Paolo Carradori

Si esce dal Teatro Goldoni storditi. Forse perché quei suoni inquieti, il grande muro nero, le nebbie oniriche, le luci taglienti, gli effetti deformanti, corpi e sentimenti deformati ci sono rimasti dentro. Catapultati fuori, nel mondo reale, ci ritroviamo allora come indifesi e fragili Gregorio. Ma una convinzione l’abbiamo, la lettura di Silvia Colasanti e Pier’Alli de La Metamorfosi di Kafka centra due risultati decisivi : emoziona, fa riflettere. Mix realista, espressionista, visionario teatro sonoro dal sapore brechtiano che trascina al centro dell’azione, nel turbinio di sentimenti negati, nelle forti implicazioni sociali. Traccia antiromantica che non «rappresenta» ma fa parlare uomini e donne puntando ad una possibile unità tra scena e musica. L’allestimento è spericolato.

Nel claustrofobico frugale spazio grigio-ruggine, che il grande muro nero dilata e restringe con i suoi movimenti, disturbato da ombre e fascinose proiezioni video, si assiste alla disintegrazione della famiglia Samsa. La scelta soft di Pier’Alli nel disegnare un Gregorio come insetto poi non così raccapricciante – puntando più agli sviluppi mimico/motori del personaggio che ad estremismi cronenberghiani - stride ancora di più con la mostruosa «normalità» intorno a lui. Il servile cinismo del padre, l’amore materno declamato ma subito prosciugato, la sensibilità della sorella ben presto immolata sull’altare della ragion di famiglia, il distacco della Governante, la fredda logica imprenditoriale del Procuratore come la sprezzante ironia degli ospiti angosciano molto più della condizione di Gregorio.

Che anzi sentiamo subito vicino nella sua disperante, umana ricerca di affetto. La voce fuori campo e il coinvolgimento del coro per sonorizzare l’insetto funziona. Rende diretta e toccante la comunicazione, offre spessore alle riflessioni esistenziali, risolve non poche problematiche logistiche. Spiazzanti anche le scelte estetiche riguardo struttura e linguaggio. «Opera della solitudine in tre parti», che non rompe quindi con la tradizionale suddivisione in atti, dopo Debussy praticamente del tutto cancellata nel teatro musicale del ‘900.

Non ne risente però la continuità, la costante progressione drammatica del lavoro; anzi i brevi intervalli risultano come buchi neri, spazi, silenzi dove sviluppare il continuo interscambio tra interiorità e realtà. Anche organico e stile vocale, nel rapporto testo-musica, rimangono aderenti al repertorio lirico salvaguardando la dimensione melodica. Certo non si ritrovano le forme chiuse dell’aria, gli obbligati con i quali si disegnava la psicologia dei personaggi. Ma le parti cantate rimangono predominanti rispetto al linguaggio parlato che risulta minimale. Sedimento tradizionale che la potenza evocativa di musica, scenografia e immagini schiacciano, relegandolo ai margini dello sviluppo narrativo. Le ideazioni, le trame video come una lente deformante regalano dimensioni e letture inusuali dello spazio, dei personaggi, della storia. Architetture astratte e visionarie, figure felliniane, oggetti che si decompongono, evocano Dalì, Ernst ma anche il cinema di Hitchcock.

Su questo ribollire di interferenze la musica della Colasanti si muove mirabilmente coerente, capace di scavare nelle viscere più profonde e inquietanti della vicenda. Forza prorompente e passionale che disegna sentimenti, trasmette la tensione del continuo accumularsi sul palco di elementi e pulsioni drammatiche. Affascina l’ambiguità delle partiture. Severe, costruite su ostinati, ripetizioni nervose, diminuendo e crescendo, lampi di suono che come lame di ghiaccio si conficcano nella trama emozionale kafkiana. Ma la Colasanti lascia sempre aperta una via d’uscita, una luce.

Musica complessa, stratificata, satura, capace però di rarefarsi, aprirsi a grazie melodiche. Ansie e travagli, sistematicamente sottolineati dalle percussioni, si attenuano allora in un panorama sonoro dove si intravede un bagliore lontano, possibile riscatto, per poi rituffarsi nel magma sonoro di violenti vortici. Percorso rigoroso che si sviluppa nei meandri di un suono collettivo sublime, prosciugato, mai autocelebrativo, che non trancia definitivamente i ponti con tonalità e melodia. Capacità creativa di costruire un segno, un suono, un sogno contemporaneo con la consapevolezza, la ricchezza del passato.

La Metamorfosi
Libretto: Pier'Alli
Musica: Silvia Colasanti
Direttore: Marco Angius
Regia, scene, costumi, luci e ideazione video: Pier’Alli
Festival del Maggio Musicale Fiorentino

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4 Risposte a La Metamorfosi: drammaturgia della normalità

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