Nuno Júdice

Un muro divide l’Australia: da un lato il deserto; dall’altro il paese fertile. Tra i due non c’è contatto. Chi abita nel deserto subisce la solitudine degli eremiti, cui solo il contatto con Dio attenua l’isolamento. Il loro mondo è quello interiore, lontanissimo dal muro, e la loro vita consiste nel vagare intorno alla grotta che li ospita, in cerca di una goccia d’acqua sopravvissuta alla rugiada notturna sulla foglia di qualche arbusto rinsecchito, o di un residuo di semi corrosi dal sole, come nutrimento della sete mistica.

Sul confine, però, non ci si accorge che esiste il muro. È entrato a far parte delle abitudini quotidiane in modo tale che, quando si chiede a un australiano cosa pensa del muro, egli risponde subito: «Quale muro?». Gli uomini sono così: interiorizzano a tal punto le abitudini da non accorgersi della realtà che li circonda, presi come sono dalle loro misere preoccupazioni. Non è nemmeno credibile che nessuno di loro, avendo visitato il deserto, abbia mai incrociato degli eremiti. Questi ne sanno una più del diavolo e, non appena vedono un estraneo, si rifugiano nella grotta per paura di essere tentati dalle distrazioni o che il diavolo appaia loro sotto le sembianze di turisti arrampicati sulle jeep, con i binocoli puntati verso l’immensità di sabbia in cerca di qualche animale esotico.

Tuttavia la loro attesa viene, in genere, frustrata. Durante il giorno, il deserto è vuoto sotto l’inclemenza del fuoco solare; e solo alla fine del lungo pomeriggio, quando un po’ di buio lo avvolge, escono da tane invisibili colorati serpenti luminosi e piccoli mammiferi che abitano non si sa dove, i quali vivono soprattutto per nutrire quei rettili la cui sola attività è quella di disegnare strategie per inseguire e catturare piccoli mammiferi.

Si potrebbe dire, dunque, che questo mondo non ha una storia oltre a quella che possiamo supporre esista sotto l’immensa quiete che la mappa dell’Australia ci presenta. Ma non è così; e chi riuscirà a vedere il muro e ad avvicinarlo senza essere visto, per non arrecare disturbo a ciò che succede ogni giorno in quel luogo, si imbatterà in uno spettacolo che nemmeno la più fervida immaginazione umana sarebbe in grado di concepire. Così, dal lato del deserto, aquile e avvoltoi si posano sul muro. Non si capisce cosa facciano lassù in attesa della fine del pomeriggio, momento in cui, dal lato del paese fertile, i conigli approfittano dell’abbassamento della temperatura per uscire dalle loro tane e correre fino al muro, in cerca di qualche passaggio verso l’altra parte.

È vero che i conigli stanno al livello del suolo, e il cielo è inaccessibile ai loro occhi. Nella realtà dei conigli, è lì che si trova tutto quello che interessa: l’erba e i buchi dove fanno la casa, non hanno bisogno di altri orizzonti per esistere. Orbene, quella è anche la loro debolezza. In effetti, guardando a terra, non si accorgono che le aquile e gli avvoltoi hanno spiccato il volo oltre il muro e volteggiano in alto, sopra la zona di confine tra il deserto e il paese fertile, in ansiosa attesa. I conigli, allora, si radunano in numero sempre crescente e, dopo essersi riempiti la pancia d’erba, corrono lungo il muro, come se vi fosse un qualche passaggio che permettesse loro di attraversarlo.

Mentre si danno a quest’attività, le aquile non stanno certo a dormire. Da lassù, aguzzano la vista, prendono la mira e, di quando in quando, si tuffano in una frazione di secondo su un coniglio che si lascia catturare dai loro artigli, senza che gli altri abbiano il tempo di accorgersi del pericolo o di quello che è successo al loro sfortunato compagno. Poi, dall’altro lato del muro, dove il rapace ha portato la sua cena ancora viva che si dimena con tutte le forze residue per liberarsi, il pasto è condiviso tra i compagni, e del coniglio non restano che la pelle e le ossa. A quel punto, un’altra aquila porta un altro coniglio e il rituale si prolunga fino all’alba, che è poi l’ora in cui arrivano gli avvoltoi, i quali ripuliranno le ossa e la pelle da ogni resto di carne lasciato dalle aquile.

Così tra i conigli si è sparsa la voce che, a tarda sera, gli angeli scendono dal cielo e vengono a prendere gli eletti per portarli dall’altra parte del muro, là dove si trova la terra promessa.

 Traduzione di António Fournier

Nuno Júdice è nato a Mexilhoeira Grande (Portogallo) nel 1949. Poeta, narratore, saggista. Docente di letteratura comparata presso l’Università Nova di Lisbona. Ha pubblicato oltre trenta libri di poesia e più di una quindicina di narrativa tra cui A ideia do amor e outros contos (2003) da cui sono tratti i due racconti qui presenti. La raccolta Poesia Reunida (2000) racchiude la sua produzione poetica iniziata nel 1967 e pluripremiata. Dirige attualmente la prestigiosa rivista “Colóquio / Letras”. Felicità in Australia è uno dei suoi racconti presentati da António Fournier su “Atti Impuri” vol. 4.

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a Felicità in Australia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi