Giacomo Festi

Per i saperi gastronomici, l'atto di assumere cibo difficilmente può essere rubricato come mero consumo, tutt'altro. Performance ad alta densità relazionale, il mangiare rilancia un senso del rapporto tra soggetti e oggetti, vuoi ripercorrendo le tracce di un percorso di produzione/preparazione, vuoi scatenando nuove traiettorie identitarie. Al contrario, la televisione tende a consumare il consumo alimentare, ad assoggettarlo alle stringenti logiche di format e programmi che lo mettono teatralmente in scena. E mentre si amplia lo spettro delle occasioni che declinano la semantica del mangiare sul piccolo schermo, la gastronomia si fa spettro di ciò che potrebbe essere.

Vediamo. Il consumo viene innanzitutto spettacolarizzato, tenendo assieme un'enfasi sul sensibile e un bassissimo tasso di ingaggio identitario (in fondo è solo gioco). Nell'americanissimo Man vs. Food (su Nat Geo Adventure), mangiare equivale a fagocitare: l'episodio tipo sfocia in una gara mangereccia dove il protagonista, Adam Richman, è il prescelto Man che fronteggia le grandi quantità o le impervie qualità (il piccante) di pietanze locali. A volte vince il cibo, a volte lui: di sicuro l'alimento è messo in scena come figura dell'alterità sovrabbondante mentre il corpo di Richman si fa teatro instabile del contenibile.

Anche l'assaggiare può diventare occasione di spettacolo. In Bizarre Foods (da noi Orrori da gustare su Travel & Living), Andrew Zimmern gira il mondo alla ricerca forsennata dei confini dell'edibile, ovviamente secondo i canoni dell'ordinario americano. Sangue, cervelli, peni, insetti d'ogni tipo: la gastro-teratologia prevede un catalogo inesausto dello stravagante. Il momento del test sensoriale fa tutt'uno con l'estetica del raccapriccio, alimentando il fascino del disgusto, capace di attrarre nella repellenza. L'alterità di quel cibo, a ben guardare, è già pre-digerita e non diventa davvero occasione per confrontarsi con culture diverse. Nella variante di Anthony Bourdain (No Reservations, Rai5), il cibo dell'altro si apre certo a percorsi di senso molteplici, almeno rispetto al bizzarro reiterato, ma è soprattutto pretesto per prolungare un indefesso monologo egocentrato (più che spettacolarizzato, il consumo è qui sciolto in mero discorso).

Gli anglosassoni rispondono con Supersize vs. superskinny (per Channel 4 in GB, Grassi contro magri su RealTime da noi), in cui una coppia antinomica, ciccione e magro (combinatoria dei sessi garantita), si scambiano le abitudini alimentari, rispecchiandosi deformati nell'altro che mangia. Qui il regime televisivo è nel segno della piena drammatizzazione: si alzano le poste identitarie senza rinunciare all'enfasi sensibile. Il mangiare è allora un ruminare. Il Dr. Christian Jessen, sotto copertura di una retorica medica, tenta di sensibilizzare i due protagonisti alla loro condizione colpevole, mettendoli di fronte a gigantografie del loro corpo fuori norma. Il lardo in eccesso si traduce immediatamente nel grasso che cola della pietanza, in un gioco delle parti tra cibo e corpo che sancisce la carica identitaria del nutrimento.

Tra due estremi dell'assimilazione alimentare oscillano anche i reality. Quelli non gastronomici tematizzano il mangiare come mero cibarsi di sopravvivenza, rigiocandosi il ribrezzo di un finto wild food securizzato o reinventandosi persino forme di cannibalismo (vedi il caso recente di un reality olandese) vertiginosamentesvuotate di senso. I reality gastronomici, invece - Masterchef, Top Chef e Hell's Kitchen -, vorrebbero mettere in scena le raffinatezze della degustazione savante, facendoladiventare tuttaviainvolontaria parodia del giudizio trascendente insindacabile, prova di forza e autorità, funzionale soltanto a ridistribuire le gerarchie tra i concorrenti.

E il pasto in compagnia? Jamie è stato uno dei primi a sdoganare il consumo dei piatti preparati in tv (soprattutto con Oliver's Twist), finendo in festa la preparazione della cena. Il pasto informale è anche la dissolvenza del senso critico, in un entusiastico «it's good» a suggellare la notte fonda dei palati. Il mangiare conviviale sembrerebbe finalmente appannaggio di un format italiano, Cortesie per gli ospiti (RealTime), perfetto esempio, invece, del «doverismo»implicito in ogni proposta di lifestyle. Colui che ospita i tre arbitri (per cucina, interior design e condotta) è costantemente sub iudice, l'interazione è vittima di un monitoraggio continuo del proprio agire: la convivialità è illusoria, un altro teatro, quello dell'autorappresentazione, rende il pasto una partita ad alto tasso strategico.

Resta insomma da aspettare un diverso incontro con il cibo, scevro dall'iscrizione in un percorso passionale stereotipico, cioè ad effetto garantito. La televisione, fagocitando la presa alimentare, ci mostra per ora quanto piatto sia, fuori e dentro lo schermo.

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3 Risposte a Il piatto sullo schermo piatto

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