Mario Perniola risponde all’articolo di Franco Berardi Bifo Un falso Perniola (Alfabeta2, n. 16, febbraio 2012). Segue sotto la controrisposta di Bifo.

Secondo il grande sociologo tedesco Georg Simmel, un amore, che dà tutto e subito, si consuma molto presto, mentre è importante non solo ottenere nell’immediato, ma anche aspettare di ricevere qualcosa d’interessante nell’avvenire. Sicché l’amore che vuol durare, deve essere simile a un caleidoscopio in cui si vede ogni volta qualcosa di differente. La stessa cosa vale per l’amicizia, che è una specie di amore senza sesso. Le amicizie più sicure sono quelle in cui la trasparenza non è intesa come qualcosa di assoluto, ma implica l’indistinzione di molti aspetti del modo di essere della persona con cui si è in rapporto.

E’ questa la prima considerazione che mi viene in mente leggendo l’articolo di Franco Berardi Bifo Un falso Perniola (Alfabeta2, n. 16, febbraio 2012), il quale, recensendo il mio pamphlet Berlusconi o il ’68 realizzato (Milano, Mimesis, 2011), contrappone il mio modo di essere di quarant’anni fa a quello di oggi. Al contrario, se io ripubblico tale e quale un testo scritto nell’estate del 1971, nel 1998 e nel 2005 (I situazionisti, Roma, Castelvecchi) senza apportarvi alcuna variazione, e questo è tradotto in spagnolo nel 2008, in portoghese nel 2009 e in tedesco nel 2010, vuol dire che sono sempre lo stesso e che il Perniola di oggi non è diverso da quello di quarant’anni fa.

Nella recensione di Bifo si manifesta quello spirito dandistico, ironico e anti-dogmatico che ci accomuna. Né lui, né io nutriamo il sentimento tragico della vita, e pur riconoscendoci nello spirito battagliero del guerriero, siamo alieni dallo spirito settario e fanatico di chi emana condanne e pronuncia anatemi. Infatti, la guerra e l’odio son due cose molto diverse, che sciaguratamente le religioni e le ideologie troppo spesso hanno collegato, con risultati nefasti e in ultima analisi controproducenti per quanto riguarda l’esito dei conflitti.

Ciò non esclude che nella condotta della guerra ci siano tra Bifo e me divergenze strategiche profonde. Io non credo che il ’68 sia una bandiera da sventolare oggi, specie dopo gli studi di Jean-Pierre Le Goff, Mai 68: l’héritage impossible (Paris, La Découverte, 1998, pp. 496) e di Luc Boltanski e Ève Chiappello, Le nouvel esprit du capitalisme (Paris, Gallimard, 1999, pp. 848), che hanno reso evidente la connessione tra il ’68 e il capitalismo neoliberale. In particolare quest’ultima opera molto voluminosa ha mostrato che il capitalismo non è per nulla “dogmatico”, ma ha una tendenza costante a trasformarsi. Si tratta di una tesi ampiamente esposta e discussa in italiano dieci anni fa, nel n. 3 della rivista “Ágalma” (giugno 2002). Il riferimento ad essa si trova nell’ampia bibliografia al fondo del mio libro, che Bifo giudica troppo breve e addirittura “minuscolo”! Ma questa è una questione tattica e non strategica, sulla quale ho sempre seguito il precetto di Gracián: “Ciò che è buono, se è breve, è buono due volte; e anche il cattivo, se è poco, non è tanto cattivo. Più valgono quintessenze che farragini”. E poi tutti i generi vanno bene, tranne quello noioso!

