Conversazione di Luca Rastello con Enrico Donaggio e Daniela Steila

 [Inseriamo qui il testo integrale dell’intervista apparsa sul numero di novembre di "alfabeta2"]

Inizieremo con la domanda scontata che apre le nostre conversazioni: a tuo avviso, in una situazione di grande emergenza civile come quella italiana, esiste un compito dell’intellettuale?

Siamo tutti intellettuali, i mestieri immateriali prevalgono largamente su quelli materiali e la definizione di sé, della propria identità, s’inscrive molto più spesso nell'orizzonte intellettuale che in quello professionale. “Tu chi sei?” chiedi a un operaio, e lui ti risponderà: “Sono un appassionato di software”. Per questo credo che definire il concetto di intellettuale sia un po' pericoloso, sfuggente. Tanto più lo è definirne il compito. Esiste invece un compito fondamentale dei cittadini - e quindi dell'intellettuale (qualunque cosa sia) in quanto cittadino - che ha a che fare con la situazione a dir poco sonnolenta della società italiana. Con una decadenza della prassi politica che significa – in primo luogo – restrizione di tutti gli spazi di democrazia partecipata, reale. Più che di autoritarismo parlerei di opportunismo, elitarismo, di una “setta”, per non usare la parola “casta” tanto in voga in questo momento. Il “ceto politico” italiano, per recuperare un'espressione desueta, mi ricorda in fondo i bianchi boeri del Sudafrica alla fine dell'apartheid: non tanto dei dominatori, mossi da un'idea di potere, ma una tribù che si sentiva assediata e, con la violenza e l'inganno, garantiva la continuità dei propri privilegi, della propria conservazione attraverso il privilegio.

Con la complicità e il tornaconto di chi glielo lascia fare…

Sì, davanti a questa situazione sorprende che le altre tribù non si muovano. Non voglio dire che bisognerebbe rispolverare la lotta di classe – c'è chi ha continuato a farla e l’ha vinta – ma che manchi una difesa del proprio interesse vitale da parte di vastissimi settori della società italiana, mi sembra evidente. Ci si è adagiati su un'accettazione che ha tra le sue cause anche una logica di schieramento e polarizzazione divenuta largamente aprioristica. Il dibattito politico si nutre quasi interamente di parole chiave come “voi” e “noi” e coniuga i verbi soltanto alla seconda plurale, in una dimensione in cui l'enunciazione ha di gran lunga superato, e in realtà sostituito, la progettazione. Credo che si possa approssimare così una definizione del problema intellettuali-potere oggi in Italia: una logica molto intellettuale, una narrativizzazione dell'agire politico; la creazione di identità, schieramenti, tutti costrutti mentali che peraltro conseguono a vere e proprie strategie narrative, comunicative. La costruzione dell'altro, di una certa polarità, ha di fatto garantito l'impunità totale della classe politica e la non responsabilità nei confronti della cittadinanza. In questo hanno avuto grande parte anche i narratori, quelli che della parola, del pensamento articolato in immagini fanno professione. E quando si sono messi a fare i cantori civili non hanno migliorato la situazione, perché hanno gettato una narrazione dentro il mare delle narrazioni, finendo per contribuire a immobilizzare l'azione civica. Perché gli indignati di professione, gli eroi civili, i cantori della protesta producono delega.

Una delega ammirata, a rendere il problema ancora più complicato.

Una delega ammirata, certo, ma una delega! La democrazia viene sostituita da Facebook perché è sufficiente iscriversi al gruppo dei fan di Saviano per fare il proprio dovere contro la mafia. Anche quando poi magari Saviano esalta uno come Lilin che della mafia opera invece una glorificazione. Oppure basta iscriversi alla lista dei fan di Travaglio e si è fatto il proprio dovere contro la sporca illegalità incarnata da Berlusconi. O alla lista di Gherardo Colombo e si è fatto il proprio dovere per l'educazione alla legalità. Questo avviene ormai da più di vent'anni. E se in vent’anni il paese degli eroi civili ha prodotto soltanto arretramento sul piano della democrazia, della partecipazione, della condivisione, allora è ora di constatare il fallimento di un riflesso culturale da superare, da criticare. Ma nel momento in cui lo si fa, si finisce schierati dalla parte del traditore. Se, per esempio, si critica il fenomeno mediatico che ha imprigionato Saviano, si è immediatamente tra i sospetti. Questo è un elemento di paralisi. Ogni tanto, per fortuna, vado in giro per il mondo e vedo situazioni come quella dell’Argentina, un paese che ha fatto un collasso spettacolare, quello che faremo noi ma con più inerzia, credo, con minor resilienza come va di moda dire adesso. Lì non ci sono gli eroi civili, lo scrittore che prende la parola in nome del popolo. Però ci sono le fabbriche che sono state riprese in mano dai lavoratori, c'è partecipazione, un dibattito politico enorme, la rielezione della Kirchner con un'adesione di base, i comitati popolari... c'è insomma una realtà civile e politica di una vitalità e di una vivacità che da noi non ci si sogna più da tanti decenni.

Come se ne esce secondo te?

È chiaramente la domanda più difficile. Che fare? Quando uno esprime un po' di pensiero critico, glielo chiedono sempre. “Tu critichi, bravo, ma cosa proponi?”. È un altro modo per soffocare e tacitare. Non credo che questa sia la vostra intenzione! Ma la domanda rimane, pesante e imbarazzante. Si possono dare soltanto frammenti di risposta, minimali, minimalisti e rivolti a se stessi, non ricette salvifiche per tutti. Io individuo due elementi. Il primo è di carattere e di atteggiamento culturale. Credo che si possa essere radicali, ma la radicalità è consentita soltanto a chi saltella. Mi viene in mente l'immagine dell'eschimese sorpreso dalla primavera sui ghiacci. Si forma una crepa, poi all'improvviso si staccano tutti i blocchi di ghiaccio e lui si salva solo se salta dall'uno all'altro. Se si ferma è fregato. La stessa cosa vale per le identità che uno si dà rispetto alla società, all'agire civico, alla democrazia, alla responsabilità. Se si mette nei panni dello scrittore, oppure in quelli dell'esegeta della democrazia, o in quelli del profeta, o in quelli del protestatario, del contestatore… è fregato. Deve riuscire a scartare, a saltare da un'identità all'altra. Per guardarla da fuori, magari per riconfermarla, per risaltarci dentro. L'eschimese che saltella, spesso lo fa molte volte sugli stessi due lastroni di ghiaccio per poi eventualmente balzare su un altro. Ogni identità che si ipostatizza, si fa rigida e si propone al mondo con un alto tasso di riconoscibilità univoca è pericolosa e sospetta. Riuscire a fluidificare è invece fondamentale: non essere mai l'Intellettuale, l'eroe antimafia, il nemico di Berlusconi. Occorre diversificare lo sguardo. Il problema italiano è in parte, forse in larga parte Berlusconi, ma non solo. E il problema italiano non è italiano. Non bisogna feticizzare l'emergenza democratica. E comunque ci si muova, c'è da fare come cittadini. La radicalità saltellante non è una diversione, una distrazione dal problema fondamentale. Anzi, è una strategia per conservare la radicalità: permette di inquadrare esattamente, come in un mirino, l'obiettivo principale, in maniera laica, critica e forse efficace, dal momento che quella ideologica, retorica, narrativa, non lo è affatto. Quindi, prima di tutto, il saltello.

Quale, invece, la seconda mossa per uscire dalla trappola della delega ammirata all’eroe dell’indignazione civile?

L'impegno concreto: fare le cose, correre in giro. Preoccuparsi ad esempio dell'acqua: il caso più affascinante degli ultimi tempi, quello che mi ha dato un po' di commossa speranza, è stato un referendum che non solo non era stato promosso, ma era stato osteggiato, avversato da più parti, anche dall'opposizione. E senza nessuna mobilitazione significativa del mondo intellettuale, qualunque cosa voglia dire. È stato, credo, il momento più alto di civismo italiano degli ultimi dieci anni. Lo metto al di sopra dei movimenti pacifisti, che hanno fallito per via del loro irrigidimento ideologico. Oppure chiedersi perché i profughi della Libia – ad esempio – vengono ospitati a 40 euro al giorno e quelli del sistema nazionale per la protezione dei rifugiati a 33. La forbice di quei 7 euro ingrassa una microeconomia di enti che gestiscono l'emergenza. Questo non significa intervenire su Berlusconi, ma spesso su enti progressisti. Insomma, fare il cittadino. Secondo me è così che bisogna lavorare: mettere sotto il proprio fuoco ogni pratica, ogni retorica, ogni identità. Colpire, colpire, colpire. Se l’intellettuale oggi ha un ruolo è ancora e sempre quello del vivisettore. Non bisogna enunciare valori, costruire speranza, ma smontare le retoriche, far fuori le immagini e le pratiche rassicuranti e concilianti. Per questo si può essere anche molto carogna, il provocatore serve più dell'eroe. Questo il ruolo specifico di quello che noi chiamiamo, qualunque cosa voglia dire, intellettuale. Gli altri possono avere la speranza. A me piace l'insegnante che incarna la speranza, la trasmette ai bambini, ai ragazzi, alla scuola in una situazione disastrata, che accoglie venti stranieri perché non può fare altro, rischiando il ghetto, però poi di fatto producendo cittadinanza. Mi piace che loro siano retoricissimi. E come cittadino coltivo la speranza, ma come narratore il mio compito è soltanto (altrimenti sarebbe delirio di onnipotenza) vivisezionare le retoriche dominanti, che paralizzano l'agire democratico. Chi di mestiere fa il parolaio ha il compito di usare le parole come arieti contro le rappresentazioni rassicuranti. Perché il problema fondamentale secondo me è sempre quello di Ivan Illich: il “lavoro-ombra”, cioè tutta quella quantità di energia preponderante, intellettuale ma anche fisica, che viene investita per rendersi tollerabile l'intollerabile.

Tu scrivi: questo è il lavoro più pesante che svolgiamo. Più faticoso anche del lavoro in senso stretto, la cosa più estenuante della nostra vita quotidiana…

È per lo meno l’attività a cui ci dedichiamo di più, quella che impegna più energie, più tempo. Lo facciamo per renderci tollerabile l'intollerabile. C'è un meccanismo che stritola, che toglie identità, destino, destinazione, anche felicità; un meccanismo economico che vive sull'infelicità, sull'insoddisfazione che produce il mercato. Un sistema terrificante, tollerabile soltanto grazie al lavoro-ombra che produce rappresentazioni che conciliano con tutto ciò. E allora il buonismo, l'eroismo del volontariato o della protezione civile, a seconda che si sia di sinistra o di destra, la bontà della sinistra contro la destra sporca e illegale, o l'intelligenza irridente della destra contro la sinistra ingenua e retorica, e poi i valori civili, gli eroi. Il problema è che ogni rappresentazione conciliatoria ci permette di andare anestetizzati verso qualcosa che a livello individuale è certissimo da sempre, da quando è nata la vita su questo pianeta; è l'unico esito possibile, però si accelera la corsa conciliandosi, non puntando più i piedi. E purtroppo gli intellettuali sono i più formidabili caporali del mercato del lavoro-ombra, gli arruolatori di manodopera.

Nel tuo lavoro come cerchi di evitare tutto questo? Più che come giornalista sei noto come scrittore, ma anche come qualcuno che ha fatto un sacco di cose e in direzioni diversissime. Non sei mai rimasto fermo troppo tempo nello stesso posto.

