Francesco Galofaro

Vorrei congedarmi da Stefano Tassinari: dall’intellettuale e dal militante. Me lo presentarono una sera ad una festa di Liberazione, tanti, tanti anni fa. In principio, mi parve diffidente: la cerchia di semiotici ed intellettuali un po’ snob del «giro» di Eco rappresentava un modo di intendere la cultura molto distante dal suo. In seguito, il cuba libre allo stand cubano con Stefano sarebbe divenuto un rito di passaggio obbligato delle mie serate estive. Non cessò mai di essere «militante», nel senso più vero e genuino del termine. Una passione reciproca, quella con Rifondazione; come nei più solidi rapporti amorosi, comprendeva anche un fondo di mutua incomprensione. Attendevo i suoi interventi politici fustigatori: non siamo mai riusciti a mettere al centro della nostro interesse la relazione tra cultura e politica - un ritardo della sinistra.

Dopo le riunioni, o nei corridoi, nei momenti di stanchezza, si discuteva a spizzichi e bocconi di letteratura, della quale Stefano aveva il culto. Non ho avuto occasione di parlare di letteratura polacca con altre persone, a Bologna. Stefano era parte di quel ristrettissimo novero di autori che, oltre a scrivere, si dà anche la pena di leggere. Era un profondo conoscitore degli altri. La scrittura contemporanea è parassitaria rispetto al cinema, alla fiction… Stefano al contrario era uno zelota della lingua. A fare la differenza, ripeteva, è la qualità della lingua. Una lingua che si fa teatro, lettura pubblica, collaborazione con musicisti; una lingua che permette alla storia di uscire dal volume, e che trasforma la presentazione del romanzo in un momento elevato di comunione e di condivisione. Così erano le sue serate all’ITC di San Lazzaro.

L’ultima volta che l’ho visto, presentava una serata su Bianciardi, cui aveva dedicato anche un numero della sua rivista, dal rematico titolo «Letteraria». In Bianciardi lo appassionava il «lavoro culturale». Un’espressione che ha sicuramente un senso chiaro, ed uno più nascosto. La cultura, la letteratura, è lavoro nobile e impegnativo quanto gli altri; non è lo stile di una forma di vita parassitaria, non è il superfluo cui dedicare il tempo libero, non è la voce del bilancio da tagliare. Il senso secondo, più recondito e poggiato su assonanze remote, è che il lavoro culturale è lavoro politico militante: non conosce orari, è totalizzante, ci dedichiamo ad esso con tutti noi stessi, fino in fondo, fino a farci spremere e sfruttare, fino alla fine.

Quella sera, quell’ultima sera alla Scuderia, Stefano non riusciva più a leggere, e mi chiese di farlo al posto suo. Fu in fondo un momento molto intimo, con la compagna di Bianciardi, Mara Jatosti, con Alberto Bertoni, Niva Lorenzini, Mario Dondero che rubava qualche scatto qua e là. Ma fu da parte di Stefano anche un rigoroso esempio di lavoro intellettuale portato a fondo, a dispetto della sua travagliata passione corporale, fino alla fine.

Share →

6 Risposte a Un ricordo di Stefano Tassinari

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!
THIS ARM / DISARM
Le macchine armate di Paolo Gallerani in un filmato di Maurizio Gibertini - Milano 10 marzo guarda il trailer