Christian Caliandro

Nella sala del Museo de la Revolución dedicata a Ernesto Che Guevara e a Camilo Cienfuegos ci sono le statue di cera dei due eroi che, in un angolo di foresta meticolosamente riprodotto, puntano lo sguardo verso l’avvenire. È come assistere alla decomposizione di un sogno. Tutto impolverato, tutto rovinato, tutto rotto e aggiustato e poi rotto ancora. Può essere affascinante.

La Biennale – qui ancor più che in qualsiasi altra città d’Europa e, forse, del pianeta – è decisamente un corpo estraneo. Un circo triste, che piomba in un contesto urbano di cui nulla sa e su cui non interviene. In queste rovine non c’è desolazione (almeno, a me non sembra: ma posso sbagliarmi). Sono rovine «vive», per così dire, che se ne fregano del fascino proiettato verso gli sguardi esterni, che resistono alle semplificazioni da cartolina e che conducono la loro esistenza insieme alle vicende umane che ospitano. Questa è una città realista. Ma il mondo dell’arte non lo è, e non può dunque conoscerla se non molto superficialmente. Semplicemente, non gli interessa conoscerla. Fa il suo numero, ignorando ed essendo ignorato, e poi va via per installarsi in qualche altro posto. Il mondo dell’arte contemporanea è una muffa culturale.

Test1: inaugurazione della mostra al Centro Guayasamín. Subito si articola l’atmosfera surreale – come al solito. Nella corte si affacciano perfomer cubani a dire incomprensibili messaggi performativi, nel totale disinteresse e nel bel mezzo di un casino infernale. Nessuno sente nessuno, nessuno sente niente. A nessuno importa realmente. Sai che c’è un’azione, un rito sociale in corso, e questo è quanto. Al piano di sopra, devi levarti le scarpe per guardare le scritte per terra di Carlos Garaicoa, come se fosse una moschea o un tempio buddista.

Test2: questi sono i vampiri, ma i vampiri veri. Dietro una vetrina (sempre, rigorosamente dietro una vetrina), gli spettatori osservano gente che lavora. Si configura una costante relativamente nuova: è come se gli esseri umani fossero ormai talmente disabituati alla pratica del lavoro manuale (sentendola enormemente estranea alla propria quotidianità), da poterla percepire ormai solo come oggetto ‘esotico’. In modalità, per così dire, Museo di Storia Naturale o al massimo di Etnografia. La vetrina registra una distanza incolmabile dalla familiarità con la realtà materiale.

Test3: al Gran Teatro de l’Habana, la megamostra autocelebrativa del mondo dell’arte. I giovani artisti sudamericani invitati, educati nelle scuole e nella accademie di Londra e di New York, hanno fatto esattamente ciò che ci si attendeva da loro. I lavori-compitini – tutti ordinati nelle loro scatoline, disposte in bell’ordine all’interno di questo spazio oggettivamente strepitoso eccessivo e fuori scala che è il Gran Teatro (strepitoso, eccessivo e fuori scala proprio perché appartiene ad un altro ordine di idee e di valori rispetto a ciò che adesso, occasionalmente, contiene) – ruotano nominalmente attorno al tema «Practicas Sociales». Ironia della sorte, verrebbe da dire. Ma qui la sorte non c’entra: queste opere rafforzano il canone bislacco dell’arte dell’ultimo quarantennio.

Tutto attorno e in mezzo, i soliti rituali di bacini e «come stai?!?», «che ci fai qui?» (che ci faccio secondo te a L’Havana?). E nessuno, ma proprio nessuno, che si domandi come mai questo luogo, questo evento e questo momento appaiano così disconnessi dalla realtà rumorosa e vivace che si anima appena fuori dalle enormi finestre (effettivamente nessuno si affaccia neanche, a queste finestre). O forse no, forse se lo stanno domandando in molti (anche perché la cosa è troppo evidente): solo, la questione viene mentalmente derubricata con un «non pertinente».

Potremmo essere ovunque, adesso: a Gwangju, a Venezia, a Caracas, in India o negli Stati Uniti. E questo vuol dire che il modello delle Biennali ha fagocitato tutto il resto. Questa tribù irrispettosa, e tutto sommato pacchiana, continuerà a vagare per il globo, per posti con cui non ha pressoché nulla in comune. Finché qualcosa di nuovo e di grosso non interverrà a modificare radicalmente lo scenario.

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3 Risposte a Biennale de L’Havana: la decomposizione è un sogno

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