Una volta un amico, sapendo che per lo più faccio i titoli sul giornale per cui lavoro, mi ha chiesto di dare un titolo alla mia vita. Mi è venuto in mente: “Se potevo, restavo”. Perché non è mai stata una scelta quella di partire, di spostarmi, di fare le cose. Sono molto sedentario, pantofolaio. La spinta a muovermi è sempre stata contingente. La direzione, posto che ce ne sia una precisa, è morale: semplicemente lasciarsi travolgere, quando arriva l'onda, prenderla.

Piuttosto anomala è anche la frequenza con cui collabori con altri, nella scrittura. Pensi che il tuo mestiere si faccia meglio in forma collettiva, insieme con altri?

Mi piace lavorare con altri, soprattutto con i più giovani. Tutte le volte che ho un minimo di competenza o di possibilità di movimento, mi piace andare a prendere quattro o cinque persone senza futuro, che lavorano a progetto, a contratto, a fregatura, e formare con loro una piccola nave pirata. Questa responsabilità verso chi viene dopo è fondamentale; occuparsi moltissimo della trasmissione dei saperi, della formazione. È molto più importante un insegnante delle medie di qualunque intellettuale che scrive sui giornali. So che sembra demagogico e pasoliniano, ma ci credo. Ai giovani si è dissolto non solo il futuro, ma anche la consapevolezza di dove questa mancanza di futuro è cominciata. La mia generazione invece ha avuto modo di vedere l'inizio di tutto questo. Io appartengo alla prima generazione di molte fottute, la prima che non è cresciuta col boom ma con la crisi, quelli che qui in Italia sono esplosi col movimento del '77 e col punk, la rivoluzione di chi non ha più nessun orizzonte. Il '68 è stato un movimento critico, libertario, nobile, progressivo, che nasceva dal benessere, pensava a una società in crescita. Si trattava soltanto di prenderla e regolarla con il socialismo. Il futuro esisteva, eccome! Il ’68 è stato un fenomeno praghese, belgradese, americano – lì comincia nel '64 – forse francese e tedesco. In Italia è stato uno stage dell'alta borghesia, una scuola di coraggio per i figli che dovevano prendere le redini del paese. Tutta gente che alla fine è tornata alle professioni liberali.  È anche una parabola nobile, se volete. La grande mascalzonata non è tanto che hanno preso il potere - accademico, comunicativo, finanziario, editoriale - e anche il contropotere, perché nelle cooperative, nelle onlus, nelle ong, i dirigenti sono sempre loro. Il problema è che, a differenza di tutte le generazioni che li hanno preceduti, hanno completamente disertato la responsabilità di formare dei successori. È la prima generazione, la loro, che non ha voluto essere né padre, né madre, né maestro, né formatore. Forse perché avevano portato l'attacco al cielo dell'autorità e quindi non si ritenevano più in possesso dell'autorevolezza necessaria per farlo. Dalla mia generazione in poi chi cercava dei riferimenti, li cercava nei nonni, non nei padri. Il '68 ha bloccato la trasmissione dei saperi.

Stai demolendo la meglio gioventù, il mito generatore di una retorica della memoria tronfia e compiaciuta. È quello che hai fatto in Piove all’insù, definito quasi all’unisono il più bel romanzo italiano sugli anni Settanta, e anche nei delicati scandagli di Undici buone ragioni per una pausa...

