Antonello Tolve

«L'arte è critica globale che prende corpo». Con questa frase indicativa – quasi una dichiarazione di poetica apparsa tra le pagine di un Libro (particolare) 1978, Vincenzo Agnetti (1926-1981), tra i più interessanti e intelligenti artisti della stagione analitica italiana, demarca un percorso nei dedali del linguaggio con lo scopo di creare interferenze costruttive, di organizzare un nuovo ordine semiotico, di «dimostrare come il linguaggio visivo corrisponda, con il suo impatto diretto, alla frontalità della parola» (Bonito Oliva). Di andare, infine, al di là del linguaggio stesso. Oltre il linguaggio è, non a caso, il titolo di un progetto elaborato nel 1967 in cui l'artista presenta una serie di lavori che cancellano la parola e sottraggono allo spettatore la lettura.

Vicina all'asse familiare di Manzoni e Castellani – con i quali condivide, sotto il cielo riflessivo di Azimut (la galleria) e Azimuth (la rivista), alcuni percorsi volti a recuperare il mondo magico della superficie e della parola –, la riflessione sull’arte concepita da Agnetti inclina la parabola critica ad un Bildafte Denken (pensiero per immagini) che mira a produrre un vero e proprio viaggio tra la lingua vivente dell’arte e della vita. Ma anche a creare collassi semiotici e ad aprire contrade stilistiche che si riappropriano della realtà per comporre nuovi ordini di senso, nuove strategie pedagogiche, nuovi sentieri ermeneutici.

Vincenzo Agnetti, a Il luogo di Gauss, Milano (Foto di Ugo Mulas).

Luminoso e avvincente, il suo percorso impone un ritmo della lettura che scansa la mera contemplazione per spostare l’asse da un piano immediatamente rappresentativo ad uno di ordine metalinguistico. Le sue opere, difatti, non vanno considerate «come oggetti offerti alla percezione istantanea […] ma», è stato Filiberto Menna ad osservarlo, «come testi che vogliono essere decifrati su un piano specificamente concettuale».

Alla ricerca di una lingua perduta, sin dalle sue prime manovre creative Agnetti – il critico d'arte, il poeta e l'artista – volge la propria bussola verso un'analisi del mondo per creare, via via, un necessario collasso delle stereotipie, per sclerotizzare il luogo comune e le viziose convenzioni, per costruire viatici creativi e opere – «l'opera d'arte è il riflesso del senso critico dell'artista» ha apostrofato nel '78 – che si pongono come manifesti luminosi di una singolare metodologia. Quella del dimenticare a memoria, più precisamente.

Nel 1969, proprio mentre prepara un Ciclostile all'interno del quale sfilano progetti e idee per una mostra di sole idee, presenta il suo elegante Libro dimenticato a memoria. È in quest’occasione che l'artista evidenzia un disegno mentale in cui la cultura non è altro che un dimenticare a memoria. Un esercizio che metabolizza luoghi ed occasioni del tempo per elogiare, nel nuovo che avanza, «l'apprendimento del dimenticare».

Vincenzo Agnetti, Libro dimenticato a memoria, 1970 (Archivio Vincenzo Agnetti, Milano).

Ora, dopo la grande retrospettiva organizzata al Mart di Rovereto nel 2008, una nuova antologica, ospitata a Foligno negli spazi del CIAC / Centro Italiano Arte Contemporanea (in collaborazione con l'Archivio Vincenzo Agnetti di Milano), presenta – fino al prossimo 9 settembre – Vincenzo Agnetti. LOperAzione concettuale: un ulteriore, entusiasmante viaggio tra le opere di quel lacaniano suonatore di fiori che, per dirla con Pierre Restany, «non ha mai usato altre armi che quelle del linguaggio, trasformando i fioretti francescani in lapidari epigrammi, in formulazioni anticipatrici».

Macchina drogata (1968), alcuni pezzi del progetto che va Oltre il linguaggio (1969), Entropia (1970) e Apocalisse (1970), lo straordinario Libro dimenticato a memoria (1970) e i vari pezzi dell'Assioma (1971). E poi i ritratti e i paesaggi – Ritratto. In attesa di se stesso (1971), Ritratto di attore (1970) o Paesaggio. Testimonianza (1971) ne sono esempi luminosi –, le Profezie del '70 e i Sei villaggi differenti (1974). O, ancora, opere quali Autotelefonata (yes) del 1972, In allegato vi trasmetto un audio tape della durata di 30 minuti (1973), Frammento di Tavola di Diario tradotta in tutte le lingue (1973) e Tutta la storia dell'arte è in questi tre lavori (1973). Sono soltanto alcune opere di questo nuovo percorso antologico (raccolto, tra l'altro, in un pregiato catalogo firmato, assieme alla mostra, da Bruno Corà e Italo Tomassoni) in cui l'opera d'arte si pone da un'altezza nuova, come un sorprendente – e impareggiabile – processo mentale che lascia ancora sperare.

LA MOSTRA
Vincenzo Agnetti - L'OperAzione concettuale
CIAC - Centro Italiano Arte Contemporanea, via del Campanile 13, Foligno (PG)
Fino al 9 settembre

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5 Risposte a Il lacaniano suonatore di fiori

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