Antonio Sparzani

Dal Quotidiano dei lavoratori, venerdì 7 maggio 1976, p. 3.

Non è certo da molti anni che il dibattito sul ruolo della scienza nella società esce dalle mura di ristretti ambienti intellettuali ed accademici e interessa invece, anche se in maniera ancora frammentaria e poco organica, più vasti strati di opinione pubblica; conseguenza positiva anche questa dello sviluppo dell’università di massa e dell’ appropriazione, quanto meno da parte di un numero crescente di studenti, di questo tipo di problematica, così come dell’inserimento nell’università - anche se ancora in maniera prevalentemente precaria e tra mille storture e difficoltà - di fascie di giovani che con le esperienze di lotta degli ultimi otto anni hanno maturato l’esigenza di un’analisi non superficiale dei meccanismi più profondi che connettono il mondo della ricerca e della scienza con quello dei rapporti di produzione.
Questo dibattito è ancora assai lontano da condizioni di sufficiente chiarezza e definitezza, e ciò non solo e non tanto per l’intrinseca difficoltà dei problemi che investe, quanto per ragioni «storiche», che hanno fatto sì che per lunghi anni, in molti paesi, risposte dogmatiche e acritiche a questo tipo di problemi fossero imposte, più o meno sottilmente, a tutto il contesto sociale. Occorre dire subito che anche in campo marxista le posizioni non sona state - e non sono - affatto univoche e che anzi si tratta probabilmente di uno di quei terreni in cui - data anche l’assenza o quasi di risposte articolate, non ambigue, adeguate al contesto attuale, nei classici del marxismo - maggiore è il rischio che posizioni e atteggiamenti provenienti dell’ideologia della classe dominante, o ad essa funzionali, si insinuino all’interno delle classi subalterne e dei loro alleati.

Il recente volume dei compagni Ciccotti, Cini, De Maria e Jona-Lasinio «L’ape e l’architetto» (Feltrinelli editore), è tutto centrato sul problema dei rapporti e dei condizionamenti reciproci tra scienza (applicata e teorica) e rapporti sociali di produzione. L’analisi di questi compagni perviene all’individuazione concreta, cioè superando il limite delle proclamazioni sloganistiche, della «non neutralità della scienza», non soltanto nel suo uso, ovvero nelle sue applicazioni, ma anche nella sua struttura teorica più profonda. Il pregio maggiore di questo libro (peraltro di lettura non facile per i non addetti ai lavori) è probabilmente il suo uscire dal generico, il suo buttarsi senza timidezze e tentennamenti, e in maniera estremamente articolata, in un groviglio di problemi, epistemologici e di esemplificazioni concrete certamente assai arduo da districare.

La tesi centrale del volume è che la scienza, nel suo evolversi e nel suo determinarsi, è profondamente legata e radicata nei rapporti sociali di produzione vigenti nella società che la esprime; elementi essenziali di questo radicamento sono non soltanto, ovviamente, l’uso che la classe dominante ne fa, vuoi per aumentare l’efficacia e la ferocia delle distruzioni umane ed ambientali nel Vietnam, vuoi per massimizzare i profitti in fabbrica e per un maggiore sfruttamento e condizionamento, in tutti i possibili aspetti, delle classi lavoratrici, ma il tipo stesso di metodologie fino alle più astratte e apparentemente meno connesse con i condizionamenti sociali, che essa impiega per la propria fondazione teorica. È questo evidentemente il terreno su cui è più difficile essere precisi e documentati, ed anche il più arduo da sintetizzare e divulgare vista la sua complessità, magari anche artificiosa e inessenziale, tuttavia realmente connessa con questo tipo di problemi.
Elemento di analisi fondamentale per tutto l’impianto del discorso di Cini e degli altri compagni è la demolizione delle usuali contrapposizioni tra scienza e ideologia. Partendo dalla seconda tesi su Feuerbach («La questione se al pensiero umano appartenga la verità oggettiva non è una questione teorica ma pratica. È nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica»), gli autori giungono a classificare la scienza come una particolare specificazione dell’ideologia, entrambe forme di un unico genere di pensiero conoscitivo, per il  quale cioè si dà un unico criterio di validità, radicato nella storia in quanto ancorato alla «pratica dell’Umanità in tutta la sua ampiezza e in tutto il suo sviluppo».
L’obiezione più facile a questa impostazione è l’apparente contraddizione con il ripetutamente, e anche giustamente, ribadito «carattere oggettivo della conoscenza scientifica». Ed è infatti soprattutto su questo punto che si è inserita la polemica e la critica, in verità piuttosto goffa, di Lucio Colletti il quale, banalizzando e in alcuni punti anche travisando il testo degli autori, dalle colonne dell’Espresso ne riassume le tesi sentenziando:
«Qui ... la scienza e il capitalismo fanno tutt’uno. Il valore oggettivo della conoscenza scientifica e saltato. Malgrado le intenzioni è saltato anche il materialismo».
Non sfugge ad un analogo fraintendimento, sebbene nel contesto di un articolo più equilibrato, nemmeno Giovanni Berlinguer (Repubblica del 25-4) quando asserisce: «Non c’è dubbio che gran parte delle ricerche che oggi si fanno hanno finalità oppressive, ma trarre da questo la conclusione che tutta la scienza elaborata sotto il dominio della borghesia sia da buttare via è come dire che bisogna buttare via la democrazia borghese che è invece una conquista storica che va trasformata ed arricchita».
La migliore risposta a questo tipo di obiezioni che rovesciano il problema senza in realtà dargli una risposta, può essere trovata in una frase di Bucharin che Cini e gli altri citano ripetutamente: «Il soggettivismo di classe delle forme di conoscenza non esclude in nessun modo il significato «oggettivo» della conoscenza: in una certa misura la conoscenza del mondo esterno e delle leggi sociali è posseduta da ogni classe, ma gli specifici metodi di concettualizzazione, nel loro processo storico, condizionano in vario modo il processo di sviluppo della adeguatezza della conoscenza; e l’avanzata della storia può condurre a «metodi di concettualizzazione» tali da diventare una costrizione alla conoscenza stessa. Questo accade alla vigilia della distruzione di un modo di produzione e dei suoi rappresentanti di classe».