È la retorica della memoria che mi terrorizza. Mi piace moltissimo Primo Levi quando, ne I sommersi e i salvati, dice che quel libro nasce dalla memoria, quindi da una sostanza sospetta con la quale occorre essere cauti. Pensate: Primo Levi dice che la memoria è sospetta! Adesso invece celebriamo la giornata della memoria, un rito civile che esaurisce la passione civica e l'assunzione di responsabilità che un'amministrazione pubblica ha nei confronti dei propri governati, e il rapporto di responsabilità che questi hanno nei riguardi della vita associata. E poi, se siamo di sinistra si chiamerà giornata della memoria, se siamo di destra giornata del ricordo; una sarà per le vittime dell'Olocausto, l'altra per le foibe... Tutto questo dice una cosa fondamentale: la memoria è una narrazione con autore, una narrazione intenzionale. Ho sempre riflettuto sulla questione degli stermini. Lo sterminio originario in Europa è stato quello degli armeni. La questione che gli armeni pongono a tutto il Novecento, e ormai anche al XXI secolo europeo, è la seguente: come si fa ad avere identità e società dei diritti, se si nega la memoria di un fatto così capitale come uno sterminio. Gli armeni sono dunque il popolo della memoria. Benissimo. Poi un giorno vado nel Nagorno-Karabakh, dove Osip Mandel'shtam nel '30 trovò le macerie della città di Sushi, armena, distrutta dagli azeri. Vado e la trovo di nuovo in macerie per la guerra recente, ma soprattutto trovo la città di Agdam in rovina. Una città azera di 150.000 abitanti dove la pulizia etnica era stata completata: fuori tutti. Uno dei posti più spettrali che abbia mai visto. Era il 2000. Ci torno l'anno scorso, per fortuna mi ricordavo la strada perché sulla cartina il nome di Agdam non c'era più. Ci vado: non c'era più niente. Niente. C'erano ancora alcune ruspe, il cimitero che testimonia che lì c'era stata un tempo una città grande come Asti. Erano spariti perfino i confini delle proprietà. Terra bruciata: una città azera, eliminata dagli armeni. Ci sono dunque dei cerchi concentrici: la memoria degli armeni mette in crisi l'Europa, la interroga. Però gli armeni cancellano la memoria degli azeri nel territorio che eleggono a simbolo della loro memoria. Poi vado a Baku e trovo gli azeri scappati da Agdam che, se incontrano un armeno, gli tagliano la gola. E se tu dici che sei stato in Armenia, ti girano le spalle e se ne vanno. Cerchi concentrici, insomma, tutti in nome della memoria. Allora anche questo meccanismo della memoria va messo sotto la lente del sospetto. Perché, molto banalmente, se io ad Agdam potessi tirare fuori, per magia, un archivio con l'anagrafe e il catasto, dove sta scritto: fino a lì era casa di Abdul, e da là in poi era casa di Avraham, e Abdul aveva 14 pecore e Avraham aveva 15 galline, e la famiglia di Abdul era fatta così, e quella di Avraham era fatta cosà, e poi un po' oltre c'era la proprietà di Yasser... Quella non sarebbe memoria, ma precisione. E forse renderei un servizio più alto alle vittime di tutto questo con la precisione, e non con la memoria che è una narrazione. La memoria che si accontenta di sé e si fa retorica è pericolosissima, non solo quando si parla di ’68, ma più in generale. Rende ciechi di fronte alla realtà.

Come scrivi nel La frontiera addosso, lavoriamo tutti per costruirci uno “sguardo che non guarda”. L'etica della precisione è forse un antidoto a questa pratica sorda e inesorabile del diniego, a questa cecità a occhi aperti rispetto all’intollerabile?

