Mario Gamba

Otto contrabbassisti che formano un semicerchio sul palco del Teatro Lauro Rossi di Macerata. Suonano una improvvisazione concertata, così dice il programma. Significa che l’improvvisazione di gruppo ha un coordinatore, forse un ideatore degli itinerari da seguire. In questo caso è Julio Estrada, compositore messicano. Vari nell’ensemble omogeneo usano il doppio archetto. Non sono suoni comuni, nel senso di ortodossi, sono suoni della nuova costituzione materiale della musica: oltre ogni registro, per vivere l’instabilità e la sorpresa, con giudizio o senza. Qui con molto giudizio, molto progetto, molta connessione di menti e cuori. I glissando e gli sfrigolii in pianissimo si raccolgono e accavallano e dis-armonizzano.

C’è un crescendo che si costituisce in blocchi sonori. Blocchi sonori compositi, sfrangiati, molecolari: quadri informali ma a loro modo compatti. Rara bellezza timbrica di queste combinazioni in un procedere che ha molto di drammatico e anche qualcosa di ieratico. Il mondo del microtonale è esplorato fin nei più nascosti angoli, il padre Ligeti viene evocato ma bisogna pur ucciderlo, no? (Massimo Recalcati permettendo). Bellezza di un sapientissimo e ispiratissimo uso del concetto di «monocromo mosso»: sovracuti rumoristi e bassi cavernosi, tutto con una unitarietà curiosa, specie in una improvvisazione (preparata, si sa, con almeno dieci giorni di training), forse una vera comunanza di intenti creativi.

Il finale è teatrale e riserva commozione/rimpianto. Uno alla volta i solisti vengono al proscenio e suonano l’aria con colpi ritmati diversificati di archetto. Poi depositano l’archetto a terra. Vediamo il formarsi di un cumulo di archetti. Sul quale, da ultimo, Estrada pone un piccolo foglio di carta, forse un appunto, uno schizzo di musica, non si sa. E si capisce che cos’è quest’opera istantanea meditata: un omaggio alla memoria di Stefano Scodanibbio, morto giovane, crudelmente, a Cuernavaca, Messico, l’8 gennaio scorso.

Scodanibbio è il fondatore della Rassegna di Nuova Musica. Quest’anno a Macerata è il trentennale del festival e l’edizione è intitolata Ex tempore/Superscriptio II. Il programma, con un classico del ‘900 radicale e una improvvisazione concertata per ciascuna delle quattro serate, è firmato Scodanibbio. Lui stesso contrabbassista celebre oltre che compositore. Uno dei classici radicali - ma non diventerà classico museale nemmeno per decreto del gabinetto Monti - è John Cage. Il secondo e il terzo libro di Music of Changes (1951) vengono presi in consegna dal pianista Ciro Longobardi. Per capire se aprono ancora la mente. La risposta è sì. Caro Cage! Amabile e giocoso con qualche ricordo di Webern. Il puntillismo c’è, i suoni isolati ci sono, ma assimilati a un qualcosa di tonale, viene da dire, una successione come in una canzone mai sentita, difficile spiegarlo. Una conversazione di suoni che vagano con una grazia da piano-bar.

Esplosiva, mobile, teatralissima e infine misterica un’altra delle improvvisazioni concertate. A cura di Vinko Globokar abbiamo proprio il rito conclusivo che ci voleva. Entra per primo, sull’angolo sinistro del palco, tutto vuoto, l’immenso trombonista Sebi Tramontana. Con lo strumento e con la voce, con i suoni ingovernabili della voce e dello strumento che si confondono in una ambiguità sardonica fenomenale. Tra parentesi il set sarà un po’ la festa del trombone: tre nell’organico previsto (uno suonato da Globokar), oltre a due contrabbassi, un violoncello, un pianoforte e uno scarno assetto di percussioni. Finito il suo «numero» Tramontana se ne va. Lo stesso fanno i solisti che lo seguono. Ognuno col suo guizzo d’ingegno momentaneo. «Scrivono» all’istante una partitura che non esiste nella quale, in tutta la prima parte, la sostanza è la parata delle singolarità.

Quando tocca di nuovo a Tramontana e sembra riprendere il girotondo (schnitzleriano?), la durata dei «numeri» si accorcia e le entrate dei solisti successivi vengono anticipate, sino a quando accade che si trovano tutti presenti contemporaneamente. Ora c’è l’improvvisazione collettiva come ai tempi di Coltrane-Shepp-Ayler-Dixon e di Bailey-Parker-Bennink (e come ai tempi di New Orleans). Inutile negare che ammiriamo in particolare, soggiogati, la potenza dell’emissione di Globokar, la varietà del suo discorso di sabotatore sublime, oltraggioso e coraggioso. Si miscelano pizzicati ritmici e ostinati degli archi (Roccato, Giacomo Piermatti e Francesco Dillon), squarci tayloriani del pianoforte (Longobardi), esercizi avantgarde e languori del terzo trombone (Filippo Vignato), essenze metalliche delle percussioni (Enrico Malatesta). L’opera si conclude fuori scena, si allontana, evade dal suo recinto. I musicisti sono spariti e si sentono in qualche posto che non è la sala. Suoni a mezza voce, sovrapposti, liberi, confusi, borbottanti, accattivanti, disperati. È la «generazione perduta» che si ritrova, che cerca di ritrovarsi. O, più semplicemente, è un altro saluto a Stefano che non c’è più.

IL FESTIVAL
Rassegna di Nuova Musica
Macerata, Teatro Lauro Rossi
27/28/29/febbraio/1 marzo 2012

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