Paolo Carradori

Ai limiti della notte. Omaggio a Sciarrino

Il Museo conserva. Ferma il tempo. Il Bargello, nel cuore caldo di Firenze, con i suoi marmi sinuosi, fascinosi e vitali, pare invece voler competere con i suoni contemporanei come per ricordarci che questi vengono da lontano. Come si omaggia, in questo spazio unico, un compositore che ha scritto e dichiarato di non essere proprio convinto di creare opere musicali ? Non esistono formule. Ci si butta a capofitto nei grafici sciarriniani rischiando, con la voglia di esplorare, sorprendersi dei suoi mondi e modi sonori. Un’immersione difficile che presume controllo totale dello strumento, ampia visione creativa e comunicativa, indispensabile per non banalizzare quel suono, quel segno, quel silenzio. Sotto la loggia del Bargello si alternano musicisti che su questo fronte sanno il fatto loro.

Su tutti la pianista Ju-Ping Song della quale ti rimane dentro la folgorante energia, la seducente delicatezza quando serve, soprattutto il pieno dominio interpretativo di materiali complessi ai quali riesce sempre a dare senso e spessore. Le due sonate per pianoforte di Sciarrino (Sonata n.1 e Sonata n.4) offrono scenari contrastanti. La prima è zeppa di grovigli, schizzi, silenzi inquieti improvvisamente spezzati da onde sonore, tensioni, increspature. Linee che si scontrano. Cascate di suoni all’interno di masse sempre in movimento. La seconda è una vera performance visuale con i suoi ostinati violenti, percussivi, estranianti. La mano destra martella accordi sghembi, distorti, ossessivi.

Il pianoforte ingranaggio di un’alienante catena di montaggio dove la ripetizione gestuale-sonora accumula tensioni che si scompongono in mille schegge. La Song si confronta anche con Come un soffio di Rosario Mirigliano , ma qui il materiale è più etereo, lunghe vibrazioni, accenni descrittivi. Una musica che si consuma, vola via. Proprio come un soffio. Trova maggiori stimoli in Ficciones di Andrea Cavallari (prima esecuzione assoluta). Linguaggio scuro, saturo, nervoso, con ciclici quadri quieti ma irti di insidie, sospensioni, silenzi, ambiguità.

Con Sei Capricci per violino Sciarrino dilata, con accenti liberi e umoristici, il tradizionale carattere estemporaneo di questo tipo di composizione. Il gioco contrappuntistico si frantuma nella modulazione di suoni imperfetti, sublimi, prosciugati, incastrati in una ragnatela ritmica che si muove su un piano obliquo. Nella stasi sonora, quando tutto sembra fermo, impercettibili micromovimenti, piccoli dettagli sottopelle spostano continuamente elementi del percorso sonoro. Il violino di Egidius Streiff mette a disposizione della logica compositiva brillante virtuosismo, leggerezza, ironie e svolazzi.

Contrasta con questa ricchezza la proposizione di due lavori per clarinetto: Dal niente di Helmut Lachenmann e Let me die before I wake dello stesso Sciarrino affidati a Natalia Benedetti. Potremmo definirli esercizi dell’impotenza. Pur su piani compositivi diversi – il primo gioca su gestualità, ripetizioni di acuti, alternanze del piano e del forte, soffi. Il secondo più costruito prende forma in suoni lunghi, laceranti, urla – lo strumento impietosamente si mostra nudo. Confini e limiti come linguaggio. Chiude, sempre di Sciarrino, Ai limiti della notte per il violoncello di Carlo Teodoro. Un breve sogno dove si muovono ombre, forme sinuose, misteri. Suoni, sibili, in uno scenario dove tutto scorre senza un inizio ed una fine. La durata come elemento compositivo.

Domeniche alla periferie dell’impero

La seconda serata è un omaggio non dichiarato. Tre lavori di Romitelli su sei proposte. In apertura e chiusura rispettivamente la prima e la seconda delle Domeniche alla periferie dell’impero per flauto basso, clarinetto basso, violino, violoncello. Due affascinanti ambiti sonori dove gli strumenti, in un’audace logica antiaccademica, si inseguono, si intrecciano, si stimolano. Ne nasce una sognante polifonia, sottintesa, sospesa. Onde sonore, silenzi, voci inquietanti. Addirittura tentazioni melodiche.

Trash TV Trance per chitarra elettrica è una performance di grande impatto. L’amore di Romitelli per il rock esplode in modo inequivocabile. Rock è il suono, rock è il gesto, rock è la trasgressione. L’uso di oggetti, archetti, distorsioni, pedaliere, effetti, suoni sporchi, ripetizioni, amplifica potenza sonora ed emotiva. Mantra visionario. Non è nostalgia di una musica che fu, quanto un scaraventarla spregiudicatamente nella contemporaneità, riproporla come utopia di rivoluzioni fallite. Lucia D’Errico ne è musa perfetta, sfacciata, rigorosa.

Di Grisey Talea per flauto, clarinetto basso, violino, violoncello, pianoforte e Charme per clarinetto trascinano in ambientazioni estetizzanti. Nel primo grumi di suoni si muovono come isole galleggianti. Le corde pizzicate, la tastiera come cerniera di suoni che drammatizza i contrasti tra violino e flauto, ma il tutto rimane alquanto distaccato in un disordine che rimane tale, non affascina. Natalia Benedetti spettacolarizza il suo intervento presentandosi alle spalle del pubblico sul pozzo al centro del cortile.

Charme è un breve quadro composto da suoni lunghi, ondulati, dove lo strumento, grazie ad un’interpretazione fisica e passionale, sviscera dolcezze, dubbi, tra soffi e respiri. Troviamo poi ancora Sciarrino con i suo Lo spazio inverso per flauto, clarinetto, violino, violoncello, celesta. Qui i silenzi sono fondamentali nel delimitare, definire un pianeta sonoro frastagliato, sorprendentemente immaginifico. Su questo magma seducente irrompe la celesta con i suoi suoni d’acciaio. Interferenze purissime, celestiali.

La sabbia del Tempo
Museo del Bargello Firenze
Accademia di San FeliceFlame ( FlorenceArtMusicEnsemble)

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2 Risposte a La sabbia del tempo

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