Il massimo della critica per il maggiore numero possibile

Davide Gallo Lassere

 Negli ultimi decenni la Sinistra ha subito un poderoso quanto in apparenza inesorabile processo di disamoramento. Dopo aver configurato un modello di identità collettive politiche, sociali e culturali capace di mobilitare ed entusiasmare in vista di un fine comune vasti strati di società civile – conquistando risultati emancipativi di stampo universalistico – anche il concetto di Sinistra, brevemente ritempratosi nel bagno caldo dei particolarismi identitari e culturali, pare ora diventato sinonimo di mera amministrazione dell’esistente. Tale sfaldamento politico-affettivo sembra porsi in netto contrasto con l’urgenza che sta assumendo la condizione economico-sociale di uno strato sempre maggiore di popolazione delle democrazie capital-parlamentari. Al fine di elucidare queste impressioni antinomiche si propongono qui alcune rapide considerazioni orbitanti attorno a tre fuochi gravitazionali: denaro, felicità ed emancipazione.

Una ridistribuzione, un sostanzioso ribilanciamento delle sperequazioni sociali nazionali e internazionali potrebbe riaffezionare al concetto di Sinistra. Sulla sua scia si potrebbero rilanciare prospettive emancipative universalistiche di ampio respiro, superando la pletorica molteplicità di movimenti, associazioni, gruppi e comitati costituitasi in seguito all’esplosione postmoderna delle differenze. Tale assunto pare giustificato da almeno due acquisizioni lapalissiane: lo sgretolamento incessante del ceto medio e le sempre più imperversanti crisi dei debiti sovrani. I cosiddetti economisti critico-eterodossi da diversi anni ormai hanno immancabilmente messo in luce la sostanziale omogeneità, nei bilanci degli stati occidentali, tra i tagli alle spese una volta destinate al foraggiamento dei sistemi di welfare e l’ammontare crescente di quel che oggi viene assorbito dal pagamento degli interessi sul debito; e la pressoché identica parità tra la gloriosa ascesa dei redditi delle fasce più alte della popolazione e il mancato aumento dei salari medio-bassi. Questa doppia correlazione suggerisce dunque che, negli ultimi decenni, grazie al continuo allentamento di controlli e costrizioni, si è provocato un progressivo quanto vigoroso trasferimento di quote sempre maggiori di denaro e ricchezza dal ceto medio e dagli strati sociali svantaggiati alle parti superiori della scala sociale; d’altro canto, una fonte di spesa che fomentava e sostanziava la coesione e i legami sociali finisce oggi invece per inasprire ed esasperare dominio e sfruttamento.

La svolta finanziaria, attuata a partire dalla metà degli anni ’70 per aggirare le difficoltà crescenti della riproduzione allargata del capitale, affligge così in maniera sempre più grave un numero crescente di persone. Per questa ragione dovrebbe venir nobilitata a bersaglio principe di una politica di sinistra ricompattata. Chiunque, infatti, subisce il giogo degli umori finanziari ed è assoggettato alle logiche post-democratiche di espropriazione del comune, di spolpamento del pubblico e di monetarizzazione dei diritti storico-sociali; chiunque, pur con differenti gradi di intensità ed estensione a seconda delle nazioni e delle classi d’appartenenza, è sempre più avviluppato nel medesimo (corto)circuito di neoliberalizzazioni, privatizzazioni e programmi di austerità retto da logiche di stampo eminentemente finanziario.

La crisi, però, spegnendo sul nascere ogni immaginazione velleitaria, non ha ancora lasciato intravedere alcuna significativa generalizzazione delle rivendicazioni, alcuno scatto o tensione universalizzante nell’elaborazione delle istanze critiche. Da questo punto di vista, sembra quindi si sia costretti a rimanere con i pugni in tasca a causa di un’insormontabile discrasia: ci si trova infatti di fronte a processi e dinamiche struttural-sistemici che trascendono i confini nazionali e democratico-istituzionali classici, senza che vi siano, al momento, né strategie teorico-politiche né, tantomeno, soggettività storico-sociali in grado di avere le carte in regola per poter prendere sensatamente parte a questo osceno gioco. Da un lato, infatti, è chiaro che non si può scavalcare il radicamento territoriale – le lotte non si svolgono al di là dei contesti geografici particolari – per cui vi è un’ineliminabile presenza fisica dei protagonisti, sempre collocati in precise coordinate spazio-temporali. Dall’altro, si è in presenza di operatori finanziari opachi e invisibili e di processi sistemici di sradicamento e deterritorializzazione che vengono percepiti come anonimi e impersonali, ma che in realtà corrispondono a precisi interessi di casta.

 Eppure, anche ammesso che un giorno si riescano finalmente a contrastare le dinamiche e i fenomeni globali che minano ed erodono alla base le norme della civile coabitazione, la questione di una prospettiva emancipativa adeguata al presente storico sarebbe comunque tutta da ripensare. Al di là, infatti, di considerazioni politico-strategiche, un’iniziativa incentrata esclusivamente sulla ridistribuzione delle ricchezze sarebbe giustamente tacciabile di economicismo, in quanto rischia di riproporre un modello antropologico eccessivamente ricamato sul profilo dell’homo oeconomicus, ossia su di un tipo di soggettività tutta intenta a massimizzare il proprio guadagno, senza esercitare alcun dubbio radicale circa la naturalità delle illimitate esigenze di crescita e consumo. La forma di felicità incarnata dal possesso di denaro si configura infatti come un infinito e immediato accesso al godimento di qualsiasi bene e servizio, garantendo, con una fortissima carica attrattiva, la disponibilità diretta all’ottenimento di ogni cosa. Il denaro, perciò, in quanto vettore fondamentale dello scambio sociale, oltre a essere veicolo di oppressione e sfruttamento, è anche una fonte capace di eccitare e sedurre milioni di persone a uno stile di vita o a un modo di esistere confacente al regime capitalistico. Rappresenta infatti una promessa di felicità astratta, in quanto può realizzarsi immediatamente in qualsiasi cosa – questo il fascino tutto estetico racchiuso nel denaro, nel suo essere pura potenzialità, pura trascendenza nonché mezzo assoluto (da cui l’assurgere a fine ultimo di tanti speranze e azioni).

Il denaro, quindi, si costituisce anche come fattore cementante, uno di quegli elementi che forgiano la coesione, lasciando non pochi dubbi sulla percorribilità antropologica di un’alternativa radicale allo stato di cose presente. Negli usi quotidiani del denaro si sedimentano molte delle complicità e connivenze che costituiscono i buchi neri di un’antropologia del presente. Nel denaro si cristallizza perciò in maniera limpida la falsa coscienza volontaria, il candido cinismo con cui si cela il proprio invischiamento (persino in desideri, sogni e visioni del mondo) in pratiche di vivere che offendono e danneggiano sé stessi, gli altri e il mondo – si potrebbero riportare numerosi esempi concreti per esplorare come il denaro colonizzi sempre più l’immaginario e il simbolico, osteggiando narrazioni altre di felicità e autorealizzazione possibili.

La facilità, la comodità e la spensieratezza che connotano le pratiche del denaro si contrappongono pesantemente alla difficile ricerca di una coerenza nella propria condotta che sia affrontabile quotidianamente (anche mediante usi alternativi o oculati del denaro). Una delle questioni più gravi del presente consiste infatti nel fatto che, al momento, l’intransigenza nelle condotte individuali non solo non affascina, ma comporta anche elevati sacrifici in termini di relazioni sociali (oltre che di tasca): si hanno infatti, per esempio, l’ascetismo della militanza, il ritiro spirituale in piccole comunità protette, gli acquisti sostenibili – tutte soluzioni di cui paiono difficilmente scorgibili gli effetti politici reali e le cui pretese, più che altro, sembrano sortire sollievi personali.

Porre quindi con serietà la questione concretissima di un altro orizzonte accattivante di vita – di valori e felicità – che sappia raggrumare un caloroso consenso intorno a sé pur non abdicando, al contempo, alla freddezza di una spietata critica del mondo e delle modalità con cui ci si relaziona a esso (con cui ci si prende cura di esso, di sé e degli altri), pare perciò una prospettiva euristicamente intrigante per poter entrare finalmente nel panorama concettuale e politico dell’attraversamento del capitalismo; altrimenti  infatti, se si persevera all’interno delle tradizionali categorie teoriche della ridistribuzione e/o del riconoscimento, ossia della sinistra sociale e/o della sinistra civile e culturale, si rischia di continuare a rimanere impigliati, tutt’al più, nelle maglie di un capitalismo temperato o dal volto umano.

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Una Risposta a Denaro, felicità ed emancipazione

  1. lascerei perdere il rienergizzare -anche solo concettualmente-la sinistra, che in quanto tale avrà sempre bisogno di una destra, e la guerra la vince, oramai è appurato,la liberal-democrazia a base capitalistica. molto più interessante il discorso che lei fa sul denaro (e sul desiderio intimo che appaga) che ci pone il problema di una nuova misura (anche nel senso esteso di “dimensione”) etica comunitaria.

    quello di cui però mi sto convincendo è che la scarsa “presa” reale che hanno sia le critiche all’economia capitalistica delle merci sia quelle alla mutazione antropologica indotta dalla modellizzazione capitalistica siano frutto di una diversa percezione degli elementi culturali.

    siamo in un epoca post-culturale, in cui la eco dell’innovazione che il singolo intellettuale (il letterato, il pittore, il filosofo) viene percepita come non innestabile su un terroir (uso volutamente un termine agronomico) esperienziale dato, provato e riprovato dalle generazioni precedenti, ma come novità fra le novità, nuova merce fra nuove merci.in questo contesto nessuna verità è percepibile come autentica.

    allore sono proprio gli intellettuali che dovrebbero riaprire il discorso su chi e cosa ha distrutto il quadro valoriale in cui l’esperienza era davvero possibile,concreta, nel seno della storia (la trasmissione di sapere fra padri e figli, la narrazione attorno a cui la comunità si ritrova). questo non tanto per battersi il petto, ma per riaprire nella chiarezza la prospettiva storica.

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