Alberto Capatti

Sono anni che l’euro, parlando e scrivendo di cibo, viene ora nascosto ora stampato in grandi caratteri. Menzionare il costo del cibo che si offre in casa, o che si consuma convivialmente, è non solo scorretto ma maleducato; ripetere a se stessi il prezzo del chilo di pane, quando se ne mangia una fetta, è roba da ossessi spilorci. In un centro commerciale invece, un chilo di pesche scontate del 30% possono essere oggetto di apprezzamento, ma non necessariamente euro e qualità divengono sinonimi, semmai, in un rapporto complesso, è lo sconto che ha abbassato il frutto a 0,90 euro, ad essere comparato ai requisiti d’eccellenza della pesca. Anche i numeri rinviano a strani meccanismi in cui operano contabilità, desiderio e rimozione.

Chi parla di (alta) qualità, quella derivata da un campo, dal lavoro contadino, da un commercio diretto, da un consumo consapevole, è come se facesse appello ad una società dello scambio, senza moneta. Molte guide di alimenti tipici, e in particolare quelle dei presidi di Slow Food, non ipotizzano nemmeno il costo del prodotto, come se la rarità lo mettesse fuori mercato o lo ascrivesse ad un mercato confidenziale. Stessa cosa sono ortaggi e frutti dei nuovi orti : valgono moltissimo e non costano nulla. Il famoso chilometro zero abbatte il trasporto, il carburante e l’usura delle tod’s in saldo, azzerando anche i valori monetari. Il sogno di un cibo buono e gratuito è dunque una assurdità? Per niente, ha una sua ragion d’essere, pur essendo fuori dalla realtà urbana, della spesa giornaliera. Nasce da un disegno utopico e dalla frustrazione ingenerata dal sovrapprezzo industriale, commerciale, finanziario, per un bene di prima necessità che si vorrebbe ottimo e si acquista alla cieca.

Esiste l’esatto contrario. Un'attenzione simultanea al costo e al prodotto, con metodi comparativi e una contabilità ferrea delle proprie disponibilità. Il supermercato è la piazza di simili comportamenti. Un recente libro, a cura di Valeria Brignani, nato da un blog e da richerche dirette, Discount or die (Nottetempo, 2012, e. 16,50), permette di approfondire la questione. Il Discount non è un caso limite, ma la faccia di un sistema distributivo in cui promozione e prezzi scontati sono la regola per tutti, dal due al prezzo di uno alla confezione di marca al 30%, passando per i buoni utili ad acquistare altri alimenti. La differenza è che in un Discount tutto è già scontato, senza riduzioni possibili. Ed anche questo è un sogno, di un cibo accordato per una cifra irrisoria, scambiato non con decine di euro ma con manciate di centesimi. Una bottiglia di Highland Regiment a 5 euro: vero whisky o vero schifo, il desiderio di cavarsela a poco o nulla, è più forte di ogni ragionamento sulla qualità. Anzi i prezzi bassissimi hanno una loro qualità intrinseca, di far vagheggiare un mondo utopico rovesciato all’insegna di: Discount is live. Solo lì si vive con (quasi) nulla e con alimenti di marca.

La crisi ha accentuato il bisogno di utopia, di una qualità al costo zero? Sarebbe troppo facile rispondere che crisi e tasse riducono il mercato ad una discarica della produzione industriale. La crisi produce anche libri come Discount or Die che è acquistabile a 16,50 euro in libreria o a 14 euro e 3 centesimi su amazon, e nel risparmio di 2 euro e 47 ci stanno cinque lattine di Fink Bräu da LIDL. Il gioco della minor spesa non nasce da una crisi ma da una rete commerciale che la insegna con lo scontrino, con la tessera e con i buoni sconto; è indubbio che ogni acquisto riposa non sul desiderio di rubare ma su quello di ottenere il prodotto (quasi) gratuitamente. La qualità fa parte del gioco in quanto è valore aggiunto che, agli occhi di coloro che la ritengono un requisito irrinunciabile, dovrebbe essere scalato e non ricaricato al prezzo di base.

Fra i tanti approcci al cibo quello del suo costo, nelle diverse fasi di lavorazione e soprattutto nell’ultima della vendita al consumatore, è fra i meno indagati, sia dal punto di vista economico che culturale. I valori immaginari continuano ad agire come la cortina allucinogena che ci allontana dai numeri e dalla contabilità giornaliera. La vera rivoluzione sarebbe una etichetta non delle componenti nutrizionali ma dei costi di produzione, stoccaggio e vendita. Tradotta in euri sarebbe una rivelazione e il principio di un nuovo mercato.

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3 Risposte a Cibo, euro e plusvalore

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