Enrico Menduni

Quando questo articolo sarà pubblicato la piccola polemica sullo shopping con scorta e carrello della senatrice Anna Finocchiaro, austera capogruppo del PD in Senato, sarà fortunatamente estinta, smaltita, cessata (il riciclaggio del gossip è l’unico smaltimento dei rifiuti che funziona in Italia). Meglio; si può ragionare più tranquillamente sul valore testimoniale (o illusorio) della rappresentazione fotografica in epoca digitale.

I fatti sono noti da tempo. La senatrice compra oggetti per l’appartamento (oh, la casa, eterna ansia degli italiani) recandosi da IKEA e anche a Leroy Merlin: giusta par condicio tra due marchi leader di mercato. Lo fa in tailleur rosso fuoco accompagnata da tre men in black. Il solerte settimanale illustrato Chi pubblica un ampio servizio a colori: in una foto uno dei vigilanti spinge il carrello, in un altra il gruppo valuta collettivamente la convenienza di pentole e padelle, la scena è sempre ispirata a una tranquilla quotidianità, da famiglia allargata nel weekend. Le foto sono brandite come prova del misfatto; nell’era della riproducibilità tecnica allargata circolano a velocità supersonica sul web (Google Immagini espone 31.900 risultati) e in particolare su Twitter, sollevando un polverone e anche l’ashtag #finocchiarovergogna.

I vignettisti lavorano sodo, nell’era del mashup i tre uomini più il tailleur rosso traversano la strada sulle strisce come nella cover di Abbey Road. Tanto per rimanere in area Beatles, tutti a fare paragoni con Michelle Obama che zappa l’orto, e non lo fa coltivare ai marines. Prevedibili i contenuti su Twitter e in giro per la rete: Finocchiaro usa uomini dello Stato come camerieri, si fa scarrozzare per fini privati con i soldi nostri, se i poliziotti brandiscono padelle antiaderenti non possono agire in caso di attacco mafioso, ecc.

La reazione della senatrice non supera i confini dell’ovvio: la scorta non l’ho chiesta ma me l’hanno imposta, i motivi non ve li posso dire, e devo fare la spesa anch’io. E poi: chi spinge il carrello non è un poliziotto né un rappresentante del Senato ma un autista che conosco da vent’anni (in parole povere: un dipendente del gruppo parlamentare). Anche la replica non si discosta dal prevedibile: ma è possibile che in tempi di crisi e di odio anti-casta Finocchiaro non abbia la sensibilità di evitare comportamenti che potrebbero essere fraintesi e strumentalizzati, ecc. ecc.? Quando ero ragazzo, il sindaco di Firenze Elio Gabbuggiani (1975 circa) parcheggiava sempre l’autista dietro l’angolo e si presentava a piedi, sorridendo, stringendo mani, figlio del popolo in mezzo al popolo: un professionista serio.

Finocchiaro scrive ai giornali, ritiene che le foto siano state scattate «con tutta evidenza con una macchina fotografica professionale (…), evidentemente non frutto di scatti rapiti o casuali». Dunque un appostamento, un complotto. La senatrice sembra ignorare di quanti megapixel può disporre la fotocamera di uno smartphone e quanto possa essere appetibile, per un giovane squattrinato, valorizzare un incontro fortuito vendendo a un’agenzia scatti impeccabili, e immagina ancora i «paparazzi», Tazio Secchiaroli appostato per fotografare Walter Chiari mentre Elio Sorci fotografa lui… frammenti di anni Cinquanta ormai consegnati ai musei, non all’attualità politica. O forse crede al modo di scattare le foto raccontato da Fabrizio Corona.

A questa cultura analogica, che la senatrice condivide con molti suoi critici, sfugge totalmente come nasca e come viva una fotografia digitale. Senza la schiavitù dei rullini che finiscono sul più bello, si pesca a strascico, scattando una raffica di foto da cui si sceglierà quella più imbarazzante, dai dettagli impietosi, dall’espressione cupa o imbarazzata, contornandola poi – quasi a costruire una storia – degli altri scatti del fotostream. Ci penseranno poi le didascalie a marcare, con finta sobrietà, il punto più dolente. La storia narrata è verosimile, anche se mille dettagli, compreso l’ordine di pubblicazione, si distaccano dall’originalità dell’effettivamente accaduto: prima lievemente, poi con una piega sempre più decisa, che la conduce verso i lidi della docu-fiction.

La foto rimbalzerà da un sito all’altro, da un giornale a un blog, da un talk show del mattino televisivo ai social network, si presterà a infiniti mashup, ritocchi, coloriture, tagli, aggiunte, ormai totalmente indipendenti dall’originario «creatore», il pastore che ha incamminato un gregge di pixel verso un recinto mai chiuso in modo invalicabile: c’è sempre una pecorella in Photoshop che si vuole smarrire. Il valore testimoniale della fotografia era la convinzione che ci fosse stato uno spazio e un tempo in cui fotografo e soggetto erano stati di fronte, e che la foto esprimesse l’oggettività certificata di quell’incontro, di quella sovrapposizione spazio-temporale; una narrazione notarile del reale, una fotocopia del vero dai inserire agli atti. Ciò è avvenuto nell’era dell’istantanea, nata fra le due guerre e diffusa dal rotocalco illustrato, insieme al totalitarismo e alla propaganda che di foto e di fotomontaggi, da John Heathfield in poi, hanno fatto l’uso più ampio, sempre pretendendo che fosse icona della realtà.

Ma la foto digitale è una narrazione senza spina dorsale, una rappresentazione morbida che si lascia piegare dai contesti cui viene adattata, prendendo le distanze dal suo autore, emancipandosi dai suoi sentimenti e dai suoi intenti. È un’icona pop; può far vendere qualche copia a un settimanale di gossip, può mostrare le incertezze del ceto politico prigioniero di un’autoreferenzialità culturale, può rallegrare uno, cento, mille blogger ma quanto a essere testimone della verità, questo proprio no. Effetti duraturi meno che mai, nemmeno se la foto è scattata nei bagni neo-pompeiani di Palazzo Grazioli. Un punto di spread poté quello che centomila scatti invano tentarono, rimanendo soltanto nell’immensa memoria cache di Internet che tutto mostra e tutto dimentica.

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4 Risposte a Una senatrice all’IKEA

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