifica o addirittura numerica oppure quella di adeguarsi maggiormente alle richieste del mercato del lavoro, ma nel complesso il messaggio prevalente è quello dell’inutilità e dell’inadeguatezza dell’insegnante. È possibile spiegare questa vaghezza in molti interventi come frutto di una certa confusione culturale su quale scuola si voglia, ma è probabilmente una strategia comunicativa obbligata per altri, che ritengono che gli insegnanti vadano semplicemente giudicati secondo criteri quantitativi come tutte le altre forme di lavoro dipendente. Allora l’insoddisfazione permanente diventa un metodo utile per giustificare senza discussione misure che altrimenti apparirebbero contraddittorie. Per esempio, quando si scrive sui giornali che gli insegnanti cominciano a tremare in occasione dell’introduzione di questa o quella verifica dei livelli di apprendimento degli studenti o di una graduatoria delle scuole, si dà già per scontato che i risultati saranno negativi e i colpevoli insegnanti perciò dovranno tremare, ma l’effetto retorico di un simile ragionamento preconcetto può essere garantito soltanto attraverso il metodo dell’insoddisfazione permanente.

Se è impossibile arrivare a vedere una nuova figura di insegnante nel discorso attuale, si può invece scorgere la matrice di fondo dell’insoddisfazione permanente verso il docente attuale. Ciò che non piace di questa figura è la sua funzione intellettuale, che è connaturata all’attività di trasmettere il sapere perché implica un atteggiamento riflessivo (infatti chi trasmette in maniera meccanica le proprie conoscenze finisce con il trasmetterle male anche da un punto di vista nozionistico), che ovviamente è ancora più necessaria negli aspetti formativi del lavoro del docente. Possiamo incontrare un dettaglio illuminante in un libro curato dall’OCSE nel 2001 sull’avvenire della scuola: nell’elencazione di alcune caratteristiche del corpo docente in uno scenario negativo per la scuola viene indicata innanzi tutto la persistenza dell’idea del lavoro di insegnante come arte individuale. Ora negare la dimensione di arte individuale del lavoro di docente significa considerare assolutamente secondari gli aspetti di relazione umana e di autoanalisi su ciò che si fa in classe. Tutto ciò può essere visto positivamente solo se si ritiene che l’insegnante non debba trasmettere un insegnamento ai propri allievi, ma eseguire operazioni standardizzate o addirittura addestrarli.

La scuola occidentale moderna ha avuto molti genitori, tra i quali sicuramente dobbiamo annoverare le seicentesche scuole dei gesuiti, e mi sembra che gli attuali cultori del metodo dell’insoddisfazione permanente condividano con i reverendi padri di allora il sogno di una scuola dove tutti ubbidiscano perinde ac cadaver.

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2 Risposte a Il discorso sugli insegnanti

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