Giorgio Mascitelli

Nello scorso mese di febbraio il ministero dell’istruzione ha annunciato la sperimentazione del progetto VALeS, che consentirebbe una valutazione oggettiva e scientifica del cosiddetto valore aggiunto delle attività degli insegnanti e delle scuole. Si tratterebbe in breve di una valutazione espressa in termini quantitativi della capacità delle scuole di insegnare, ottenuta dai dati di test in alcune materie, le prove invalsi, ricorretti da dati «ambientali» sulla natura dell’utenza del singolo istituto e dell’attività del dirigente scolastico. Non intendo però soffermarmi sulla struttura di questo progetto e sulle sua finalità perché esiste una già significativa mole di analisi, spesso disponibili anche in rete, evidenzianti sia quella che si potrebbe chiamare con un generoso eufemismo la scarsa attendibilità di questo tipo di valutazioni sia la loro funzionalità alle politiche di taglio della spesa scolastica, quali si realizzeranno nei prossimi anni quando il programma di salvezza dell’Italia enunciato dall’onorevole Monti coinciderà con il ridimensionamento o l’eliminazione di quelle istituzioni che ancora si ostinano a occuparsi delle condizioni dei singoli italiani anziché dell’Italia in generale, che pure ci riassume tutti trascendendoci. Intendo invece occuparmi di un solo dettaglio ossia del concetto di valore aggiunto applicato all’ambito scolastico perché analizzandolo possono emergere tanti elementi di interesse complessivo. D’altronde, come dicono gli inglesi, il diavolo si nasconde nei dettagli.

La nozione di valore aggiunto proviene naturalmente dall’economia e, benché non sia un concetto rigoroso in assenza di una vera teoria del valore, può essere calcolato con una sua evidenza empirica essendo la differenza tra il prezzo e i costi di produzione di una determinata merce. Nel progetto VALeS, chiaramente, l’uso del termine è metaforico in quanto non esistono prezzi finali a cui fare riferimento né i costi di una scuola sono in qualche misura commensurabili con gli esiti finali, che so con il voto degli studenti agli esami di stato: chi ha coniato questa metafora vuole semplicemente comunicare che ha trovato un metodo analogo e altrettanto rigoroso a quello del valore aggiunto per calcolare la produttività degli insegnanti. Il problema è però che, mentre il concetto di merce ha in sé un aspetto quantitativo immediato, ossia il prezzo, il prodotto finale di una scuola non ha nulla di così immediatamente quantificabile (non, per esempio, i voti scolastici che sono degli indicatori e non delle quantità), si dovrà dunque scegliere qualcosa da misurare e in particolare quegli elementi dell’attività scolastica che si prestano a questo tipo di operazioni, anche se sono selezionati arbitrariamente tra molti altri altrettanto significativi, se non di più. In altri termini è la metafora del valore aggiunto che fissa quali dati si devono raccogliere per determinare il valore aggiunto dell’attività di una scuola.

È possibile leggere a vari livelli il significato di questo procedimento tautologico, alcuni dei quali molti sottili: ed è forse una tipica condizione di chi non ha potere dover dispiegare tutta la propria sottigliezza per comprendere le mosse grossolane di chi invece lo ha. Ma non è questa la sede per produrre un’analisi del genere. Mi limiterò pertanto a ricordare che negli intenti del ministero il valore aggiunto sarà il principale metodo, se non unico, di valutare una scuola in futuro, conducendo tutti gli istituti, comprese le scuole elementari, nel fantastico mondo dei rating e delle classifiche, che, come ci dimostra l’esperienza di questi anni in altri campi, attribuisce un potere pressoché assoluto a chi le redige.

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Una Risposta a Il diavolo e i dettagli

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