Carlo Formenti

All’amico Alberto Abruzzese «alfabeta2» proprio non va giù. In un lungo articolo (Pensare e fare politica nel tempo delle reti) pubblicato a puntate sulla rivista «gli Altri», si è dichiarato profondamente irritato per i «vertici di politichese marxista, leninista, idealista» che, a suo parere, si toccherebbero su queste pagine, infestate dai «fantasmi» del comunismo e della rivoluzione non meno di quelle della vecchia alfabeta. Del resto – questo lo dice Marx, non Alberto, ma è chiaro che anche lui lo pensa – si sa che nella storia le tragedie, se e quando si ripetono, assumono veste farsesca. Replicare alle invettive con le invettive serve a poco, se non a sfogare il cattivo umore. Quindi mi guarderò bene dal farlo, anche perché le invettive di Alberto arrivano solo alla fine di una serie di argomentazioni «serie» che meritano di essere trattate come tali, e sulle quali mi è impossibile tacere, visto che vengo in più occasioni tirato in ballo in quanto membro di una confraternita di autori accusati di aver contribuito a definire e analizzare il tempo presente in quanto «società delle reti». Una definizione, commenta amaramente Abruzzese, che ha sortito l’effetto «di trascinare la soggettività delle reti dentro l’economia politica invece di spingere la società stessa a sciogliersi dentro le reti».

Ovviamente prendo l’accusa come un complimento, dato che la mia ambizione dichiarata è quella di contribuire a una critica dell’economia politica del capitalismo delle reti. Al tempo stesso devo subito sottolineare due elementi di dissidio radicale relativi al linguaggio stesso con cui l’accusa viene formulata:

–      Si dice che a trascinare la soggettività delle reti dentro l’economia politica sarebbe la definizione in quanto tale di società delle reti, attribuendo alle parole uno smisurato potere evocativo, degno dei versetti della Genesi: basta nominare le cose in un certo modo perché la loro realtà si adatti al nome;

–      Si pone come obiettivo la necessità-possibilità di «sciogliere» la società nelle reti. Ohibò, è vero che Abruzzese ha sempre amato lo stile immaginifico-metaforico, ma che significa sciogliere la società? Ma soprattutto: le reti non sono forse la forma specifica che la socialità assume nella tarda modernità (non nel postmoderno, ma questo è un terzo punto di cui ci occuperemo oltre). Cerchiamo però di procedere con ordine (anche se non è facile, visto lo stile ondivago con cui Abruzzese esprime come al solito le proprie idee).

La mia colpa più grave (e quella di tutti coloro che la pensano come me, scrivano o no sulle pagine di «alfabeta2»), secondo Abruzzese, consiste nel concentrarmi ossessivamente sull’interrogativo in merito a chi e che cosa comanda-governa sui flussi di conoscenze, informazioni, esperienze, emozioni ecc. che circolano in rete. Per il nostro, questa è una sorta di distorsione prospettica che, mentre ripropone il vetusto primato della struttura sulla sovrastruttura, continua a rimuovere – un vizio tipico degli intellettuali italiani di sinistra, annota Abruzzese – la tradizione delle filosofie e delle sociologie che hanno assunto come oggetto privilegiato di analisi il simbolico e l’immaginario. Ebbene, credo di avere pieno diritto di respingere quest’ultima accusa: sono stato fra i primi – negli anni Ottanta e proprio sulle pagine di questo fogliaccio vetero marxista – ad aprire il dibattito a sinistra sul pensiero di autori come Gilbert Durand, Jean Baudrillard e il primo Edgar Morin, rivendicando esplicitamente l’autonomia delle dimensioni del simbolico e dell’immaginario dalle relazioni socioeconomiche. In quegli anni di riflusso, mi era infatti parso importante riscoprire – sulle tracce di autori come Furio Jesi – il ruolo potente che il mito e l’ideologia avevano svolto nella mobilitazione dei movimenti, denunciando i rischi della «de-ideologizzazione» avviata dai partiti ex comunisti, già impegnati nella rincorsa al «realismo» neoliberista. Rivendicare l’autonomia della sovrastruttura (volendo usare termini obsoleti, ma non sono io che li ho riesumati per primo) dalla struttura, tuttavia, non significa rivendicare, con un rovesciamento speculare, il primato della sovrastruttura sulla struttura, che è proprio quanto fa Abruzzese, come cercherò di dimostrare.

Come mai, si chiede il nostro, l’avvento delle reti sembra riattizzare l’attenzione per i conflitti di classe? Forse si tratta di una reazione ideologica «all’idea postmoderna sulla fine della classi», la quale, aggiunge, sarebbe a sua volta l’esito necessario della fine dell’industria pesante (sic!). Mettendo fra parentesi l’ultima battuta che – paradossalmente, visto chi ne è autore – appare degna del più rozzo materialismo «volgare» (chi abbia letto anche poche righe di Marx sa che per costui il rapporto di capitale ha poco o nulla a che vedere con la contingenza di una determinata organizzazione tecnica della produzione), concentriamoci sul primo interrogativo: Abruzzese non sembra nemmeno sfiorato dal dubbio che a «riattizzare» l’attenzione per il conflitto di classe non sia stato un rigurgito ideologico bensì un incontrovertibile dato di fatto: il capitalismo delle reti ha generato tassi di sfruttamento incomparabilmente superiori a quelli del vecchio capitalismo fordista. O meglio, in fondo Alberto questo lo sa benissimo, tanto è vero che, a un certo punto, si lascia scappare che «Formenti ha ragione se si scende sul suo stesso terreno teorico e pratico»; dopodiché si affanna a spiegare quali sono i terreni sui quali, viceversa, mi si potrebbe smentire. Questi terreni sono tre.

