Massimiliano Fuksas

Quest’autunno a Londra si è celebrato nel Victoria and Albert Museum con la mostra dal titolo Postmodernism: Style and Subversion il funerale del postmodern per alcuni o per altri la sua definitiva storicizzazione. Una delle grandi manie degli storici, ma anche dei critici d’arte e di architettura, è quella che parte dall’Encyclopédie di Diderot del XVIII secolo e che tenta di raggruppare fenomeni diversi l’uno dall’altro in grandi categorie. La semplificazione dei periodi storici ricchi di espressioni diverse ha resistito negli ultimi due secoli e sembra resistere anche nell’epoca della globalizzazione. Riprendiamo dal recente passato. Fu chiamato movimento moderno un periodo che tentava di mettere insieme Gropius con Aalto, Oud con F.L. Wright, Le Corbusier con Mies van der Rohe. Il cosiddetto moderno ha resistito e penso che continui a resistere sotto differenti spoglie oltre il periodo che andava dal Bauhaus del 1919 fino alla ricostruzione post Seconda guerra mondiale. La mostra intitolata International Style, di Henry Russell Hitchcock e del brillante architetto americano Philip Johnson presso il MoMA di New York nel 1932, propose una sintesi di un periodo architettonico che vedeva nel dilagare delle facciate continue e nella potenza economica americana la soluzione di ogni questione lasciata ancora sul tavolo dopo la Seconda guerra mondiale. La stanchezza ripetitiva che per anni aveva invaso l’Occidente, ma anche molti altri paesi, portò a una crisi sostanziale il formalismo di migliaia e migliaia di edifici simil gli uni agli altri che solo nelle facciate continue tentavano di mostrare elementi di discontinuità. Negli anni Settanta ci si accorse leggendo il saggio Learning from Las Vegas di Robert Venturi, Denise Scott Brown e Steven Izenour, che il mondo era sostanzialmente cambiato. La spinta etica e progressista che il movimento moderno aveva espresso fra le due guerre, e la diffusione globale dell’International Style, avevano sostanzialmente tenuto lontano dal loro territorio di ricerca sia il contesto che la storia.

Negli anni Settanta e Ottanta si è sviluppata nel panorama dell’Architettura, del Design e dell’Arte, una sorta di rarefazione dell’aspetto moralista del movimento moderno per riportare una libertà formale nel cuore dell’Architettura. Con il postmoderno si è data una risposta, non soltanto ad aspetti formali e all’impoverimento della scrittura architettonica, ma principalmente al passaggio dalla società dello sviluppo o del progresso a quella del capitalismo estremo che possiamo chiamare società dei consumi. Guy Debord, parte sostanziale del movimento situazionista, nel 1967 scrive il suo saggio La società dello spettacolo che completa e anticipa il passaggio dal proto consumismo della Pop Art a un fenomeno estremamente più complesso. La televisione e l’immagine riproducibile (W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1936) alterano definitivamente i valori, sia contadini che industriali, fino ad allora cardine di un intero sistema e ne annullano l’aspetto moralista. Paul Virilio, esteticamente meno compromesso di Baudrillard, tenta un’analisi rivolta all’utilizzazione degli elementi negativi per trasformarli in qualcosa di positivo. I bunker della Normandia non sono più una terribile arma difensiva-offensiva ma divengono una scultura e un modello riproducibile nella cultura del «blocco».

Il postmoderno ha messo insieme lo storicismo di Portoghesi e di Krier con l’ironia attenta e sagace di Mendini, ha permesso al gruppo New York Five di saccheggiare le Corbusier dei piccoli interventi residenziali, ma ha anche riscoperto l’architettura delle grandi praterie americane così come delle strutture senza architetto. Riqualificato il vernacolare, spazzato via il linguaggio retrivo con un triste e angosciante brutalismo in cemento armato. Ha permesso di liberare materiali considerati intoccabili dall’International Style come mattoni e ceramiche. In poche parole ha liberato, usando strumenti leciti e illeciti, producendo alcune volte mostruosità e pasticci genetici, le possibilità d’espressione della generazione successiva. C’è chi ha odiato come Joseph Rykwert ed Edward Docx il postmoderno convinti della sua dannosa inutilità e guardando al futuro in un’epoca che chiamano più «autentica». È morto il re, viva il re. La mostra di Londra, che ovviamente considera il postmoderno uno stile e una sovversione dal 1970 al 1990, in effetti è coerente con le contraddizioni che in quegli anni hanno comportato il cambiamento rapido della società. Oggi, forse, non c’è più bisogno di uno come Philip Johnson che con la mostra Deconstructivist architecture del 1988 al MoMA di New York sperava che il decostruttivismo avesse l’impatto dell’International Style nel nuovo contesto internazionale e che, al contrario, finì in un’orgia formale di «punte e schegge». Oggi, ognuno può permettersi di guardare alla Pop Art come Koons o Hirst e di realizzare una post post pop art. Ogni artista o creatore, in pratica, può lanciare su blog o sul web le sue radiose idee o le sue povere ossessioni, la propria opera, autentica o ideologicamente falsa. E nessuno è in grado di stabilire con certezza se la creazione sia reazione o avanguardia. Reazione a cosa, e avanguardia di cosa, si confondono nell’accelerazione dei processi, cosa che Paul Virilio affermava alcuni decenni orsono. La velocità, sia essa della luce o dei neutrini, rimane l’unica (ancora per poco) certezza. Per sette miliardi di essere umani. Quello che sta cambiando non sono nè lo stile, nè le forme, nè i concetti, ma probabilmente tutto ciò che i grandi numeri e la demografia comportano.

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