Giorgio Falco

Superato il punto iniziale di quiete - il casello che unisce due tangenziali - l’asfalto diventa autostrada a quattro corsie. Attraverso la luce sospesa che comprime, allestita a venti metri d’altezza, viriamo lo sguardo di pochi gradi, oltre la parte sinistra del parabrezza, alla congiunzione del finestrino, per guardare l’origine. Ma prima del mutamento visivo, è l’olfatto, che sente. Capita a qualsiasi tipo di veicolo. Il camion austriaco guidato da un frontaliero slovacco; l’ambulanza milanese governata da un volontario che ha perso il lavoro sei mesi fa; il furgone giallo marchiato dal logo condotto da un padroncino peruviano, alla ventesima consegna giornaliera; il furgoncino bianco di due elettricisti cocainomani in conflitto tra loro; la berlina di un quadro aziendale deluso per non essere stato scelto tra i possibili, nuovi dirigenti; l’utilitaria guidata da Yvania, una donna di quarantadue anni. Guidiamo sigillati, schermati dai finestrini chiusi, covati dall’aria climatizzata, o apriamo i finestrini per annusare l’aria calda di scarico sollevarsi dall’asfalto; in ogni caso, sentiamo l’aroma industriale imbattibile, dalle narici attraversa una soglia invisibile, per colpire il piccolo angolo remoto del cervello, dove diventa immagine.

E allora Yvania ha diciotto anni, guarda il televisore assieme ai genitori, alle otto meno un quarto di sera. Nell’immagine di Yvania, il padre lavora come operaio dentro lo stabilimento lungo l’autostrada. La famiglia vive a due chilometri. Suo padre, quando parla dell’azienda in cui lavora, ripete soltanto, l’azienda. Fondata subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la società - ora di proprietà di una holding spagnola - è uno dei marchi italiani industriali più noti, ha diversificato le scelte strategiche per offrire ai clienti la qualità dei prodotti abbinata alla continua ricerca innovativa, senza tralasciare il gusto della tradizione culinaria italiana. L’azienda è celebre per il suo dado, ma produce anche pomodori, ragù, sughi pronti, piatti pronti - risotti, creme, minestre e zuppe -, olio di semi vari, pesto, tonno, tè, camomilla, tutti marchi che creano l’immaginario e la quotidianità delle famiglie italiane. Lo stabilimento di 220.000 metri quadrati è stato costruito ai margini della cittadina che, in base alle dichiarazioni dei redditi, risulta tra i primi dieci comuni più ricchi d’Italia.

Nell’immagine di Yvania, la luce gialla serale del lampadario cade sulla famiglia che ha appena finito di cenare. La madre scuote la tovaglia per scrollare le briciole in cortile, lascia la portafinestra aperta per qualche secondo e, quando rientra in cucina, l’odore dello stabilimento satura la casa, eppure Yvania lo percepisce appena, come se fosse la lieve aggiunta a un tappeto sonoro costante. È lo stesso odore di suo padre, quando ritorna con la tuta da lavoro, mentre Yvania sottolinea i libri di scuola. La famiglia ha appena finito di mangiare, in televisione c’è la pubblicità dell’azienda. L’attore è vestito da mago illusionista: frac nero, camicia bianca, cilindro nero, guanti bianchi. Si toglie il guanto bianco destro e lo usa per sollevare il coperchio incandescente della pentola.

L’acqua bolle, l’attore annusa il vapore, il dado può rendere la vita più saporita. Poi l’attore passa il pollice e l’indice sulla punta della lingua, li sfrega, dà così l’idea di una cosa appetitosa, e di soldi. Per partecipare al grande concorso basta comprare il dado, compilare e spedire la cartolina. Ogni lunedì sera, dopo il film, il padre di Yvania può diventare milionario con il dado che lui stesso ha prodotto e confezionato a due chilometri di distanza. Il dado è da sempre la presenza costante nelle giornate della famiglia. Il padre lo produce nei tre turni dello stabilimento, grazie al concorso può diventare milionario proprio durante il turno lavorativo serale; la madre lo utilizza soprattutto quando prepara le cene invernali; la figlia gioca con la confezione da dieci. Fin da quando era bambina, Yvania immaginava che la confezione fosse una casa, lei si guardava da fuori, il tetto di tegole rosse, il comignolo, gli sbuffi di fumo e gli uccelli svolazzanti nei nidi.

Voleva diventare la donna disegnata sul lato sinistro della confezione di dado, la donna rimasta quasi immutata nel tempo, la capigliatura ondulata appena uscita dal casco di un parrucchiere della modernità, l’idea di ordine e movimento, il modello della donna settentrionale, lombarda, milanese, esteso a tutte le donne italiane, con un’aspirazione borghese, sebbene ritratta accanto a uno degli alimenti più umili: il brodo. Il colore dei capelli è castano rossiccio, riflessi dorati richiamano la sensazione del brodo, pare che i capelli siano un’emanazione, fatti della stessa materia del brodo. Nelle prime confezioni di Yvania, la donna aveva il cucchiaio nella mano sinistra e il piatto di brodo nella mano destra. Alcune lievissime incisioni rappresentavano la pastina, mentre undici macchie rosse in superficie davano la sensazione di profondità. La donna portava il cucchiaio verso la bocca, aveva le unghie pitturate di rosso, un sorriso stretto e bianchissimo, incorniciato dal rossetto. Il collo, magro e scoperto, era impreziosito da una collana di perle. Nella visione di Yvania diciottenne in cucina - la luce gialla a precipizio assorbita nei piatti svuotati di brodo, accanto alle bucce arricciate dei frutti, mentre la madre sparecchia e il padre cerca qualcosa da guardare sullo schermo - la donna della confezione subisce d’improvviso un lieve cambiamento, rispetto a quella della sua infanzia.

