a cura di sparajurij

Condividi o rifiuti un’idea di scrittore come testimone del proprio tempo, anche dal punto di vista linguistico?

FRANCO ARMINIO: prima che del proprio tempo mi sento uno scrittore che è testimone del proprio corpo e del tempo che passa dentro il proprio corpo, un tempo che può essere anche lontano e diverso da quello attuale.

ALESSANDRO DE ROMA: Ogni scrittore non può che essere contemporaneo della lingua che usa. È la sua arma, la sua voce, il suo tono speciale. Non può sapere a che tempo appartiene, perché l’umanità intera non lo sa. Ma deve poter dire di appartenere a se stesso. È proprio per coltivare il sogno di collocarsi nel tempo che scrive nella sua speciale lingua.

PIERGIANNI CURTI: Essere testimone del proprio tempo significa che la letteratura scade, e il testimone resta solo come reperto archeologico. O forse le cose non stanno così: si scrive sempre di universali, e il testimone del proprio tempo ingrandisce dei particolari, con la lente del suo tempo. Un po’ come dire: si vede solo la punta dell’iceberg, che si scioglie e si ricostituisce cambiando sempre forma, ma sotto c’è sempre l’iceberg.

LAURA PUGNO: Lo siamo tutti, anche involontariamente. La lingua invecchia, nelle traduzioni e negli originali, e quanto più si è portatori di maniera, tanto più rapidamente. Molto più leggibile Dante, ancora oggi, di tanti autori del Romanticismo e dell’Ottocento – ma anche di tanto sperimentalismo del dopoguerra. Questo non vuol dire che il lavoro fatto sia inutile, si è tutti e sempre contemporanei, immersi fino al collo nella propria epoca. Poi il tempo fa il suo lavoro come deve fare.

Che rapporto c’è tra il reale e l’immaginario, tra la storia e la fantasia nel tuo lavoro?

FRANCO ARMINIO: Non mi pare di fare molto uso delle fantasie. Non riesco a inventare nulla quando scrivo. parlo di come mi sento e di cosa vedo in giro o se volete parlo di cosa immagino di vedere o di cosa immagino di sentire.

ALESSANDRO DE ROMA: Ho sempre scritto con l’assurda ambizione di aumentare la realtà, innestando un elemento perturbatore, un grimaldello che faccia saltare i limiti che nascondono ogni giorno le potenzialità delle cose in una quotidianità sempre troppo fiacca, mai abbastanza sincera.

PIERGIANNI CURTI: Se ti compri un’automobile da nessuna parte c’è scritto che cosa ne farai. Ci puoi fare un mucchio di cose, compresa quella di andarti a schiantare. Non c’è scritto nella sua meccanica e nella sua termodinamica. Quello che ci farai fa parte di immaginazione, fantasia, necessità, accidenti, scelte più o meno ragionevoli. È la stessa cosa nella scrittura: il mondo è lì, con la sua bella Fisica, la sua bella Storia, eccetera. Scrivere vuol dire farlo viaggiare in mondi possibili, in modellini immaginari e tra costruzioni fantastiche, per ragioni nobili sorrette da ragioni nobili e viceversa, non si sa. Il mondo reale nessuno lo conosce tutto. Non c’è altro da fare, i fisici lo sanno benissimo.

LAURA PUGNO: Il primo motore delle mie narrazioni è l’immaginario, ma è un immaginario intriso di realtà, consapevole di doversi costruire in maniera credibile. Realtà, realismo non è solo reportage.

Nella primavera 2010, in occasione dell’uscita di “Atti impuri”, vol. 1, rivolgemmo agli autori selezionati per quel fascicolo una serie di brevi domande, le cui risposte sono rimaste per lo più inedite, finora.

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2 Risposte a Intervista antologica ad autori Impuri, parte I

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