Lucia Tozzi 

Gli effetti del networking sul lavoro indipendente

interrogativo più imbarazzante che ricorre nelle analisi sulla precarizzazione e sul degrado del lavoro – in special modo intellettuale – riguarda l’assenza di coesione tra le masse di individui interessati in maniera attiva e passiva da questo processo. Nonostante il continuo fiorire di reti e movimenti, nazionali e internazionali, qualsiasi tentativo di costruzione di un pensiero e di un’azione comune di lungo periodo cede a un’inesorabile tendenza al frazionamento. Ed è qui che si concentrano i dubbi: perché la solidarietà, l’impegno, la forza collettiva si disgregano così velocemente? Perché i precari, gli autonomi, i disoccupati, i malpagati non producono un’intelligenza comune, una cultura del conflitto durevole? Perché preferiscono lottare separatamente per la propria sopravvivenza?

Le risposte sono per lo più moraliste e tautologiche: ignoranza diffusa, dominio dell’individualismo… Appiattite, soprattutto, su una prospettiva distorta. Questo frazionamento non è interpretabile come una pura dispersione orizzontale. Si tratta invece di un fenomeno di natura gerarchica: disaffezione da parte delle masse, appropriazione strumentale dei contenuti delle loro lotte da parte di élites che trasformano e monetizzano esperienze collettive in voci di curriculum, per spenderle a proprio vantaggio nel sistema dei media, delle università e dell’editoria (anche internazionale, vedi il caso Naomi Klein, o il profluvio di libri su Occupy). Appena uno sciopero, un’occupazione, un moto di popolo, un’iniziativa culturale antagonista iniziano a riscuotere un ascolto – non per forza un successo – sufficientemente grande per attirare l’attenzione generale, accorrono come avvoltoi non solo i giornalisti (che in fondo fanno il loro mestiere), ma attivisti, intellettuali, ricercatori, scrittori e registi determinati a, come dicono, «fare rete», ovvero ad agganciare l’energia delle sollevazioni altrui alle proprie pratiche e teorie spesso prive della minima attinenza con le lotte e le questioni in gioco.

Nella maggior parte dei casi questo affratellamento artificiale si traduce in una catena di equivalenze talmente contraddittorie da spegnere la potenza della mobilitazione. Il pensiero della moltitudine si mortifica prima ancora di formarsi. Chi lotta per il basic income si trova ad applaudire i difensori del professionalismo, o magari un sindacato che gli rema contro. C’è da stupirsi se a un certo punto molla, fa silenzio, comincia a occuparsi d’altro? Le “reti” si restringono allora a pochi membri, selezionati per la loro maggiore capacità predatoria, in grado di trasformare (recuperare, avrebbe detto Debord) l’esperienza in libri, mostre, incarichi.

Inquadrato da questo punto di vista, il quesito originario cambia in modo radicale. La vera domanda diventa infatti: come è possibile che le reti di precari, autonomi, antagonisti, autorizzino e addirittura alimentino questo processo di espropriazione del proprio carico di saperi collettivamente elaborato? Perché lasciano che gli obbiettivi delle proprie battaglie vengano neutralizzati dall’associazione opportunistica con battaglie e obbiettivi spesso antitetici, senza riuscire a esercitare alcun distacco critico? Perché assecondano docilmente la gerarchia in strutture, come le reti, che per definizione dovrebbero essere luoghi «orizzontali» di libertà intellettuale?

Per rispondere a questa domanda è indispensabile partire dalla decostruzione della retorica dominante sulla rete. Non serve qui fare ricorso alla già immensa letteratura che svela le false libertà di internet, nonché ai primi critici del nesso tra i social network e le rivoluzioni. Rete, d’altronde, non coincide sic et simpliciter con internet; è un legame sociale, non tecnologico. Basta focalizzare lo sguardo sul mondo del lavoro, cognitivo e non, per rendersi conto che la precarizzazione è un processo fondato proprio sulle reti. Non solo perché le reti catturano le competenze appena vengono socializzate. Ma per la dipendenza strutturale dalla rete cui ogni individuo viene sottoposto. La progressiva distruzione del welfare obbliga i singoli a una responsabilità personale e vincolante, costringendoli alla costruzione di reti formali e informali in grado di assicurare l’accesso tanto al lavoro quanto ai servizi necessari alla sopravvivenza: scambio di informazioni, di conoscenze, di cooperazione economica, sociale e politica. Chi non sa costruirsi una buona rete, o peggio ancora compromette la sua, è sanzionato dall’emarginazione sociale, e talvolta anche dalla messa a rischio delle proprie possibilità di sopravvivenza.

Intesa in questo senso, la rete è dunque uno dei dispositivi più ricattatori della contemporaneità. A dispetto di tutta la sua retorica orizzontale, è naturalmente predisposta alla verticalità e alla promozione del conformismo. Non a caso è oggi uno degli attrezzi principali del capitalismo cognitivo, che nel suo costante sforzo di estrarre valore da qualsiasi prodotto della collettività è riuscito a imporre le sue leggi quantitative al mondo delle reti: massima espansione, massima visibilità e massima intersecazione. Numero dei contatti, conteggio degli accessi, idropisia della rubrica telefonica, bulimia degli appuntamenti e degli impegni… Con rare eccezioni, dalle associazioni di volontariato ai gruppi di attivisti radicali, dalle startup ai circoli intellettuali, tutti oramai hanno introiettato un comportamento ispirato al modello della lobby dotata di ufficio stampa: verticismo, presenzialismo, cultura del fare, comunicazione, associazione indiscriminata ad altre reti. Princìpi di produttività, legati al valore della condivisione entusiasta, non certo a quello della libertà di pensiero critico. Vince – ascendendo all’empireo delle firme, allo star system dei grandi cumulatori di cariche, conferenze, curatele e via dicendo – chi elabora proposte conformi ai desideri dei vertici, chi concilia, chi aggrega, chi appiana le contraddizioni. Agli altri è riservato un ruolo da groupies o bastian contrari. È il trionfo dell’indistinzione sul confronto delle idee. In assenza di un conflitto che quasi nessuno ormai può più permettersi, pena l’esclusione, i grandi dibattiti politici e culturali sono diventati merce per i giornali.

Per recuperare un’idea di cultura come conflitto, per restituire alle persone la facoltà di costruire idee e obbiettivi comuni, è sempre più urgente, sostiene Sergio Bologna, ripercorrere e decostruire la filiera della cultura che il capitale ha edificato. Per farlo, è necessario in primo luogo farla finita col mito delle reti, col sistema delle firme, con una falsa orizzontalità che tanto più genera subordinazione quanto più proclama di emancipare.

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