L’Ape e l’architetto riprende e articola essenzialmente questa tesi. Gli autori fanno propria l’affermazione che «compito della scienza non è [e non è mai stato in realtà] la ricerca della verità; essa tenta, con le sue categorie, di costituire un insieme di relazioni astratte che si accordino non soltanto con I’osservazione e la tecnica, ma anche con la pratica, i valori e le interpretazioni dominanti».

Semplificando: la scienza si propone di rispondere a certe domande ma la scelta delle domande da farsi, che di per sé riguardano problemi oggettivamente presenti nel rapporto dell’uomo con la natura, è fortemente condizionata dal contesto sociale.
Il ruolo fondamentale di tali domande sfocia poi nel libro in questione, nell’altro grosso discorso sulla progettualità, che pervade tutto il libro di Cini e degli altri compagni e che ne motiva anche, tra l’altro, l’insolito titolo. Prendendo spunto infatti dal passo del primo libro del Capitale (in cui si afferma: «Il nostro presupposto è il lavoro in una forma nella quale esso appartiene esclusivamente all’uomo. Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin dà principio distingue il peggior architetto dall’ape, migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente all’inizio nell’idea del lavoratore che quindi era già presente idealmente»), gli autori individuano la caratterizzazione fondamentale dell’attività umana, e quindi anche dell’attività scientifica, distinguendola così essenzialmente dalla storia naturale, come «attività progettuale», ovvero finalizzata. La determinazione di questi fini appare profondamente coerente con l’assetto globale della società non appena si consideri non il livello del singolo operatore scientifico, ma il livello collettivo:  «L’integrazione di tutti i pensieri e comportamenti espressi dai membri di una società è ciò che si può definire la cultura. Una cultura, d’altra parte, è appunto ciò che si può razionalmente comprendere in termini del materialismo storico ed è essa, e non «il pensiero», che pianifica la produzione del singolo lavoratore, che, come manifestazione della coscienza sociale, definisce un progetto per la società».
Convincenti esemplificazioni di un tale processo possono trovarsi ricordando che, ad esempio, nel mondo greco antico di invenzioni e scoperte di tipo meccanico ne furono fatte più d’una, nessuna di esse però ebbe seguito o successo alcuno e furono presto dimenticate, non giocarono alcun ruolo nel processo di integrazione di cui si diceva, cioè le macchine non servivano, visto che c’erano gli schiavi; non rientravano in alcun progetto socialmente accettabile e accettato. Analogo discorso potrebbe essere fatto per le critiche, anche rigorose, che nel medioevo vennero portate alla meccanica aristotelica, che tuttavia dovettero aspettare il Rinascimento per trovare sbocco in progetti globali alternativi.