Nelle Undici buone ragioni per una pausa, c'è un racconto che comincia così: “Io non so guardare”. È un tentativo di usare la scrittura in maniera quasi terapeutica; se lo scrivo ce l'ho davanti, devo farci i conti. Come tutti, io non sono una sentinella della vigilanza, della coscienza vigile. Tendo a costruirmi uno sguardo che riesce a non guardare, a distogliersi; e quindi ho bisogno di un rimprovero continuo che mi muovo attraverso la scrittura, occupandomi di cose che, una volta scritte, sono lì e mi dicono: “Ehi! Guarda che...”. La difficoltà più grande, ovviamente, è accendere questo sguardo su se stessi, sulla propria parte. Io, ad esempio, non sono ancora mai riuscito a scrivere sui rapporti di forza e di potere che si creano all'interno delle aggregazioni “buone”. È un tema che continua a ossessionarmi: nelle conglomerazioni dei buoni ci sono rapporti di potere ferocissimi e spietati che riproducono il peggio della società a cui si contrappongono. E questo vanifica la loro azione e fa sì che potenziali realtà critiche diventino motori di conciliazione, omeopatia. Finché loro esistono, il mondo più o meno è tollerabile. Quel che vale per le retoriche, vale per certi mondi della bontà organizzata. Per esempio: il giorno dopo la prima puntata del programma di Fazio e Saviano, tutti i miei amici dicevano “Ma che figo! L'Italia è ancora un paese dove si può...”. E Berlusconi, quel giorno stesso, ha detto: “Governerò altri due anni”. Tra le realtà antagoniste ci sono casi nobilissimi, in cui prevale però la logica della tutela selvaggia e irriducibile dell'identità. Gli anarchici che hanno preso la guida del movimento no-Tav, ad esempio, stanno ottenendo risultati opposti a quelli che la loro idealità imponeva, ma non mettono in discussione la loro prassi perché è la percezione dell'identità a governarla. È pericoloso. Non sono mai riuscito a raccontare bene queste cose, perché ci sono dentro anch'io. Ai tempi della guerra in Bosnia, per parlare di tutto ciò, usavo il paradosso del “gesto sensato”: nel tardo XX secolo, mentre sei lasciato a marcire in una metropoli occidentale ricca, in cui non hai più nessun destino, nessun orizzonte, ti capita all'improvviso che puoi metterti sulla Uno e, con un pieno di benzina, arrivare in una zona di guerra, prendere una vedova con due figli e portarla via. Diventi finalmente un uomo col destino, un eroe di te stesso! Proprio allora devi fare attenzione, perché il gesto sensato abbassa tutte le soglie critiche; è talmente sensato che ti ridà direzione, destino, identità, verità, bellezza, per cui sei disposto a qualunque cosa pur di poterlo compiere.

Nella Guerra in casa ho usato l'espressione: “A volte uno sguardo innocente è disposto a molti delitti pur di preservarsi tale”. All'epoca, nello slancio della bontà, abbiamo commesso azioni disumane, perché non volevamo riconoscere il lato ambiguo, oscuro che c'era in questo slancio. C'è chi in Bosnia, con le migliori intenzioni, ha portato le spie o le armi. È sempre la logica del del nemico perfetto che genera effetti nocivi: che sia Berlusconi, la cocaina, la guerra, garantisce di per sé una patente di impunità a chi lo combatte. Perché chi combatte contro il Male assoluto è per ciò stesso il Bene assoluto, e il Bene assoluto non lo discuti in nessun caso. Se la cocaina è il male assoluto, chi si batte eroicamente contro la cocaina ha ragione qualunque cosa faccia, anche quando legifera in materia di immigrazione, perché è l'eroe che salva i tuoi figli dallo spettro della dipendenza. Questa è una logica di destra. Ma ci sono logiche di sinistra che seguono la stessa dialettica. Nel contesto della guerra balcanica, con la creazione del nemico perfetto e, specularmente, della bellezza e sensatezza del proprio gesto, abbiamo sorvolato su alcune contraddizioni.

A me capitò in Albania, all'epoca della guerra del Kosovo, di intervistare il generale Alfred Moisiu, che poi è diventato presidente della repubblica, ma allora era il delegato dell'Albania alla partnership con la NATO. C'erano 200.000 profughi ammassati a Kukes, al confine tra Albania e Kosovo. Di là c'erano i Serbi con le artiglierie, di qua i profughi che venivano tenuti schiacciati contro il confine. La domanda ovvia era: “Ma perché non li portiamo sulla costa? Non dico in Italia, ma almeno sulla costa, lontano dalle artiglierie?”. Il generale Moisiu, che era un pragmatico vero, mi rispose: “Caro amico, noi non siamo mica sicuri che con l'aviazione riusciremo a battere Milosevic, probabilmente ci vorrà un attacco di terra”. “E allora?” “È semplicissimo. Noi mandiamo una pattuglia a colpire i serbi a ridosso del bacino di profughi, quelli reagiscono e fatalmente li colpiscono. Quindi la NATO deve intervenire e sfondare in Kosovo.” In quel momento mi si rivelò il senso dell'Operazione Arcobaleno. Mi chiesi “Ma cosa stiamo facendo qui?” Ci sono 200.000 persone che rischiano di morire di malattie curabili, ma se gli porto acqua pulita faccio manutenzione d'armi, esattamente come pulire la bocca da fuoco di un cannone, perché loro sono lì come arma. Rendere più tollerabile la situazione significava rendere più efficace l'arma. Quando si attaccherà e si ammazzeranno i civili dall'altra parte, io avrò spolverato per bene quei cannoni. Ma se non lo faccio, quei bambini si ammaleranno e moriranno. E allora cosa devo fare? Va bene. Si vive tragicamente, saltellando. Perché la condizione della radicalità è anche una condizione tragica. Può essere tragicamente gioiosa, ma è tragica. La contraddizione è irresolubile. Per cui tragicamente scelgo in ogni momento cosa faccio ora. Probabilmente porto l'acqua ai profughi. Però evito di esaltare la bontà del mio gesto, di costruirci sopra un'identità. Anche perché in quel momento, tra l'altro, stava accadendo che con l'Operazione Arcobaleno si confondeva la logistica militare con quella di pace. Era un'idea geniale, perché il Ministero della Difesa, mettendo a disposizione le navi militari alle ong, permetteva loro di fare progetti che non avrebbero mai potuto permettersi altrimenti: costruire 3000 tetti, fare interventi di sanificazione formidabili; al tempo stesso, però, costruivano anche una cultura dell'esercito come una presenza cooperante, e non belligerante.

Ecco, il mio problema è che queste cose non le ho mai raccontate bene. Perché anch'io abito quella contraddizione. Una volta che ho fatto la scelta tragica, ho bisogno di risolverla e dire: “Ho agito per il meglio, ho fatto bene”. Per questo voglio che i miei testi mi rimproverino, altrimenti rischio di essere contento per aver scelto una delle due alternative di Kukes. La sola condizione perché tutto non venga sempre vanificato è avere sempre presente la tragicità del nostro rapporto con la società.

I tuoi testi non rimproverano soltanto te, ma anche i tuoi lettori. Non cadi anche tu nel rischio di farti in qualche modo cantore civile?

È una questione di scala. Non dico di conoscere tutti i miei lettori, ma certo posso avere una retroazione molto forte, stimolante, vivace, a volte anche difficile, perché qualcuno si arrabbia, interviene, ti minaccia. È una questione di scala perché il grande problema è il mercato: nella nostra epoca i destini e le vite sono consegnate al mercato e non è il mercato a essere governato dalle vite, dai destini. E il mercato vende comunicazione più di qualunque altra merce. È il mercato della comunicazione a trainare, a produrre il movimento di tutte le altre merci, a mettere in moto l'economia. Il mercato politico è diventato mercato della comunicazione: non vendo più progetti di società, ma ansie, emozioni, narrazioni. Chi sale troppo in alto nella scala dell'intervento, diventa perciò un feticcio della comunicazione, un catalizzatore, uno strumento di quel mercato. La cultura diventa produzione di eventi, non di biblioteche, scuole, case editrici. Gli assessorati devono fare cassa e l'evento serve a questo, mentre le altre sono spese. L'evento è la definitiva feticizzazione della merce-cultura, la sostituzione del consumo alla produzione. Eppure, in un mondo governato dai consumi, la cultura potrebbe essere un salutare contravveleno. Si può vivere in un mondo governato dai consumi, se almeno la cultura non è consumo, ma è in qualche modo alimento critico. In questo caso non c'è lavoro-ombra, non c'è conciliazione, ma negoziazione con l'esistente. Ecco, senza arrivare alla rivoluzione, se riuscissimo a passare dalla conciliazione alla negoziazione con l'esistente avremmo fatto un passo avanti enorme. Ma questo è possibile soltanto se critica, cultura, narrazione, intelligenza, analisi, non sono merci alla stessa maniera in cui lo sono emozioni, tv, ecc. Una scala più ridotta d'intervento consente questo scarto, ti permette la verificabilità, il confronto continuo e l'efficacia, e ti permette di saltellare. Perché a spingerti a saltellare non è una virtù soggettiva - la tua personale disposizione al saltello - ma il confronto. Sei costretto a saltellare, perché ti attaccano, ti mettono in crisi e allora devi vederti in un’altra luce, cambiare il modo di inquadrare i problemi.

Per questo devi saper conservare sempre una grande autonomia. È possibile? Non si rischia di pagare questa scelta anche in termini di efficacia?

Anche l'autonomia, con una punta di realismo, va vista secondo una prospettiva di scala. Penso al paradosso del free-lance: nessuno è meno libero del free-lance, perché, siccome deve campare di quello che scrive, scrive per chiunque. Dall'altra parte c'è quella che chiamerei una piccola “etica del nonostante”, che è una buona indicazione per chi scrive storie. Se uno si fa le sue otto ore a marcire in un lavoro banale, in un'azienda di cui è a libro paga, e nonostante questo c'è una storia che preme per uscire, perché nasce da un rapporto critico col mondo, o da un'incazzatura, o da un innamoramento estetico ... questa storia, che deve uscire nonostante la prosa della quotidianità, probabilmente ha molto più valore di una storia progettata professionalmente in un laboratorio da un autore autonomo perché vive solo della sua scrittura. È una storia che collide col mondo e quindi ha un rapporto più stretto col mondo. Questo vale sicuramente per la narrazione, ma credo valga per i prodotti intellettuali in generale. La condizione prosaica di dover fare un lavoro, di dover stare dentro la società, è una cartina di tornasole critica formidabile per chi è tentato dai cieli alti dell'intelligencija. Perciò, tutto sommato, essere costretti non alla servitù politica verso un padrone, ma alla condizione prosastica di quotidianità, introdotti in un meccanismo che non si tollera, che non si sopporta, che produce fatica, ansia, frustrazione e degenerazione, ed essere costretti a battersi contro tutto ciò per esercitare il proprio spirito critico, è una ginnastica salutare. In questo senso l'autonomia che nasce nonostante, attraverso la prosa, la quotidianità, insomma l'autonomia feriale, ha più valore dell'autonomia festiva.

La spietatezza, la vivisezione, la non conciliazione di un’autonomia feriale: è una posizione molto limpida, ma non è troppo dura, addirittura cinica? Non abbiamo bisogno anche di entusiasmo e scenari positivi?

Figuratevi che io la trovo fin troppo romantica, non cinica! È una forma di amore per il mondo sviscerato, viscerale, quasi oscena. È un modo di volere, di pretendere ed è un privilegio. La posizione che descrivo e assumo non è compito di tutti. Ma di chi ha un privilegio. Io ho il privilegio di avere il mio studiolo, la mia penna che riesco a muovere dignitosamente, la mia casetta di campagna. Sono convinto che quelle che Furio Jesi aveva identificato come le cinque caratteristiche dell'umanesimo elementare - che io volgarizzo nella seguente formula: “mangiare, bere, dormire, fare l'amore decentemente e avere una cosa in cui credere” – vadano perseguite e difese per prime. Ma non è con un atteggiamento bamboleggiante nei confronti dell'orrore che tutelo queste cose. Dove si deve essere spietati è bene esserlo, perché così si sta bene quando si riesce ad andare in campagna e fare il bagno nel torrente, e godersela proprio.

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi