Enrico Ghezzi

C'era arrivato perfino - e per primo - Amleto, a sentirsi, proprio in quel monologo, già preda del riessere, delle registrazioni infinite, dell'intrico poi ancor più MobyDickiano che Dickensiano, di milioni di occhi a sogni aperti o chiusi. Amleto anticipa la registrazione e trascrizione psicoanalitica freudiana, la cui interminabile incompiutezza darà estro a Jacques Lacan di trovare nel non-essere l'unico abitarsi del soggetto.

L'esplodere delle registrazioni sempre più automatiche di immagini e suoni sconvolge quietamente il secolo lunghissimo detto incautamente «dell'immagine», che si prolunga e ritesse nel millennio nuovo, o confondendolo ulteriormente. Per tutti, il gioco e il lavoro o il giocolavoro, schiacciato e (sovr)impressionato ma più oscurato che illuminato dal doppio sole inguardabile condensato in Hiroshimauschwitz, sarà quello salvare e rivendersi l'anima e la pelle, in cui ancora si inguaina il limite interiore dell'esperienza assurda e lontana che è il corpo.

Gli intenditori, irreparabilmente postmoderni nel votarsi al disinnesco delle intensità e al fra-intendersi tra di loro, non si fanno mancare nulla di quel che si può mancare e che già hanno mancato. Da Dadà a Benjamin, da Duchamp a Debord,, da Sterne alle stringhe, da Schwitters ad Adorno, da Kracauer a Michael Jackson, da Warhol, dal capolavoro sconosciuto balzacchiano a quello quotidianamente riconosciuto nell'urlo dell'informe, da Michaelstadter a Bataille e Blanchot, da Warburg a Levy-Strauss, dalla techno al cinema tutto fino a oggi rimasto muto nonparlante e letteralmente maivisto (per non dir della televisione, ma quella non è mai tutta).

Ricuperando ricuperando, ci si trova a testa in giù incapaci di riconoscere il minimo segno rimasto nudo, il noi/narciso che si intravvede solo dopo aver agitato le acque nella caduta (lo spettacolo dell'altro che cade nel proprio specchio è l'occasione persa la scena politica primaria del presente impossibile che ci sfugge specialmente quando si prova a fermarlo). Noi stessi, l'umanità come ready-made, impegnata in un viaggio con biglietto di solo ritorno.

Là dove le cose stanno, tutte rianagrammate di continuo, e le catastrofi son sempre già avvenute, ci accarezzano leggere, un massaggio prima di sparire (Improvvisato in treno mentre non può sentire - a voi tutti/nessuni).

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Una Risposta a Ovvero: perché non possiamo non essere assolutamente insoluti, dissoluti, dissolti

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