Che il ’68 abbia avuto intenzioni esattamente opposte a quelle del capitalismo neoliberale, non vi è dubbio! Ma bisogna essere molto ingenui per non sapere che di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno, come dice il proverbio citato anche a Marx nel Capitale (vol. I, Parte III, capitolo 5, Sezione 2). Giustamente insieme a Nietzsche e a Freud, egli è stato considerato “un maestro del sospetto”. Già Hegel chiamava “astuzia della ragione” il fatto che quest’ultima faccia agire per sé le passioni, col fine di raggiungere scopi completamente diversi e perfino opposti. Infine Dilthey sosteneva che la vita non è qualcosa il cui significato possa essere colto immediatamente mentre si vive: solo gli storici e gli scrittori ricostruendo il passato gli conferiscono un senso. Perfino Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse, in una conversazione che ho avuto con lui tempo fa, mi disse che il suo compito consisteva nel fornire delle testimonianze (nei tre volumi Progetto memoria, Roma, Sensibili alle foglie, 1995), mentre la ricerca del senso di ciò che era accaduto, sarebbe stato compito degli storici.

Venendo all’essenziale, la differenza fondamentale tra la posizione di Bifo e la mia è sempre consistita in una diversa scelta strategica nei confronti dell’eredità culturale dell’Occidente: per me questa non deve essere demolita, come vuole l’oscurantismo neoliberale. L’impegno della politica culturale cinese da trent’anni a questa parte è consistito nel riappropriarsi dell’insegnamento di Confucio e del confucianesimo chiudendo definitivamente la parentesi della cosiddetta “Rivoluzione culturale”. C’è una carta geografica di un atlante inglese in cui Guy Debord, che era una persona veramente dignitosa, traccia la geografia della sua formazione culturale: che cosa vi trovate? Omero, Tucidide, l’Ecclesiaste, Orazio, Svetonio e poi i classici moderni da Dante a Shakespeare, da Villon a Bossuet, da Machiavelli a Clausewitz: l’autore che forse più l’ha influenzato è, come mi scrisse in una lettera del 1968, il cardinale di Retz, sul cui grande stile secentesco ha modellato la sua prosa.

Infine possiamo consentire che nostri discendenti facciano proprio lo slogan degli studenti messicani del ’68: “Nati per essere vinti, ma non per negoziare?” Come tutti i veri guerrieri, io mi auguro che dicano: “Nati per vincere, ma non per odiare”.

 

La successiva risposta di Bifo:

Il compagno Perniola, cui sono legato come lui stesso osserva dal comune disprezzo per la serietà :=), ricorderà che l’ultimo dei nostri purtroppo rari incontri avvenne nella meravigliosa città di Siviglia, in occasione di un convegno organizzato presso la Universidad internacional de Andalucia da Amador Fernandez Savater. Tema del convegno era – guarda caso – il ’68.

Il suo intervento mi parve molto interessante e se ben ricordo (la mia memoria in generale non vacilla) Perniola mi disse di aver apprezzato il mio intervento: sei stato bravissimo mi disse, se posso essere impietosamente preciso. Ebbene, il mio intervento era una confutazione anticipata di quello che Perniola scrive in questa sua risposta (acuta, cortese, in molto condivisibile ma non in tutto).

La mia tesi infatti era (ed è) che il movimento operaio e studentesco che passa sotto il nome di Sessantotto non va giudicato per le sue intenzioni (perché di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno come dice Perniola), ma per i suoi risultati. E i risultati di quel movimento sono straordinariamente ricchi, emancipatori, progressivi. Gli operai si battevano contro la sfruttamento e chiedevano una più egualitaria distribuzione delle ricchezze e una riduzione del tempo di lavoro.

L’orario di lavoro venne ridotto da 48 a 40 ore, e i salari aumentarono quasi del doppio nel biennio 68-69, non solo in Italia ma in gran parte del pianeta terra.

Gli studenti si battevano per la libertà di parola e per l’autonomia del sapere. E furono studenti contestatori e hippies sessantottini coloro che (come Timothy Leary, Steve Wozniak e Steve Jobs) crearono i concetti, la sensibilità e le interfacce tecniche grazie alle quali prese forma l’Internet, mentre la grande forza del movimento studentesco si trasformava in potenza attiva del general intellect, fino a produrre l’enorme arricchimento conoscitivo e sociale che negli anni ’90 si espresse nell’economia di rete.

Che poi molti Ferrara e molti Glucksmann – autoritari piuttosto ignoranti già nel 1968 – si siano convertiti al neoliberismo, al sionismo aggressivo o al fascismo puro e semplice dice poco a proposito del 1968. Giuliano Ferrara era un nemico dell’intelligenza e della libertà già nei giorni di Valle Giulia, anche se gli è sempre piaciuto star dalla parte di chi mena la mani.

Il berlusconismo interpreta certamente la spinta che viene dal Sessantotto, nel senso che ne è il nemico adeguato, il nemico se così posso esprimermi, all’altezza della nuova forma sociale e tecnica che il Sessantotto ha suscitato. E la dittatura neoliberista si afferma proprio come rovesciamento antiegualitario della nuova forma culturale e tecnica (di tipo rizomatico, policentrico, antiautoritario) che il Sessantotto ha saputo costituire.

 

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2 Risposte a La risposta di Perniola: una falsa polemica

  1. FEDERICO LA SALA ha detto:

    INTORNO AL ’68, AL FALSO PERNIOLA, E AL BERLUSCONISMO (1994-2011). UNA NOTA DEL 1994….

    La mente estatica e l’accoglienza astuta degli apprendisti stregoni. Il caso “Perniola” (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=283)

    di Federico La Sala (04.12.1994)

    Del sentire (Torino Einaudi, 1991) era il tema del precedente lavoro. Con determinazione e coraggio, ora, Mario Perniola rompe gli indugi e decide di farsi sentire. Il sex appeal dell’inorganico (Torino, Einaudi, 1994, pp.185, L. 20.000) è un’opera al vetriolo, per argomento e scrittura.

    Chiariamo. Farsi sentire, non è niente di arbitrario, né di meramente soggettivo: significa, innanzitutto, un “operare su se stessi in modo da uscire dall’impassibilità metafisica e dal dualismo tra attività e passività”, “non subire in silenzio le stucchevoli esibizioni del già sentito, né le pretese totalitarie delle sensologie, ma dare voce, corpo, manifestazione alla nascita sempre ripetentesi che esse non riescono a bloccare”.

    Ciò a cui egli mira è l’oltrepassamento della “concezione metafisica del sentire come un patire, come uno stato passivo inferiore e subordinato all’attività intellettuale”: la sua convinzione è che, “se da un lato la dimensione affettiva è già un’operazione intellettuale, dall’altro lato la dimensione intellettuale è già una ricezione affettiva”, “pensare è ricevere ciò che viene da fuori, accogliere, ospitare quanto si presenta come estraneo ed enigmatico” (Del sentire, cit. , pp. 93-95). E il vetriolo non è tanto e solo l’acido gettato addosso ai suoi colleghi filosofi (“Trovo più affinità col rock – ha dichiarato in una recente intervista sugli argomenti del libro – che con il pensiero debole”) per sfregiarne il volto accademico, quanto e soprattutto il “viaggio iniziatico” (Visita Interiora Terrae [Terra = corpo] Rectificando Invenies Occultum Lapidem) di chi ha trovato la pietra dei filosofi, si è trasformato in una cosa che sente e ha scoperto “la chiave per intendere tante e disparate manifestazioni della cultura e dell’arte attuali” (p. 3): “non l’arte, ma solo la sessualità può farci vedere e sentire la cosa come cosa” (p. 167) – la sessualità neutra (“Essa emancipa la sessualità della natura e l’affida all’artificio, il quale ci apre un mondo in cui non hanno più importanza la differenza tra i sessi, la forma, l’apparenza sensibile, la bellezza, l’età, la razza” p.5).

    Ciò di cui egli scrive, infatti, non è più il frutto di una riflessione sulle riflessioni di esperienze altrui (cfr. i suoi lavori su Bataille, i Situazionisti, Blanchot, Nietzsche, Baudrillard, ecc.), ma il frutto di una riflessione su un’esperienza estatica (benché mimetizzata tra le righe e collocata in un orizzonte teorico carico di equivoci), di cui è stato protagonista, segnata da una sospensione dell’ordine della rappresentazione, dal “sentirsi non più Dio, né animale, ma una cosa senziente” (p. 8), e … dalla volontà di proporsi come il filosofo fortissimo della sessualità neutra (“il punto di arrivo di un cammino che è sempre appartenuto” alla filosofia) e dello scenario contemporaneo (“il cui protagonista non è Dio, né l’animale, e tantomeno l’uomo, ma la cosa”, p. 21).

    Fachinelli scrive, a riguardo: “Ciò che si genera nel vuoto, nell’esterna rarefazione [delle situazioni estatiche], è ciò che si è cercato. Si trova ciò che in noi qualcuno, al di là dell’io, cercava: Dio, l’arte, la scienza: o anche, immediatamente, semplicemente, la sospensione del tempo della caducità. In generale: una nuova figura del mondo. Il rinvenimento è sempre singolare, e rimanda alla singolarità del cercatore. Ma questa sorge dal fondo comune del corpo, se è vero che il passaggio dal vuoto al pieno presuppone il corpo come mediatore indispensabile”; “Norma di se stessa, questa esperienza non tollera alcuna apologetica e rifiuta qualsiasi subordinazione (alla teologia, all’estetica, alla scienza). La si conosce solo attraversandola. Hodie Legimus in libro experientiae” (E. Fachinelli, La mente estatica, Milano, Adelphi, 1989, pp. 30-31 e 34).

    Come interprete della propria esperienza di vita, a dir poco, Perniola si mostra molto ingenuo. Una minore superficialità autoanalitica e una maggiore attenzione alla decisiva ricerca di Elvio Fachinelli, così come meno risentimento nei confronti dei teorici del pensiero debole, forse, gli avrebbero evitato passi falsi e alti livelli di inflazione ego-logica.

    Procediamo con calma, e chiariamo. Al sex appeal dell’inorganico si accede solo “quando il mio corpo e quello del mio partner perdono la loro ovvietà di corpi animati e funzionanti, di forme espressive e rappresentative, di mezzi individuati al raggiungimento di scopi precisi…(p. 166): esso abolisce ogni opposizione e “immerge il sentire in un interminabile sbigottimento, e – perché non dirlo – ci dona l’esperienza della realtà” (pp. 166-167). Egli si rende conto che, “per entrare nell’anonimo e impersonale territorio delle cose che sentono bisogna saper dire [reciprocamente da parte di entrambi i partners] «fai di me ciò che vuoi» ” (p. 27), e saper “sospendere le quattro passioni fondamentali, il piacere, il dolore, il desiderio e la paura” (p. 166), ma poi capovolge tutto e, come sempre è avvenuto in filosofia (il novello Teseo abbandona sempre la novella Arianna), hegelianamente, fa del risultato il cominciamento: “il maestro dell’eccitarsi e dell’accendersi della sensazione è il sex appeal dell’inorganico” (p. 167).

    Vere duo in carne una: egli giunge a riconoscere che “ il mutuo e vicendevole darsi e prendere come cose non [è] affatto un vizio, ma una virtù, anzi la sola condizione dell’esercizio della sessualità” e che “vedono più a fondo nell’essenza della sessualità coloro che considerano il matrimonio come un sacramento […] come attinente al fas, al diritto divino, e non allo ius, al diritto umano” (p. 26), ma poi si vieta – come aveva già fatto Hegel ai suoi tempi – di ammettere che solo l’amore è il vero maestro dell’iniziazione ai “misteri nuziali” (ama l’Amore e fai di me ciò che vuoi), che accende la sensibilità e introduce alla sensualità neutra né dello sposo né della sposa, ma di entrambi: “nel sex appeal dell’inorganico non c’è strazio, né soggetto, né rispecchiamento, né interiorità, né esteriorità”, (p. 120); “un impersonale «si sente» prende il posto delle forme soggettive del sentire […] si sente insieme con estrema evidenza e con sospensione, come in una specie di epoche colorata e intensa”, (p. 167).

    Questo mancato riconoscimento lo porta fuori strada e non gli permette di capire che il problema fondamentale della filosofia non è tanto e solo farsi sentire (e sentirsi Dio, animale e cosa) quanto e soprattutto se e come dare ascolto e risposta a chi e a ciò che bussa alla porta della sensibilità (io intuisco, mi faccio sentire), si fa sentire e chiede di essere riconosciuto dall’intelletto e accolto dalla coscienza (Io penso e Io voglio).

    E così, dopo Kant (e senza nemmeno un’analoga confutazione dell’idealismo), ripete lo stesso errore: il filosofo, nell’andata (nell’esperienza), si toglie i panni accademici e osa riconoscere la piena autonomia della sensibilità, nel ritorno (nella riflessione), rientrato in Accademia e rimessi i vestiti del vecchio intelletto e del vecchio io, la nega e comincia ad affermarsi: “spetta oggi proprio al filosofo proclamare la grandezza e la dignità di una sessualità senza vita e senza anima; è il suo impegno e la sua responsabilità dire che il regno delle cose non è tanto il trionfo della tecnica e del capitalismo, quanto l’impero di una sessualità senza orgasmo; così finalmente proprio nell’attimo che sembra più irrazionale, casuale e fragile, quello dell’eccitazione sessuale, viene mostrata la potenza della filosofia, al cui appello non riesco a sottrarmi, anche volendolo” (pp. 14-15).

    Non ridere, né piangere. Oggi abbiamo gli strumenti per comprendere il vecchio gioco di Edipo. Ogni figlio uccide il padre-re, uccide la donna sfinge, sposa la madre-regina e proclama urbe et orbi: Io sono lo sposo e il re, io sono l’autorità e la legge!

    La ripetizione della tragica dichiarazione, oggi, suona così in filosofia: “Il filosofo che si sente cosa ha l’impressione di trasgredire la tradizione che lo ha rappresentato come soggetto, persona,spettatore,attore; ma nello stesso tempo questa trasgressione è fedeltà nel proseguire quel movimento di innovazione paradossale, di superamento e di oltrepassamento imposto da Hegel e da Nietzsche” (p. 17). E sollecita ogni filosofo-custode a riconoscere la sua autorità: “nei secoli fedele”, a chiunque prende il posto del padre-re accanto alla madre-regina (sapienza nell’accademia).

    Questa trasgressione è fedeltà: non ci sono inganni, dice Perniola ai suoi colleghi dell’accademia. L’estremismo speculativo della filosofia del sex appeal dell’inorganico non è altro che interpretazione e apologia della “suprema volontà di potenza” platonico- nietzscheana – “imprimere al divenire il carattere dell’essere” (F. Nietzsche, Opere, VIII, 1, p. 297, Milano, Adelphi, 1975): si tratta di imprimere al sentire il carattere dell’intelligenza attuale, quella artistica, “Insomma la cosalità [di cui parlo] – precisa Perniola – non ha niente a che fare con un realismo conoscitivo che afferma la realtà del mondo esterno e la sua trascendenza rispetto al pensiero. Il tipo di conoscenza cui il sex appeal dell’inorganico ci inizia è più prossimo all’immaginazione tecnica che all’epistemologia, nel senso che non si preoccupa tanto delle condizioni dell’oggettività delle proprie esperienze quanto della ricerca di esperienze-limite che allargano insieme gli orizzonti del sentire e del sapere” (pp. 139) della nostra tradizione tecno-logica e capitalistica.

    Di destra o di sinistra, dopo Lenin, l’estremismo è una malattia infantile … Dissociazione, rimozione e volontà di potenza costringono il nostro filosofo nelle maglie edipiche, lo confondono e, alla fine, lo riducono alla Ragione. Dura Lex sed Lex: si entra “in due nel territorio del sesso neutro” (p. 164), ma solo uno può accedere nel territorio della filosofia.

    Perniola, come Garibaldi e meglio di Cartesio, afferra il concetto, impone con le buone maniere (“ci vuole molta purezza, onestà e perfino candore”, p. 16) alla sessualità “la sospensione speculativa della libido” (p. 17) e, padrone del proprio e altrui sentire, esibendosi in una girandola di negazioni del diniego (“Questo processo è reso possibile da una scissione dell’io […] che ci consente di negare la differenza sessuale pur riconoscendola parzialmente: esso implica un rapporto di sostanziale estraneità nei confronti del vero sesso femminile”, pp. 76-77), obbedisce: Io penso “l’idea stessa della cosa senziente” (p.11), Io sono il filosofo del sex appeal dell’inorganico.

    E come all’Università, così a casa, “contro le anime belle della liberazione sessuale e della contestazione universitaria”, l’opposizione eccessiva (si allea con l’integralismo cattolico-musulmano) e riafferma il valore della Legge: “E’ ora di vedere il matrimonio e l’università dalla parte del male, come spacciatori di eccessi sessuali e filosofici cui non si può rinunciare, anziché dalla parte del bene come rimedi alla libidine sessuale e a quella conoscitiva” (p. 25).

    L’inquietudine è svanita e l’enigma è stato risolto: “il confluire in un unico fenomeno di due dimensioni opposte, quali il modo di essere della cosa e la sensibilità umana” (p. 5) – “l’evento paradigmatico chiave intorno a cui ruota la società e la cultura contemporanea” (p. 145), è stato ben rimosso e posto nel rinnovato Ordine Mondiale.

    Ciò che è inorganico è razionale e ciò che è razionale è inorganico! La filosofia, portata la sessualità (“triviale e parola non capita”, p. 16) fuori dal vicolo cieco in cui il sadismo la conduce” (p. 35) e ospitata nella sua casa (“connubio”, p. 3), finalmente, realizza il suo antico sogno “di transitare in dimensioni reali” (p. 16): “la sessualità inorganica è simile ad una eccitazione appagata e implica una reciprocità, una comunanza di sentire tra i partner impegnati in essa, e addirittura una specie di entusiasmo intellettuale, di eretismo cerebrale, di estremismo concettuale che derivano dalla filosofia […] il sex appeal dell’inorganico è piuttosto un farsi mondo, un abolire la distanza che separa l’uomo dalla cosa” (p. 123). Il filosofo del dissolvimento della soggettività ha vinto i filosofi del pensiero debole, ma chi più chi meno si è consegnato mani e piedi alla propria Signora – la Tecnica.

    Come avevano capito Horkheimer e Adorno (Dialettica dell’Illuminismo, Torino, 1980), chi per salvare o per salvarsi, si chiama Nessuno e adopera l’assimilazione allo stato di natura (naturale o artificiale) cade in preda alla hybris. Come a casa così all’Accademia, la logica del sado-masochismo imperversa e devasta le menti e i corpi degli uomini e delle donne, e la comune Terra. E la filosofia ricade nel pantano della totale apologia del vecchio passato, ancora presente, contrabbandato come futuro.

    Oggi però, non c’è solo e ancora la servetta tracia a ridere (in strada e a piangere a casa): ci sono donne e uomini con i piedi per terra e lo sguardo sereno, pieno di vita e di amore (vita tua, vita mea) – coraggiose e coraggiosi, entrambi accoglienti, anche nei confronti di chi si attarda in brutti e vecchi sogni.

    Al di là di ogni naturalismo e al di là di ogni idealismo, essi ed esse hanno trovato l’accesso a un nuovo rapporto sociale di produzione e a una nuova forza produttiva. Con Marx, con Freud, con W. Reich, con E. Paci, con Fachinelli e tantissimi altri e tantissime altre, hanno capiti che “l’amore, il lavoro e la conoscenza sono le fonti della nostra vita” e possono “anche governarla” (W. Reich) – come all’interno, così all’esterno; come a casa, così all’Università; come in famiglia, così nello Stato. La favola delle api (Bernard de Mandeville, 1705) è finita: gli uomini e le donne della terra hanno già dato inizio a un’altra storia. Al di là di ogni integralismo Tecnologico, Teologico e Politico, si amano e fanno ciò che vogliono – con sensibilità, intelligenza e coscienza, amorevolmente unite.

    Milano, 04.12.1994

    Federico La Sala

  2. silvio montanaro ha detto:

    Con l’animo defilato di chi come me non dispone dell’armamentario teorico di Perniola e Bifo, mi permetto di dire in breve la mia sulle questioni sollevate negli interventi generati a partire da “un falso Perniola” recensione di Franco Berardi a “Berlusconi o il 68 realizzato”.
    Premetto che il ’68 è stato per me un insieme di riferimenti che i “compagni” più grandi offrivano ad un allora giovane ma coinvolto militante settantasettino, e solo in seguito è stato l’oggetto di studi e letture occasionali. Non entrerò quindi nel merito che in modo assai generale, per sostenere che quella che qui può apparire come una contrapposizione, quella tra le posizioni di Bifo e Perniola sul 68 e i suoi sviluppi, mi pare esserlo solo apparentemente: è del tutto plausibile a mio modo di vedere che il movimento sessantottino sia stato ad un tempo foriero di risultati “straordinariamente ricchi, emancipatori, progressivi” come scrive Bifo, ed allo stesso tempo, di quel capitalismo neo-liberista i cui ultimi esiti Perniola – credo con un certo gusto per la provocazione ed il grottesco – incarna nella figura di Berlusconi (è chiaro con l’arrivo di Monti quanto Berlusconi rappresenti l’anello di congiunzione tra il tragico ed il ridicolo impliciti nel neoliberismo dei nostri giorni – non senza produrre per questo un certo effetto epifanico).
    L’idea che “l’altro mondo possibile” ed i suoi spietati nemici neoliberisti siano entrambi figli del 68, tesi solo apparentemente paradossale, è secondo me la conseguenza possibile di un punto di vista che chiamerei dialettico, secondo il quale se esistono elementi di un’opposizione è perchè sono costituiti come oggetti in quanto termini di questa opposizione. Lo spirito libertario di cui si rivendica l’incubazione nel movimento del 68, quello spirito anti-autoritario ed anticapitalista cui fa riferimento Bifo, non è lo stesso che ha prodotto i libertarians statunitensi, così determinanti per l’ascesa della destra reaganiana? Così il rifiuto del lavoro che Bifo conosce così bene, con il suo corollario di fuga dal lavoro fisso e aspirazione alla realizzazione di quell’essenza generica di cui parlava il giovane Marx, che voleva l’uomo realizzarsi un giorno come ciabattino ed il giorno seguente come musicista, e via estrinsecando la meravigliosa potenzialità dell’umano sottratta alla mercificazione capitalista, non è in stretto rapporto – seppure perverso – con il precariato odierno che impone la mobilità lavorativa e la flessibilità come una condanna a milioni di uomini?
    Così gli oggetti che in termini logici ci appaiono come gli inconciliabili termini di una contraddizione altrettanto insanabile, rivelano un’intima comunità, generata da medesime condizioni e medesimo campo problematico. Il “figlio del 68” porta in se tutto ciò, la realtà, oggi durissima, del neocapitalismo e la sua promessa di liberazione.
    Non andrò molto oltre su questo terreno, per lasciar spazio alla domanda che mi pare più interessante tra quelle che mi ha suscitato questa diatriba tra Perniola e Bifo: se non c’è vera contrapposizione nella questione sui “figli legittimi” del 68, 45 anni dopo, di cosa stanno “veramente” discutendo i due pensatori? Qual è l’oggetto del contendere?
    Beh, su una cosa Perniola e Bifo sono d’accordo, il neoliberismo è brutto. Così sapere se il padre di tale schifezza sia il 68 o meno, implica un giudizo sul presente e sulla linea del tempo: Berardi crede che oggi, nonostante il liberismo, il 68 agisca ancora come una forza propulsiva che va (andrebbe) verso il “bene” (e la linea del tempo in questo caso, seppure virtualmente, punterebbe ancora verso il progresso); Perniola da parte sua e non a caso, rivolge il suo sguardo verso i bei tempi andati (quelli in cui si studiava davvero e la politica era sintesi alta tra intelligenza e vita sociale), con uno spirito direi antimoderno; per lui la linea del tempo ha subito una torsione di 180 gradi e tutti ce ne possiamo rendere conto con maggiore chiarezza dopo che lui con il suo libro, ha fatto fuori l’ultimo simulacro di speranza nel futuro, il 68.

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