Michele Emmer

Ci sono film che bisogna andare a vedere, per forza. Capita magari che poi si abbia una cocente delusione, eppure non se ne poteva fare a meno. Mi è capitato di andare a vedere un film per una ragione molto partticolare. Esiste a Trento un festival del cinema. E in quel festival del cinema esiste un premio intitolato a mio padre, a Luciano Emmer (detto per inciso la moglie Tatiana e la famiglia non lo sapevano neppure. Ma questa è un’altra storia, di educazione). Ora il sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici Italiani ha deciso di assegnare il premio Emmer al film L’enfant d’en Haut (titolo italiano Sister) di Ursula Meier.

Con la motivazione: «il film esplora gli squilibri e le contraddizioni nascoste nel mondo dorato di una stazione sciistica di lusso. Affrontando la vita di Simon che ruba costosissimi sci e rivende a prezzi irrisori non solo per mantenere se stesso e la sorella ma anche per comprare un inappagabile bisogno di tenerezza e un’effimera felicità, Ursula Meier, alternando il taglio realistico a suggestioni favoleggianti, mantiene alto il tono dell’analisi sociale evitando la trappola del conflitto di classe».

Fortunatamente prima di vedere il film non avevo letto la motivazione. In effetti ho visto un altro film da quello descritto nella motivazione. Ho visto un film bellissimo, con il personaggio del ragazzino eccezionale. E la madre ragazza assolutamente perfetta nella sua estranietà. Il film si svolge in Svizzera. Tra il basso della valle, delle case popolari, che evidentemente ci sono anche lì, e la montagna, dove i turisti, i benestanti vanno a sciare. E il ragazzino deve arrangiarsi, ruba, dai panini agli sci, per guadagnare qualcosa, per dare da mangiare alla madre che si spaccia per la sorella, perché con un figlio non troverebbe facilmente uomini che la pagano. E protagonista non è la stazione sciistica, sono le montagne, la neve, i boschi, la teleferica, quella teleferica che ogni giorno porta su in alto (il titolo in italiano è assurdo nel voler svelare) il ragazzino, e poi lo riporta giù. Quella cabina della teleferica rossa sui cui svetta la croce bianca Svizzera.

Ma non cerca il riscatto sociale il ragazzino, non sa nemmeno che cosa sia, vive nell’unico modo in cui sa vivere. E cerca di prendere più franchi Svizzeri che può, e quando li ha nelle mani li liscia, li tratta con cura, sa che da quei franchi dipende la sua vita e quella di sua madre. E i franchi Svizzeri sono coprotagonisti della storia. Che è una favola, anche, ma dura, come quando la madre chiede al figlio i soldi che ha guadagnato, tutti i franchi Svizzeri, per poter dormire accanto a lei. Cerca il calore della madre, non avevo mai visto una scena così dura: il figlio che paga la madre per dormire accanto a lei, e sono franchi Svizzeri.

Senza speranza, ovviamente il film. Con il ragazzo che piscia dall’alto della montagna verso la valle, una valle della Svizzera. Certo come dicono i giornalisti non c’è la lotta di classe, è una storia di due personaggi in cui ci si immedesima, senza alcuna comprensione né pietà. Sono quello che sono, nella Svizzera di oggi, nella cassaforte del mondo. E cercano di vivere. E ne viene fuori un film che ha strappato degli applausi alla fine, succede rarissimamente in una sala romana. E quelle inquadrature dei fili della teleferica, della luce della montagna, degli alberi, della neve. La natura assiste, non si preoccupa, non reagisce. E neppure lui, lo straordinario ragazzino, non reagisce, non sa vivere in altro modo, non ha avuto alcuna altra possibilità, ma sa che dai franchi Svizzeri dipende la sua vita. Piange alla fine, disperato perché anche quella sua ricerca di vivere tra le pieghe della società fallisce, e piange e piscia verso la valle da cui proviene. Si ribellerà, la madre lo aiuterà? Non lo sapremo mai. Ma quei volti, quei luoghi, quella luce ci restano in mente. Per molto tempo.

Un film politico, strettamente politico (certo non nel senso di come vengono etichettati dai critici i film cosiddetti «politici») che parla di emarginati (perché? Non lo sapremo mai, come di tanti), di rifiuti della società, della società che non li vede nemmeno. Capita raramente che un film, che peraltro parla di favole e di montagne e di neve, riesca a mostrarci l’assurdità della nostra vita, delle nostre società basate sul consumo, sui soldi, sui franchi Svizzeri. Abbiamo bisogno che un parte cospicua del mondo, anche in Europa, viva non mettendo in discussione il modello, non accorgendosi nemmeno che un modello diverso esiste, non ne hanno le possibilità culturali. La cultura, la politica, l’arte, sono scomparsi, sono rimasti i franchi Svizzeri. Un film profondamente educativo, ed esteticamente perfetto. I due personaggi non si dimenticheranno facilmente. Certo, come dicono i giornalisti, non parla di lotta, non parla di crisi. Parla solo di franchi Svizzeri, in Svizzera. Un’ultima annotazione. È vergognoso che un film del genere, premiato a Berlino, che ha avuto 50.000 spettatori in Francia nella prima settimana, sia uscito a Roma in due sale, una con 100 posti. Ma l’importante sono i franchi Svizzeri.

Mike Leigh consegnando l’Orso d’Argento Speciale al Festival di Berlino a Ursula Meier ha dichiarato: «Il film è una riflessione poetica e appassionante sulla relazione tra due persone, splendidamente raccontata e ambientata con grande immaginazione nel panorama inusuale di una stazione sciistica. Il film conduce un’analisi brillante del rapporto tra ricchezza e povertà ed è scritto e diretto in modo geniale da Ursula Meier. Le interpretazioni di Kacey Mottet Scott e Léa Seydoux, sono formidabili». Passate parola!

Regia: Ursula Meier
Interpreti: Kacey Mottet Scott, Léa Seydoux, Martin Compston, Gillian Anderson, Jean-François Stévenin
Francia 2012
Distribuzione: Teodora Film e Spazio Cinema
Durata: 97'

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8 Risposte a Ho visto un film, finalmente!

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