Jacques Sapir

Gli autori del «patto di competitività» ripongono le loro speranze nella «costituzionalizzazione» delle regole di bilancio. Questa misura, però, è foriera di catastrofi future, come dimostra l’esperienza storica. La lettera mandata dal presidente Nicolas Sarkozy ai deputati e ai senatori francesi il 26 luglio 2011 per esortarli a votare l’inserimento della «regola d’oro» del pareggio di bilancio nella Costituzione, esemplifica questa tendenza. Economisti, e persino uomini politici che si dicono d’opposizione, se ne sono fatti latori per approvarla! L’intenzione di sottrarre alcune regole economiche dal controllo del potere politico è un vecchio ritornello nella storia politica recente. È una proposta che si ritrova sia nei recenti tentativi degli Stati Uniti di inserire nella Costituzione il divieto di produrre deficit di bilancio, sia in Germania nelle considerazioni monetarie codificate nella Legge fondamentale. Essa, tuttavia, si basa soprattutto su un equivoco, su un fraintendimento di ciò che è una Costituzione.

In una Costituzione, in effetti, ci sono sia disposizioni strutturali sia disposizioni di diritto. Le disposizioni strutturali sono regole ordinatrici il cui scopo è quello di evitare che alcune questioni siano continuamente ridiscusse in ogni occasione. Queste regole dipendono però dal contesto in cui sono state decise. Lo hanno visto chiaramente alcuni autori, come Thomas Jefferson o John Locke, secondo i quali le decisioni di una generazione non possono incatenare le successive. Le disposizioni di diritto, invece, hanno il compito di escludere, dalle scelte prese a maggioranza, alcune decisioni al fine di tutelare i diritti individuali. Ma questa idea non può essere applicata alle regole di bilancio, che riguardano direttamente il legame politico e sociale fondamentale che costituisce il consenso alla tassazione. Niente dunque giustifica una misura di questo tipo, che è solo una diavoleria da politicanti costruita per seminare discordia tra i propri principali avversari.

Inoltre, voler limitare l’azione discrezionale del governo in materia di bilancio è un’idea molto pericolosa. Può condurre alla catastrofe, come mostra l’esempio dell’Austria degli anni Venti e Trenta. Il paese aveva conosciuto, immediatamente dopo il primo conflitto mondiale, una grave crisi da iperinflazione. I governanti austriaci avevano ritenuto opportuno introdurre nella nuova costituzione del paese una norma che vietava qualunque deficit di bilancio. Tuttavia, nel 1930, il sistema bancario austriaco attraversò una grave crisi. Il governo austriaco fu così costretto a ricapitalizzare urgentemente, nel 1931, il principale istituto finanziario, il Kredit Anstalt, indebolito a seguito dell’incauta scalata a un’altra banca, il Bodenkreditanstalt. In tutto questo non c’era assolutamente nulla di anormale, la misura era del tutto necessaria per la credibilità del sistema dei pagamenti. Solo che, per agire in questo senso, il governo austriaco dovette prevedere, in corso di esercizio, delle spese ulteriori. Cercò allora la somma, per l’epoca enorme, di 14 milioni di dollari americani, ma non riuscì a trovarne che la metà sulla piazza di Londra. Per onorare le scadenze, fu necessario procedere a un deficit. Ciò significava però violare la Costituzione. Per non provocare una crisi politica, il governo decise di tenere segreta la decisione. Il segreto, però, fu ovviamente scoperto, il che scatenò il panico e forti prelievi di capitali nel luglio del 1931. La «regola d’oro» aveva dunque rapidamente distrutto la reputazione del governo e del paese nel contesto della crescente crisi degli anni Trenta e portò a una nuova grave crisi monetaria. Il deficit di bilancio consentito per ricapitalizzare il sistema bancario austriaco era in realtà insignificante e assolutamente non in grado da solo d’indurre una forte destabilizzazione. Si vede qui come, per conquistarsi a buon mercato una reputazione monetaria, le autorità austriache si fossero messe in una situazione che le rendeva incapaci di reagire di fronte alle nuove crisi. Questo episodio rimanda alla notevole incertezza che esiste in economia e da cui nessuno potrebbe liberarsi.

Affinché un sistema di regole costituzionali possa sostituire un’azione discrezionale, è necessario che tutte le crisi future siano state previste e inserite nelle regole. Ma per avere una sicurezza a questo riguardo, si dovrebbe anche conoscere come si dispiegano tali crisi future. In altre parole, il ricorso alla regola costituzionale in economia, salvo possedere il dono della chiaroveggenza, non elimina il rischio di totale incertezza. Invece, omettendo di predisporre una via di uscita attraverso il riconoscimento della legittimità dell’azione discrezionale, che è anch’essa l’esito di un potere democratico, il ricorso alla regola costituzionale crea un’ulteriore incertezza sull’uscita dalla crisi […] Infine, inserire il pareggio di bilancio in Costituzione è un’idea profondamente antidemocratica. Le regole, e in primo luogo le regole di bilancio, sono una delle basi su cui si fonda la legittimità politica dei governi. Esse rimandano necessariamente a strutture sociali. Volerle disgiungere dal controllo che la rappresentanza della società (il Parlamento) può esercitare su di esse, equivale svuotare la democrazia del suo significato […]

Se la misura di «costituzionalizzazione» di una regola che limita il deficit di bilancio dovesse essere adottata, ci troveremmo di fronte a un evidente attentato ai principi della democrazia e, soprattutto, se non potessimo più rispettare questa regola, avremmo la garanzia di trovarci alla fine di fronte a una crisi finanziaria assai più grave.

Anticipiamo un brano tratto dal libro di Jacques Sapir, «Bisogna uscire dall'euro?» in uscita oggi per ombre corte

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5 Risposte a La menzogna della «regola d’oro»

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