Yvania esce dall’autostrada, guida lungo il perimetro dello stabilimento. La cancellata chilometrica è grigia in quel tratto e si confonde con il guardrail, poi diventa verde, come la confezione del dado. Una fila di alberelli copre timidamente la sequenza di edifici, uffici, magazzini, stabilimenti produttivi, bancali accatastati in file da dieci sotto una grande pensilina di cemento, quelli ammucchiati in alto sono quasi sempre all’ombra, gli altri, in basso, rosolano al sole. Yvania guida verso casa, abita in un piccolo comune adiacente a quello dell’azienda, sono solo dieci chilometri dalla cancellata, il suo lavoro, invece, è dall’altra parte della tangenziale, a trentacinque chilometri. Durante la pausa pranzo - assieme alla collega Michela - Yvania mangia una cosa portata da casa, riscaldata nel microonde dell’ufficio.

Gli impiegati pranzano nella piccola sala, c’è sempre un odore simile a quello dell’autostrada, della tuta del padre di Yvania, l’aroma si espande alle fotografie dei figli appese ai lati dei computer e prosegue nella promiscuità dei bagni, fino allo sbarramento della reception. È come se ogni aspetto del mondo venisse trattato come un processo di liofilizzazione, di essiccamento sottovuoto, a temperature inferiori allo zero, allo scopo di evitarne qualsiasi alterazione. Solo nel dado, la quota di mercato supera il 50% del totale. In pochi anni l’azienda ha licenziato migliaia di lavoratori, forse venderà gran parte dei 220.000 metri quadrati per farne appartamenti, uffici, negozi.

Il dado sarà prodotto nell’indistinto altrove, oltre una linea imperscrutabile a est, che si materializzerà soltanto in autostrada, nell’andirivieni delle merci. Il parcheggio davanti all’ingresso è vuoto, regolato da due sbarre abbassate e da panettoni gialli di cemento. C’è un orologio rotondo nel piazzale. Lo sorregge un palo verde di ferro. L’orologio è appoggiato su un rettangolo pitturato di bianco, su cui spiccano le quattro lettere rosse del marchio aziendale, circondate da un ellisse verde. Nell’insieme, il marchio ricorda la  bandiera italiana. La donna odierna del dado è quasi come la donna con cui giocava Yvania. Stessa pettinatura e maglia gialla, stessa collana di perle e smalto rosso, e rossetto e sorriso in attesa del cucchiaio di brodo. Però ha la faccia pallida, truccata con un cerone bianco luminoso, leggero come una maschera sulla quale è appena iniziato a nevicare, ma il bianco rende più liofilizzato lo sguardo, porta con sé la tentazione di un prossimo trattamento botulimico. La donna ha in mano il cucchiaio di brodo, il piatto è scomparso.

Sembra diventata puro prodotto, testimonial di se stessa, un’astrazione iconografica sancita dalla sparizione del piatto su quella piccola superficie di cartone, un astuccio da 10 cubetti, che pesa 100 grammi. In ogni dado di 10 grammi c’è sale arricchito di iodio, il sale iodato, componente che costituisce circa il 50% del dado; c’è estratto per brodo, un insieme di proteine vegetali; c’è zucchero, prezzemolo e una infinitesimale goccia d’olio extravergine d’oliva; ci sono aromi e grassi vegetali, idrogenati e non idrogenati; c’è glutammato, la forma salina dell’acido glutammico, che rianima il sapore degli alimenti; e c’è la carne, o meglio, l’estratto di carne, in una percentuale non indicata. Nel dado di Yvania è presumibile che la percentuale sia dello 0,04%. Per diventare quello 0,04%, la minuscola parte di un bovino è stata ulteriormente spezzettata, disossata e sgrassata. Per avere 1 chilogrammo di estratto di carne, occorrono 35 chilogrammi di carne.

La carne del dado di Yvania è allevata e macellata in una imprecisata area sudamericana. C’è lo 0,04% di estratto di carne dentro 10 grammi del dado di Yvania e in tutti i milioni di dadi messi uno accanto all’altro. Chissà se lo 0,04% di carne bovina spezzettata, disossata e sgrassata nella confezione di Yvania appartiene alla minuscola parte di un unico animale, distribuita anche negli altri nove dadi. Potrebbe essere che quello 0,04% di estratto di carne appartenga a due animali differenti che si riuniscono nella minima percentuale merceologica concentrata. Quando Yvania mette il cubetto di dado nella pentola, attende che l’acqua arrivi all’ebollizione e il dado ormai sciolto sia invisibile, solo allora si avvicina alla pentola, all’odore sulla superficie dell’acqua divenuta brodo, mentre il vapore sale, al volto di Yvania, che guarda.

Giorgio Falco è nato nel 1967. Ha pubblicato Pausa caffè (Sironi, 2004), L’ubicazione del bene (Einaudi, 2009) e il racconto Box su “Atti Impuri”, vol. 1. L’origine del brodo è apparso su “Il Manifesto” del 25 agosto 2010.

Tagged with →  
Share →

4 Risposte a L’origine del brodo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi