Antonello Frongia

In una breve intervista pubblicata nel dicembre 1978 in Mettiamo tutto a fuoco! Manuale eversivo di fotografia, Tano D’Amico parlava tra le altre cose della «fotografia di movimento», del lavoro del fotografo, delle immagini della violenza, dell’autocensura: «Io come uomo – scriveva – non mi sento di fottere le persone che mi sono state vicine; magari sbaglieranno ma a ognuno il lavoro suo, non sta a me fare il lavoro del poliziotto, del delatore, dell’“educatore”». D’Amico, che aveva 36 anni, si riferiva a un problema etico e politico molto sentito dai fotografi non allineati con il «quarto potere»: qual è il lavoro del fotografo? che cosa deve «produrre», a partire da quali «materie prime», per quale pubblico? Queste domande dovevano circolare almeno dal 1973, quando una fotografia di Uliano Lucas pubblicata in Cinque giornate a Milano venne utilizzata come prova d’accusa in un procedimento giudiziario. Secondo un meccanismo che in altri contesti ha ben studiato John Tagg, fotografie nate come come testimonianza e informazione venivano tramutate dallo Stato, a proprio vantaggio, in documenti con valore legale. Ma dietro le parole di Tano D’Amico è possibile leggere in modo specifico il suo ruolo di testimone in occasione della manifestazione romana del 2 febbraio 1977, che portò al ferimento del poliziotto Domenico Arboletti e all’arresto, altrettanto cruento, di Paolo Tomassini e Leonardo «Daddo» Fortuna.

Le fotografie di quella mattina realizzate da Tano D’Amico sono al centro di Daddo e Paolo. L’inizio della grande rivolta. Roma, piazza Indipendenza, 2 febbraio 1977, un libro che attraverso materiali dell’epoca e memorie personali ricostruisce il contesto politico di quei giorni e ricorda soprattutto la figura di Daddo, da poco scomparso. La fotografia più pregnante della serie rimane quella in cui proprio Daddo, in fuga dopo gli scontri, si ferma a sollevare da terra il compagno ferito alle gambe, poco prima di essere colpito anch’egli dai proiettili della polizia. È l’immagine-simbolo della solidarietà in battaglia, dell’umanità della lotta, che tuttavia D’Amico, coerentemente con la posizione espressa nell’intervista del ’78, decise di mantenere nell’ombra. Le armi che vi compaiono, tenute nella mano destra da Daddo in fuga, avrebbero finito per costituire una volta di più l’elemento di prova a carico del movimento, legalmente e simbolicamente. Come lo stesso D’Amico ricordò nell’intervista del 1978 a proposito di un articolo de l’Espresso, «mi sembrava una foto che poteva essere interpretata in un solo modo ma dal pezzo scritto risultò che i due compagni non erano quelli che avevano subìto la violenza maggiore, ma quelli che l’avevano fatta».

Nel suo contributo, Raffaella Perna ricorda che l’approccio di Tano D’Amico è da sempre alternativo alle pratiche di sfruttamento tipiche del reportage d’assalto: a essere privilegiata nel suo lavoro è la dimensione privata, l’identificazione con il movimento, gli stati d’animo di chi vive la manifestazione politica. In questo caso un dettaglio relativamente minore nell’economia visiva dell’immagine avrebbe rischiato di dissolvere il senso più profondo della sua presenza in quella strada. Nel libro, questa fondamentale dimensione narrativa e memoriale viene ricostruita in più modi: anzitutto dalle parole di Tano D’Amico, che (caso non frequente tra i fotografi) parla di sé e della sua storia senza necessariamente spiegare o interpretare le proprie immagini. La sua è una narrazione articolata, in terza persona, una letteratura che lascia alla fotografia la registrazione degli infiniti dettagli e che restituisce alla voce la ricerca del senso. Insieme a queste parole, il libro ripropone un’ampia sequenza di fotografie che precedono e che seguono quel momento simbolico divenuto l’icona di Daddo e Paolo: è la storia lunga di una giornata che inizia alla città universitaria e che si conclude con la sagoma di un poliziotto ferito segnata a terra con il gesso. All’interno di questa sequenza D’Amico propone alcune minime varianti di inquadratura dallo stesso negativo, come a voler rendere versioni leggermente diverse della medesima scena, tutte parziali malgrado la loro apparente assertività. Non si può comprendere la fotografia più memorabile di Paolo e Daddo senza questa catena di sguardi e di movimenti. Ma è a questa immagine che è possibile ancorare la memoria visiva di quel giorno e di quegli anni, perché nonostante il suo fragile equilibrio visivo è, come si dice nel gergo, una buona fotografia: una fotografia «risolta», che guida lo sguardo della mente ma non lo costringe, che restituisce una scena mettendo i suoi protagonisti su un lato, lasciando a loro una via per proseguire e a chi guarda uno spazio per il pensiero.

Daddo e Paolo. L’inizio della grande rivolta. Roma, piazza Indipendenza, 2 febbraio 1977, DeriveApprodi, pp. 143, € 20.

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