Col che, sia detto per inciso, si fa chiarezza anche nel discorso sulla responsabilità del singolo scienziato, sui suoi condizionamenti e sulle sue possibilità di ribellione individuale, dibattito ricorrente ma spesso sterile proprio perché tutto centrato sul livello individuale e quindi di taglio essenzialmente morale se non moralistico.
Vorrei ancora accennare, anche se rapidamente, a due altri punti. che mi sembrano rilevanti a proposito de «L’ape e l’architetto», anche se sul secondo va forse rimproverato a Cini e agli altri di essere stati troppo frettolosi. Al primo di questi due punti è dedicato praticamente tutto il secondò dei saggi che compongono il volume («La produzione della scienza nella società capitalistica avanzata»), nel quale viene proposto, sulla scia del concetto marxiano di «feticismo delle merci», quello che potremmo chiamare feticismo della neutralità della tecnologia (intesa come «produzione le cui condizioni teoriche siano fornite dalle scienze naturali»).

Sarebbe assai arduo riportare qui tutta l’analisi degli autori, non tutta per altro completamente convincente; ma tant’è, bisogna pure cominciare a condurre il discorso anche su questi terreni minati, che coinvolgono praticamente tutto il primo capitolo del primo libro del Capitale. Mi limito a riportare una delle conclusioni chiarificanti cui giungono gli autori: «Da quanto detto risulta chiara l’insussistenza di ogni teoria della neutralità della tecnologia. Il concetto di neutralità non è infatti che una forma specifica del feticismo, che attribuisce a proprietà oggettive intrinseche di questo prodotto dell’attività lavorativa intellettuale e manuale degli uomini ciò che discende dai rapporti sociali che tra di essi intercorrono.» Lo stesso discorso viene esteso poi dalla tecnologia, nel senso preciso sopra citato, alla scienza cosiddetta pura. Anche quando si voglia far discendere, in tutto o in parte, il risultato scientifico dalla “curiosità” del singolo ricercatore, non vi è dubbio che tale “curiosità” è, a livello del processo di integrazione di cui si diceva, socialmente determinata.

L’ultimo punto che mi sembra importante toccare (ma di spunti nel volume ve ne sono moltissimi altri) è quello della divulgazione della scienza o, come meglio dicono i nostri autori, il «problema della costruzione di una cultura scientifica di massa». È una questione che viene affrontata, ma, come dicevo, troppo frettolosamente alla fine del terzo saggio («Il dibattito epistemologico moderno e la socializzazione delle “scienze”») e solo sfiorata alla fine del secondo. Viceversa l’affrontare correttamente questo compito costituisce, a mio avviso, una condizione indispensabile perché il dibattito sulla non neutralità della scienza acquisti davvero tutto il suo significato e diventi davvero uno strumento di lotta politica per il proletariato.

L’appunto che si può muovere a Cini e agli altri compagni è allora forse di non aver contribuito con questo loro volume a “fare chiarezza tra le masse” rispetto ai problemi di cui si parla, e cioè di non essersi sforzati di dare, naturalmente senza semplificazioni fuorvianti e dannose storpiature un quadro sufficientemente chiaro e accessibile anche ai non “strettamente addetti” del dibattito e delle questioni in gioco. In un paese come il nostro, dove la prevalenza della cultura di impronta umanistica è sempre sembrata e sembra ancor oggi un fatto “naturale” e incontrastabile è particolarmente urgente il compito di contribuire allo sviluppo di una coscienza precisa degli strumenti e dei metodi che costituiscono il complesso del rapporto uomo-natura.

Compito arduo, non c’è dubbio, ma che lo è meno per le difficoltà “tecniche” insite nella materia che non per lo stile di dibattito cui tutti siamo, chi più chi meno, tradizionalmente addestrati: più per allusioni che per affermazioni, più per citazioni che per affermazioni, più per confutazioni che presuppongono una somma di conoscenze precedenti che per analisi “chiare e distinte”.

Se L’ape e l’architetto non si sottrae del tutto a questi limiti, meno ancora se ne sottraggono gli articoli che swono comparsi in queste settimane a mo’ di polemica e di commento sul libro. Ne diamo in questa stessa pagina un sintetico collage per dare un’idea del dibattito: ma non è la strada che pensiamo debba seguire chi non si limita a vedere il problema della “socializzazione della scienza” esclusivamente in termini di bocconi già masticati e ruminati dagli “addetti ai lavori” da dare in pasto alle masse.

 

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Una Risposta a Su “L’ape e l’architetto” (1976)

  1. Otto ha detto:

    Muchísimas gracias por tu contribución, no
    tenía ni la más ligera idea.

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