Christian Caliandro

Regna in Italia, in queste settimane e in questi mesi, un’atmosfera stranissima e interessante. Spettrale. Tutti sono distaccati, dissociati da ciò che sta accadendo realmente. In attesa di un futuro pessimo e cupo che si dipana nel presente. Presi in trappola. L’Italia sembra infestata, dal suo passato e soprattutto dai suoi demoni più recenti. Una specie di nostalgia malsana e diffusa per ciò che ci ha condannati: un voler tornare indietro, o meglio, un non voler andare avanti a vedere quello che ci aspetta oltre la collina. Per l’ignavia di sempre, mista alla paralisi e all’immobilismo che negli ultimi venti anni si sono aggravati. Cronicizzati.

Così, anche le analisi e le interpretazioni si aggirano spuntate nel paesaggio di spettri che è diventata l’Italia contemporanea. «Il Paese delle interpretazioni è abitato da un popolo che non sa interpretare», come scrive Giuseppe Genna in Dies Irae (2006). Le macerie economiche e sociali ricordano da vicino il secondo dopoguerra (e anche questo è diventato già, con rapidità impressionante, un mantra): manca però del tutto, almeno per il momento, lo spirito della ricostruzione. La spinta della ricostruzione. Quell’entusiasmo e quell’energia impastati di disperazione, dell’aver nulla da perdere.

Qui, invece, si rimane agganciati a vecchie manìe (vecchie di tre quattro decenni; e in alcuni casi anche di tre quattro secoli) e a meccanismi consunti. Che non hanno mai funzionato, e a maggior ragione mai funzioneranno in un contesto mutato per sempre. La realtà è lontana, viaggia distante, e non sembriamo in grado di afferrarla nemmeno per rigirarcela fra le mani. Figuriamoci per capirla. C’è una barriera, uno schermo – ancora, sempre – tra ciò che stiamo vivendo e ciò che ci raccontiamo. Tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Ricadiamo continuamente nel dominio, e nell’equivoco, della rappresentazione. La nostra passione per la «dissimulazione» – la distanza precisa e incolmabile tra ciò che affermiamo e ciò che facciamo, tra le nostre dichiarazioni e le nostre azioni, tra i nostri obiettivi presunti e i nostri comportamenti – ci sta fregando forse definitivamente.

Mentre i politici continuano a blaterare e a contendersi brandelli, spoglie, un intero sistema istituzionale (che già partiva da una condizione di fragilità estrema) va placidamente in frantumi. La maggior parte dei giornalisti si concentra sistematicamente sui dettagli più sbagliati, insignificanti e «fuori tempo», perdendo di vista la gigantesca trasformazione in atto; per forza: addestrati in un’epoca frivola, l’angolazione da cui osservano è inutile – anche dannosa – per decifrare ciò che accade, o anche solo per ordinare gli elementi. L’inadeguatezza dello sguardo è la cifra dominante.

Gli eventi realmente importanti appaiono dunque senza senso, come razzi sparati in una notte di nebbia; quelli superficiali e impermanenti assumono una rilevanza sproporzionata, proprio perché costruiscono per una classe dirigente in preda alla depressione un’ultima barriera dietro cui rifugiarsi, pur di non affrontare direttamente i veri problemi e le difficoltà epocali (meglio concentrarsi ancora, finché si può, sui siparietti e sull’eterna commedia delle parti: un’autentica ecolalia mentale e culturale che dall’esterno può sembrare asfissiante e psicotica, ma dall’interno ha il gusto zuccheroso della rassicurazione, della consolazione).

Quella che stiamo attraversando è, del resto, una disintegrazione tipicamente nostrana, da «Paese senza»: la parte tragica si colora comunque di tinte grottesche, da film di Zampa o di Comencini. Lo spettro di Ugo Tognazzi – uno dei tanti, uno dei migliori – si aggira per questo deserto con il suo inconfondibile ghigno.

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4 Risposte a Atmosfera spettrale

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