[Leo Stein a Parigi nel 1903]  

Michele Emmer

Quando una mostra è particolarmente interessante, quando diventa un avvenimento da non perdere, quando la memoria di quanto visto resterà a lungo nella memoria? Certo, i temi trattati in una mostra sono importanti, certo l’allestimento è fondamentale, certo la scelta delle opere è un fattore determinante.

Spesso le grandi esposizioni mostrano, ad opera dei loro curatori, l’ansia di realizzare la presentazione più completa possibile, inserendo nelle sale tutto ma proprio tutto quello che riguarda un’artista, le opere, i materiali, i collegamenti. Come se chi cura una mostra fosse soprattutto preoccupato di far capire ai soli addetti ai lavori quanto è preparato sull’argomento, quanto si è documentato, spesso dimenticando che la mostra sarà poi vista anche dal pubblico di non specialisti. Con il risultato che spesso queste grandi mostre monstre si compongono di un numero molto elevato di sale, un numero elevatissimo di opere esposte, di cataloghi che contengo centinaia di pagine e pesano moltissimo.

Raramente le mostre in cui il criterio della completezza, in senso numerico, delle opere esposte prevale sulle altre possibili scelte, danno luogo a mostre memorabili. Uno dei luoghi deputati nel mondo alle grandi mostre è il  Grand Palais a Parigi, dove spesso il criterio del dover riempire le sale prevale sull’interesse delle scelte fatte, o non fatte.

Accade però che alle volte il miracolo della scelta delle opere, dell’allestimento, della ricostruzione filologica raggiungano insieme un risultato esaltante.

Si è chiusa al Grand Palais di Parigi  il 16 gennaio 2012 ma riaprirà il 22 febbraio a New York al Metropolitan Museum la grande mostra Matisse, Cézanne, Picasso....L’aventure des Stein. Curata da Cécile Debray, conservatore del museo nazionale di arte moderna, Centre Pompidou, da Janet Bishop, conservatore per pitture e sculture al San Francisco Museum of Modern Art, e da Gary Tinterow e rebecca Rabinow del Metropolitan Museum.

La mostra racconta il periodo parigino dei fratelli statunitensi Stein. Leo Stein, grande appassionato dell’arte italiana del Rinascimento, amico del famoso storico dell’arte Bernard Berenson, decide di trasferirsi a Parigi nel dicembre 1902 per tentare una carriera di pittore e per sviluppare una teoria estetica dell’arte moderna utilizzando la creazione di una sua collezione privata. Sua sorella più piccola Gertrud interrompe gli studi di psichiatria e psicologia e si riunisce al fratello nel 1903 per dedicarsi alla scrittura. Il fratello Michael arriva a Parigi con la moglie Sarah nel 1904 con l’idea vaga di diventare un commerciante di antiquariato. Sono tutti benestanti ma non ricchissimi. In particolare i loro fondi arrivano dall’azienda di famiglia di tramway di San Francisco.

In pochissimo tempo grazie all’entusiasmo per l’arte di Leo e Gertrud, gli Stein iniziano a diventare dei collezionisti formidabili dell’arte moderna del loro tempo. Intorno a loro si crea un vero sodalizio di artisti ed intellettuale, si trovano al centro degli avvenimenti artistici di quella che era allora il centro artistico dell’arte moderna: Parigi.

Con una particolare lungimiranza, andando contro a quelli che erano le opioni dei critici d’arte dell’epoca. Gli Stein sono i primi acquirenti di Matisse e di Picasso. In particolare Leo è affascinato da Matisse e nel 1905 acquista Femme au chapeau (donna con il cappello), quadro che insieme agli altri esposti al Salone d’autunno aveva provocato una reazione violenta di rigetto da parte del pubblico e dei critici per l’utilizzo di colori molto accesi, giudicati innaturali. Tanto che il critico d’arte Louis Vauxcelles coniò la parola Fauves, belve in francese. Nome che poi diventerà quello “ufficiale” del gruppo di artisti riuniti intorno a Matisse: Derain, Rouault, Marquet ed altri.

Una scelta coraggiosa e preveggente quella di Leo Stein. Che conoscerà Picasso ed inizierà a collezionare le opere dell’artista spagnolo, sino al periodo cubista che Leo non amava, al contrario della sorella Gertrud. Famosissimo il ritratto che Picasso fece a Gertrud nel 1906, quella grande donna di pietra, che domina la scena. In realtà come mette chiaramente in mostra  l’esposizione di Parigi e New York, era Leo il personaggio più interessante dei tre fratelli, anche se il grande successo che arrise al romanzo della sorella L’autobiografia di Alice B. Toklas pubblicato nel 1933, un cui la Stein raccontava quel periodo, offuscò negli anni il ruolo di Leo. Era lui come è descritto nella mostra e nel voluminoso catalogo il principale animatore dei salotti di casa Stein, in 27, rue Fleures e in 58, rue  Madame, dove risiedevano Michael e la moglie Sarah. Questi ultimi chiederanno a Le Corbusier di costruire una villa  nel 1926, villa Stein appunto, a Vaucresson, ad ovest di Parigi.  E’ possibile vedere la villa alla mostra in filmati d’epoca che ne mostrano  l‘essenziale purezza.

Ed ecco perchè la mostra  è un avvenimento molto interessante. Accanto ai quadri che fecero parte della collezione degli Stein, collezione che verrà  con il  tempo dispersa, la mostra contiene in ogni sala una saletta più scura in cui è allestita la  ricostruzione degli ambienti degli Stein, con le foto d’epoca dei quadri che venivano via via acquistati, con le immagini degli artisti che visitavano gli Stein, gli artisti che erano loro amici. Sono pochi gli anni in cui gli Stein collaborano insieme a costruire la loro incredibile collezione contribuendo a creare una pagina fondamentale nell’arte del Novecento; sono gli anni dal 1905 al 1914, e la mostra riesce a far rivivere l’ambiente, lo spirito e a mettere in evidenza come le idee, gli stimoli, le influenze reciproche abbiano contribuito a questo evento abbastanza unico. Una grande ricerca per ritrovare non solo le opere d’arte d’allora, ma   i documenti, le foto, i filmati. Una mostra storica da tanti punti di vista.

Di cui il voluminoso catalogo è un compendio essenziale.

[Picasso, "Gertrude Stein", 1906]

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Una Risposta a “Matisse, Cézanne, Picasso…L’aventure des Stein: una grande mostra”

  1. Fabrizio ha detto:

    Finalmente una bella mostra, finalmente una recensione che elogia ma in maniera critica e meditata. Come giustamente si dice in apertura, spesso le ‘grandi mostre’ si riducono a parate di capolavori in cui scarsa o nulla – specie in Italia – è la volontà di comunicare al pubblico. E spesso la critica si riduce a sperticate lodi che poco si distanziano dai comunicati stampa. Mi permetto di segnalare il progetto della Scuola Normale di Pisa “Osservatorio Mostre e Musei” (http://mostreemusei.sns.it) che nel suo piccolo cerca di guardare con occhio obiettivo all’ipertrofico panorama espositivo nazionale, sottolineandone aspetti problematici come la mancanza di un’adeguata comunicazione, la debolezza di molti progetti scientifici, la sempre più accentuata mercificazione dell’arte e del patrimonio culturale.

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