Elisa Alicudi

Svetto sopra la Cattedrale del Salvatore. Una vista invidiabile, non fosse per la patina di ghiaccio che offusca la retina. Alcuni mi considerano ingombrante e fuori luogo, mi deridono, mi disprezzano, ma io svetto con onore. Mi dicono che sono nato nel 1997. Ho vaghi ricordi dei primi momenti di vita. So solo che un giorno mi hanno picchiato senza pietà, mi hanno deviato il setto nasale, fatto saltare la mandibola e scombinato i connotati. Proprio mentre stavo per raggiungere l’America. Poi, di colpo, mi sono trovato a dominare sette colli nevosi.

Non ho mai amato questa città che chiamano Mosca, Mosca dalle mille cupole, la terza Roma, il pentolone in cui fanno cuocere nuova vita. Mosca madre, gigantessa che dorme, Mosca dei mercati rionali. Diventata ancora più repellente per mano degli architetti sovietici. I grigi prefabbricati che scompaiono tra le nuvole di smog o le chruščëvki, mattoncini a cinque piani con finestre che somigliano ad asole, asole che origliano, orecchie che spuntano dai tubi dei termosifoni. Mosca era a un passo dal baratro e ora, ostensorio del capitalismo, è un circo di luci al neon e uffici di vetro. C’è chi scova aliti di meraviglia in alcuni quartieri del centro. Nella zona Oltre-Moscova, lungo il cerchio dei viali alberati o nei cortili interni dei palazzi. Ma quelle vie incrinate, oscure, quei grovigli senza nome hanno sempre suscitato in me irrequietezza e malessere. È lì che cova l’erba malsana. Viste dall’alto sono involute trame e vicoli cospiratori, maglie che intrigano contro un’autocrazia lucida e rettilinea, maglie che nascondono manigoldi tra un sottoscala e una latrina in comune.

Invece tu, passante infimo e miserabile, che costeggi la Moscova o ti avventuri per il Corso d’Ottobre, sei schiacciato dal trambusto delle macchine, sei proiettato piccolo e inutile nel mezzo di otto interminabili corsie. Sei come devi essere: disorientato. E a quel punto ti volti a me con riconoscenza e timore, capisci che non puoi trovare rifugio e ti accartocci obbediente sul ciglio del marciapiede. Così deve essere una città: corsi ampi e sorvegliati. Mi sono commosso solo alla vista delle Sette Sorelle, i grattacieli staliniani che pizzicano il cielo come la guglia dell’Ammiragliato. Ah, Pietroburgo, messere in panciotto, lindo reticolo. Mosso dal disprezzo per Mosca io ti ho fondato. E gli ingrati, postumi di sbronze mal digerite, mi hanno arenato qui, nella città odiata. Io non sono uno qualunque, un bigattino pescato dal cappello di Gogol’, sono il simbolo del potere. Sono Pietro. All’occasione trasformato in un monumento di novantotto metri e non me ne lamento, ma perché qui, boia d’un cane, incagliato tra la Moscova e un piccolo canale? Tutto il giorno mi chiedo: ma non lo sapevate che ho fondato una nuova capitale per sfuggire al marciume di Mosca?

Svettare sopra la Cattedrale del Salvatore mi dà indubbiamente un tono, una certa magnificenza, mi lusinga. Da qui controllo la città e i suoi irresponsabili movimenti. Quel gruppo di soldati, ad esempio, posteggiati mattina e sera a guardia della Piazza Palustre dal giorno delle manifestazioni. Sbarbatelli, incapaci di reggere un fucile in spalla, piccoli uomini di provincia. Si avvicinano ai turisti per elemosinare dollari, ma vengono scacciati come blatte. Allora li pietrifico col mio sguardo gelido, li fulmino, li educo alla disciplina. Ogni giorno una salsiccia e un bicchierino di vodka per tenersi su di spirito, giri di perlustrazione fino a pranzo. Nel pomeriggio turni di guardia ai lati dei ponti e una visita al mio monumento, per evitare che qualche livoroso venga a sistemare una bomba tra la poppa e la prua. Poi, a casa, una bella zuppa e via a dormire. E per gli animi più vivaci consiglio quei giochi che usavamo fare con i compagni del “Sobor”, rituali orgiastici che bilanciano il rigore osservato in società. Ma non bisogna esagerare, confondere il giorno con la notte. Da condottiero di popoli posso affermare che non c’è miglior vizio della virtù e miglior virtù del vizio. Il segreto è riuscire a bilanciare con sapienza l’uno e l’altro.

Tutto il giorno osservo, controllo, impartisco ordini e mi verrebbe da attribuirmi una certa utilità, se solo non li conoscessi! Sono stato svezzato a fiutare i “vostra eccellenza” posticci dal solo sibilo della pronuncia. Conosco le mammelle dell’autorità meglio di quelle della mia levatrice. Lusinghe, salamelecchi, di nuovo smancerie e riverenze; e dire che per poco non mi avevano convinto.

Vogliono farmi credere libero, eterno e potente, ma in verità mi spiano con l’aquila vigile del Cremlino. Mi studiano dal momento in cui sollevo le vele della Pinta e della Santa Maria, io, nettuno del Mare del Nord, onoro la mia flotta con nomi poco russi, è vero, non ricordo da dove l’abbia presi, ma in ciò esprimo il mio amore per l’Occidente. Sono scaltri! Al contrario dei soldati, che sono all’oscuro di tutto. Tutta la città ne è all’oscuro. Mi omaggia con mazzi di fiori, mi fotografa e saluta. Mentre quegli altri mi sorvegliano dalle stelle rosse del Cremlino. Scommetto che perfino le Sette Sorelle nascondono punti di osservazione. Ora che i manifestanti protestano a Piazza Palustre penseranno che li abbia sobillati io. Vi pare che sia mio costume guidare un esercito di donnicciole? Per di più senza armi?

Sono spacciato, sono un gigante inerme. Come se non bastasse, arrivano frotte di turisti a rovinarmi il sangue. Bisogna diffidare degli occhi stranieri in patria. E le loro guide, persone meschine e scialbe, farfugliano per interi minuti note sul mio conto. Ho imparato a decifrare alcune delle lingue usate dagli infedeli e ho scoperto un’ingiuria che si diffonde d’orecchio in orecchio, sebbene mi sia impegnato a smentirla dandomi un tono ancor più grave e feroce. Pare che quel genio incompreso del mio costruttore, tale Cereteli, mi abbia creato sotto altre spoglie. Che io sia stato Cristoforo Colombo, che volessero donarmi agli Stati Uniti ma, forse per le dimensioni, forse per il colore, mi abbiano rifiutato. Così Cereteli, per intercessione del suo grande amico, l’ex-sindaco di Mosca, mi ha riciclato in me, qui presente.

Screditarmi a tal punto! Un destino che merita vendetta e la colpa è dei cospiratori del Cremlino, pronti a infangare qualsiasi rivale al trono. Ah, prendere il largo. Insegnerò ai soldati a salpare le mie caravelle, così che io possa, di notte, una notte di nebbia e freddo, fuggire lungo la Moscova, risalire la foce della Neva e lasciandomi alle spalle il Golfo di Finlandia falciare il mare aperto, svettare a vele spiegate e farmi mozzare il fiato dal Mar dei Sargassi.

Elisa Alicudi (1980) collabora alle attività del gruppo sparajurij e alle sue propaggini editoriali, come la rivista letteraria “Atti impuri” (sia off che on www.attimpuri.it). Partecipa a letture in giro per l’Italia. Sue poesie sono apparse nei blog letterari Absolutepoetry, Poetarum Silva e altri. È traduttrice dal russo. Progetto in corso: traduzione di poeti russi contemporanei.

 

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2 Risposte a Monologo monumentale 1 – Pietro il Grande

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