Aurelio Sainz Pezonaga

Per il 15M la non-rappresentanza non è che il principio. Questa affermazione, bisogna riconoscerlo, è attraversata da una strutturale ambiguità: perché il principio è l’inizio nel tempo, ed effettivamente il 15M inizia dichiarando che i politici non ci rappresentano, ma il principio può essere inteso anche come un tratto caratteristico del 15M. Il «non ci rappresentano» in questo caso è una presa di posizione che definisce il carattere di rottura del movimento, la distanza e la novità rispetto al modo in cui la politica ha funzionato fino a oggi. Si può aggiungere ancora che la non-rappresentanza non è altro che il principio, nel senso che si tratta solo di un gesto di rifiuto, semplice indizio di un esodo, di per sé in grado appena di produrre qualche conseguenza reale. E infine è solo il principio proprio per la sua ambiguità, perché il «non ci rappresentano» è una parola d’ordine tanto vaga che quasi non significa nulla.

Ciononostante, per uno di quei paradossi dell’immaginario, benché sembri vuoto, il «non ci rappresentano» in realtà è pieno, stracolmo dei molti e diversi modi di intendere il rapporto tra la cittadinanza e il sistema dei partiti in seno al movimento. In modo che, trattandosi di una presa di posizione fondamentale per il 15M, quel «non ci rappresentano» può significare sempre troppe cose. Conviene allora passare in rassegna almeno alcune di esse, senza pretendere di abbracciare uno spazio che eccede le nostre capacità, alla ricerca però di qualche indicazione utile a orientarci in questo vuoto così affollato.

Se, come si è fatto nella tradizione moderna, si intende per rappresentanza il fatto che i politici devono agire in nome della volontà generale o popolare e non in difesa di alcuni interessi particolari, allora quel «non ci rappresentano» significherà semplicemente che gli attuali rappresentanti non lavorano per il bene pubblico, come dovrebbero, ma in vista di un interesse privato. E la questione è un po’ più complicata però, perché oltre al fatto che non fanno il loro dovere ci si chiede anche perché non lo fanno. Le risposte possibili sono molteplici.

Da un lato ci sono quelli che ritengono che il capitalismo, o meglio l’attuale capitalismo neoliberista, corrompa la sfera politica a tal punto da rendere impossibile la funzione rappresentativa. Oggi la politica degli Stati si sarebbe sottomessa ai dettami dei mercati finanziari e starebbe difendendo i loro interessi economici invece degli interessi generali della popolazione. Di conseguenza sarebbero necessari un «socialismo di diritto» o un capitalismo sottoposto a un controllo democratico per mettere la politica nelle condizioni di svolgere il suo ruolo senza ingerenze, e di prendere le decisioni con la dovuta imparzialità.

Dall’altro lato ci sono quelli che ritengono che quella di una volontà generale che galleggia al di sopra delle volontà individuali sia un’idea mitica e fittizia. Inoltre la secolarizzazione moderna e l’impossibilità di tenere sotto controllo i conflitti sociali e principalmente la lotta di classe, avrebbero sottoposto questa credenza immaginaria, quasi religiosa, a un’inevitabile processo di erosione. Se la rappresentanza politica stenta ormai a tenere sulle spalle le vesti stracciate della sua pseudo-sacralità, si ritiene però anche che lo stato di diritto non abbia necessariamente bisogno di trovare una giustificazione in quell’idea mitica, ma possa trovare la sua ragion d’essere nelle forme storiche di convivenza che ha propiziato e propizia. A questo punto si apre di nuovo una biforcazione: il deterioramento dell’idea di volontà generale porta a uno spostamento nel concetto di rappresentanza politica. Ora la rappresentanza consisterà non tanto nell’agire in nome del popolo quanto nel riflettere la realtà sociale. In questo modo l’azione politica si riterrà più o meno legittima a seconda che: rifletta o meno la pluralità sociale; si faccia o non si faccia influenzare da un’opinione pubblica che ragiona in piena libertà e che cerca apertamente e razionalmente di raggiungere un accordo. In questi due casi quel «non ci rappresentano» significherà o che la composizione del Parlamento non può riflettere la realtà sociale principalmente a causa di un’inadeguata legge elettorale, oppure che non c’è un’autentica opinione pubblica libera e per questo, per costruirla, sarebbe necessario un movimento sociale come quello del 15M.

In questo primo insieme di tendenze la rappresentanza politica viene intesa sempre come adeguazione: o tra l’azione dei politici e l’unità autentica in nome della quale questi dovrebbero agire, o tra la sfera politica e la realtà sociale che questa dovrebbe riflettere.

Tuttavia negli ultimi anni si è iniziato a pensare alla rappresentanza non più come a un’adeguazione ma piuttosto come alla produzione di unità simbolica, né vera né falsa, ma socialmente efficace. Questo nuovo approccio al problema implica, a sua volta, una doppia possibilità di resistenza sociale. La politica di resistenza può consistere nella produzione di un’unità simbolica antagonista, ma qualora si percepisca l’unità simbolica come una forma di dominio, allora la lotta contro questo dominio implicherà il rifiuto totale dell’unità stessa. Dunque dal punto di vista di questo secondo insieme di tendenze, se i politici «non ci rappresentano», è perché hanno perso (o vogliamo che perdano) la capacità ci produrre l’unità simbolica. Vediamo queste due opzioni.

La prima è quella che dà voce al populismo espresso in alcune parole d’ordine del 15M come «il popolo siamo noi» o «el pueblo unido jamas serà vencido». Secondo questo punto di vista la capacità di rappresentare la volontà generale da parte del sistema politico sarebbe stata irrimediabilmente compromessa dal bipartitismo strutturale, dai numerosi casi di corruzione politica, dall’ingerenza dei mercati, dal modo in cui la gestione della crisi sta accanendo sulle classi popolari ecc. Per molti quindi l’attuale sistema dei partiti ha smesso di essere credibile quando si presenta come difensore dell’interesse generale, perché in realtà tradisce quell’interesse ponendosi a difesa di un interesse particolare, quello dei politici e dei banchieri.

Però la perdita di legittimità del sistema dei partiti lascia contemporaneamente aperta la possibilità di costruire una volontà generale antagonista, un «popolo» che rifiuti il tradimento perpetrato dall’attuale sistema dei partiti e che assuma la difesa della volontà generale tradita. Sono gli esclusi, quelli messi fuorigioco dai vari «tradimenti» del potere ufficiale, che si ribellano contro la struttura del potere che gli ha emarginati proponendo sé stessi come fonte antagonista di legittimazione. Il «non ci rappresentano» allora significherà: «Il popolo siamo (lo rappresentiamo) noi, gli esclusi, siamo noi a difendere la volontà popolare e non loro che rappresentano invece il tradimento del popolo (la sottomissione ai mercati, la corruzione dei politici, un interesse particolare)».

La seconda possibilità infine consiste nell’interpretare il «non ci rappresentano» come un completo rifiuto della rappresentanza politica, nel rivendicare quindi una democrazia senza mediazioni, una democrazia di tutti e per tutti. Per questa linea di lettura la rappresentanza è sempre un modo di ridurre la moltitudine di singolarità che compongono la società a un’unità simbolica che si eleva al di sopra di esse, ovvero è sempre una forma di sovranità, una relazione di potere. L’unità simbolica prodotta dalla rappresentanza si presenta come condizione indispensabile della vita sociale e i partiti che si dichiarano suoi interpreti ed esecutori si attribuiscono il diritto a comandare, a mettere ordine lì dove, senza di loro, ci sarebbe solo il caos. Il ricatto rappresentato dall’alternativa «sistema dei partiti o disordine sociale», non è altro che un mezzo per sottomettere la moltitudine al mandato di pochi, di politici e capitalisti che, attraverso le5 istituzioni nazionali, internazionali e private, governano dispoticamente il mondo.

Il grado di liberazione della moltitudine equivale allora alla forza che questa riesce a esercitare per eliminare gli ostacoli che le diverse forme di sovranità e sfruttamento pongono alla sua autorganizzazione, alla libera cooperazione delle singolarità che la compongono. Oggi questa capacità risulta essere alla base stessa dei processi di produzione economica. In essi l’intelletto, gli affetti, l’immaginazione, sono aspetti essenziali tanto del punto di partenza come del risultato. Inoltre la «produzione biopolitica», come la chiamano alcuni, si fonda sulle capacità cooperative messe in campo dai lavoratori, e in queste condizioni tanto più è libera la cooperazione, tanto maggiore sarà la ricchezza prodotta. Allora è soprattutto la produzione biopolitica a trovare espressione politica nel 15M e concretamente nella parola d’ordine «non ci rappresentano». Questo è il suo grido di denuncia, il rifiuto della rappresentanza politica come forma di un ordine che parassita e asfissia la forza produttiva, la capacità inventiva della moltitudine.

Potremmo continuare ancora esponendo altre tendenze o altre varianti e combinazioni di quelle già descritte, ma il discorso svolto fin qui basta a dimostrare che la non-rappresentanza è solo il principio in un altro senso ancora. Ora il vuoto, il caos o l’indeterminatezza messi al centro da quell’ambiguità di cui dicevamo all’inizio, si sono spostati. Ma spostandosi il vuoto non sparisce, piuttosto come un eccetera alla fine di una lista di esempi, si colloca ai margini impedendo la totalizzazione del movimento. E, una volta spostato, il vuoto dell’indefinitezza, dell’eccesso, della finitudine non può più funzionare come un buco nero dove ogni determinazione scompare. Detto altrimenti, la non-rappresentanza del 15M non è un’idea perfettamente delimitata, ma non è neanche un contenitore senza fondo dove poter mettere dentro tutto alla rinfusa. Non è qualcosa di puro in nessuno dei due sensi possibili: non è un’essenza perfetta e neppure un caos insondabile. La sua natura è un’altra, è una natura complessa. È composta da forze differenti di intensità diversa, da forze concrete in relazione non armonica.

Allora la non-rappresentanza è solo il principio perché il processo di articolazione tra le differenti tendenze che si muovono intorno al 15M non è che all’inizio, e perché questo processo non è altro che la storia del movimento, la storia che con il nome 15M o con altri, il movimento farà e che gli darà consistenza. Intesa in questo senso più ampio, la non-rappresentanza non è una negazione se non nella sua forma linguistica. Il «non ci rappresentano» è un gesto interamente positivo, è un agire che si compone con le pratiche del 15M, le sue assemblee aperte, la sua disobbedienza civile, il suo impegno sociale… È una sfida lanciata non solo al governo di turno, ma a noi stessi. È una scommessa, una scelta, la cooperazione della potenza stessa della cittadinanza che cerca di prendere in mano il governo della sua vita in comune. Ma non è una capacità che si trova già qui, a disposizione e pronta per l’uso, è piuttosto una potenza che bisogna costruire costruendo il movimento in una situazione sempre cangiante.

Il 15M si è fatto carico di un problema, quello di dimostrare che è possibile un’azione concreta della cittadinanza, diretta e senza la mediazione di quelli «che non ci rappresentano». Ed è attorno a questa sfida che le diverse tendenze in seno al movimento organizzeranno o meno le loro forze.

 

Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino

 

 

 

 

 

 

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi