Leah Messersmith

Nella disperazione universale della Grande Depressione del '29 nascono negli Stati Uniti le «maratone di ballo», una forma estrema di lotta per la sopravvivenza. Coppie di ballerini, professionisti e non, dovevano danzare per giorni senza fermarsi mai, davanti a folle di spettatori. La coppia più resistente avrebbe vinto alla fine una manciata di dollari.

Le maratone di ballo, le walkathons, crebbero nelle piccole e grandi città del paese fino agli anni '40, quando vennero bandite sotto l'accusa di essere inumane. La competizione-spettacolo, spesso orchestrata da un regista, vedeva le coppie ballare per settimane o mesi, nella speranza di resistere più degli altri e incassare il premio finale. Spesso partecipavano coppie di maratoneti professionisti, iscritte da agenti e pubblicizzate come i soliti «eroi del sogno americano» con nomi come «The Ohio Sweetheart Team». Durante i tempi duri della grande Depressione, le maratone di ballo davano un tetto, del cibo e la possibilità di fare carriera, che il più delle volte si rivelava solo un'illusione.

Il regolamento richiedeva di rimanere in costante movimento per 45 minuti ogni ora - un piede su, un piede giù - alle volta andando avanti più di 40 giorni, prima che l'ultima coppia rinunciasse per stanchezza. Non di rado si continuava a ballare, o meglio camminare o meglio ancora «spostarsi trascinando i piedi», con uno dei due partner abbandonato al sonno e l'altro che lo sosteneva, legando le mani del dormiente attorno al collo con un fazzoletto; gli uomini portavano le donne, le donne trasportavano gli uomini, mettendo in atto ogni pratica possibile per continuare a muoversi. Visto che era proibito toccare per terra con le ginocchia, spesso le coppie legavano i propri corpi tra loro, per evitare di sbandare.

Per non annoiare il pubblico, venivano inserite delle serie di sprint. In altre parole venivano eliminate le pause di ballo, facendo continuare a danzare le coppie senza sosta e costringendole a una drammatica eliminazione che attraeva pubblico in massa. Come prevedibile, le coppie iniziavano ad accusare la fatica, deliravano, diventavano isteriche, parlando a se stessi o a persone immaginarie. Tutto questo faceva parte dell'attrazione per il pubblico. Il pubblico si affollava alle maratone di ballo per vedere l'ombra esistenzialista del sogno americano - per credere nell'abilità delle giovani coppie di guadagnare dei soldi con le uniche cose che avevano: i loro corpi e la loro resistenza. Dal punto di vista delle regole avevano effettivamente questa possibilità, ma la gente pagava per vedere la lotta con se stessi, l'esaurimento, il limite umano e la drammatica rinuncia.

June Havoc, che iniziò a ballare alle maratone all'età di 14 anni scrive, nel libro di Frank Calabria, Dance of the Sleepwalkers (Popular Press, 1993): «Il nostro degrado era considerato intrattenimento; il sadismo era sexy; il masochismo era talento». Questo clima di competizione e di dipendenza fisica forzata (tra i due partner di ballo) suonava come qualcosa di familiare al pubblico del tempo. Così come questo dolore generato dell'idea di «ballo» - qualcosa generalmente possibile e ricercato solo quando stiamo fisicamente bene e senza dolori. Quando abbiamo avanzato abbastanza energia dalla giornata per poterci muovere ed esprimere la nostra gioia nel tempo libero.

Nel 1969 uscì un film basato sul romanzo di Horace McCoy (1935), centrato sul clima di queste maratone e chiamato Non si uccidono così anche i cavalli?, sottotitolo della locandina Le persone sono l'estremo spettacolo. Scena finale: «[…] forse è solo che tutto il maledetto mondo è come il casting di un film. Hanno truccato tutto prima del tuo arrivo… Ho deciso che scenderò da questa giostra. Sono così stanca di tutta... la vita. E non mi si danno lezioni sul sole!». Prese una pistola dalla borsetta, per togliersi la vita. Quando si accorse che non era capace di premere il grilletto per uccidersi, pregò Robert di farlo («Aiutami, ti prego!»). Lui le chiese: «Dimmi quando» e quindi mise la pistola alla sua tempia. Quando lei rispose «Sono pronta, ora», egli distolse lo sguardo e premette il grilletto. Lei si immaginò… come cadendo su un morbido prato d'erba. Si udirono le sirene, l'ambulanza caricò il suo corpo su una barella.

Un poliziotto interrogò Robert mentre lo portavano via. Gli chiese perché lo avesse fatto e lui rispose: «Perché me lo ha chiesto lei... non uccidono così anche i cavalli?». È stato un atto di pietà umana, così come si uccidono i cavalli per alleviargli le sofferenze. Il film si chiude con le ultime battute di Rocky, l’animatore della sala da ballo vestito in giacca bianca, che arringa la folla: «Yowza, Yowza, Yowza. Sono ancora qui! Questi grandi, fantastici ragazzi! Ancora lottando! Ancora sperando! Così come girano le lancette della sorte e continua la danza del destino! La maratona continua! Quanto potranno durare ancora? Vediamo, dai!»

 traduzione dall'inglese di Carlo Feller

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