Il primo è quello dissodato dalla scuola dei Cultural Studies, in base alla cui lezione, occorrerebbe spostare l’attenzione dalle relazioni macroeconomiche a quelle micro sociali, alle pratiche della vita quotidiana, dove si verrebbe lentamente accumulando un formidabile potenziale di sovversione dei valori del moderno. Peccato che di tale potenziale non si veda traccia alcuna – a meno di non pensare che i consumatori di telenovelas siano più sovversivi degli indignati che invadono le piazze europee (naturalmente anche gli indignati consumano telenovelas, ma dubito fortemente che siano state quelle a spingerli alla rivolta…).

Il secondo è quello della filosofia mediale di McLuhan, che offre ad Abruzzese un pulpito ideale per attaccare tutti coloro che si attardano ad analizzare l’uso politico dei media misurando gli «effetti» che questi ultimi producono nelle masse, laddove il problema cruciale sarebbe quello di capire cosa fanno le masse con i media e non che cosa fanno i media alle masse. Il rischio è però quello di fare appello a un McLuhan «dimezzato», dimenticando il McLuhan di cui si è occupato Peppino Ortoleva in un articolo (Internet Blues) uscito il mese scorso su «Aspenia»: «Secondo McLuhan – scrive Ortoleva – l’affermarsi di nuove forme di comunicazione non produce un adeguamento immediato e senza ostacoli, non tanto per un problema di difficoltà di adattamento […], quanto soprattutto per un effetto di un numbing, di un’anestetizzazione della coscienza, che ci rende insensibili all’innestarsi di nuove “protesi” sul nostro corpo e appunto sul nostro sistema nervoso. In sostanza, a leggere con attenzione McLuhan, l’incontro con l’innovazione non va letto in termini di familiarizzazione […] ma comunque di trauma, però mascherato, in buona parte inconsapevole […]. In questa chiave, la rete si presenta certo come una straordinaria protesi, che ridefinisce tutta la nostra collocazione nell’antroposfera, ma anche come generatrice di forme di falsa coscienza, che nascondono la traumaticità stessa dei processi che stiamo subendo».

McLuhan come autore di una versione aggiornata del concetto marxiano di falsa coscienza, insomma. Una falsa coscienza che Ortoleva vede giustamente all’opera nel trionfo di quella «ideologia del digitale» che, con la sua funzione consolatoria, «ha almeno in parte aiutato, se non a nascondere, a rendere sopportabili […] condizioni materiali in sé intollerabili: un’ideologia che, a partire dalla straordinaria novità in termini di vissuto personale e di scambi sociali che la rete ha portato con sé, ci narra di una cooperazione del tutto priva di conflitti, come nel mito dell’intelligenza collettiva o, in tempi vicini a noi, di wiki-rivoluzioni che sarebbero in grado di accedere al potere senza provocare scontri».

Il terzo e ultimo terreno è quello della difesa di alcuni suoi allievi (che non cita e che nemmeno io citerò, per non rinfocolare le accuse di sadismo che mi sono state rivolte per averli ferocemente attaccati nel mio ultimo libro) cui attribuisce il coraggio di essersi compromessi con un sapere «sporco», «correndo il rischio di perdere il controllo sulla parola ragionata e pesata». In effetti si tratta di epigoni dei deliri senili dell’ultimo e peggior Baudrillard, impegnati a esplorare le più improbabili vie di fuga dall’ineludibile e tragica persistenza del moderno. Costoro, scrive Abruzzese, hanno il merito di cercare qualcosa «che resta opaca e difficile da esprimere». Ammissione grave per chi impugna le armi della semiotica e della filosofia dei giochi linguistici contro il neo marxismo: se «qualcosa» non si può esprimere, significa che non esiste, a meno di non scadere nell’ineffabilità evocativa dei romantici (fra l’altro Abruzzese ci accusa anche di neoromanticismo, di essere alla ricerca di una mitica autenticità, di idealismo ecc.). Il guaio è che Alberto non è affatto sicuro che le agognate vie di fuga dal moderno esistano, e il dubbio tanto lo irrita e tormenta da farlo prorompere nell’invettiva finale: piantatela di inseguire il sogno di cambiare il mondo con la politica, la vera politica è «l’arte di governare il mondo in quanto non può essere altro da quello che è». La più pura delle tautologie hegeliane sulla razionalità del reale: chi è idealista?

Caro Alberto, non ti sembra arrivato il momento di arrenderti all’evidenza, di ammettere – assieme ai Braudel, ai Polanyi, agli Arrighi, agli Harvey e a tanti altri – che, visto da una prospettiva di lungo periodo, il moderno non è mai finito né, purtroppo, accenna minimamente a finire? Non è il caso di riconoscere, come ha fatto il postmodernista pentito Edward Docx che Postmodernism is dead (articolo tradotto e pubblicato il 3 settembre scorso sulla «Repubblica»)? Che una moda artistica impropriamente «esportata» nel campo sociologico e politico ha fatto il suo tempo, nel momento in cui la sua pretesa di sbeffeggiare tutti i «metadiscorsi» si è convertita a sua volta nel più noioso e banale dei meta discorsi? Non è il caso di prendere atto che i suoi «effetti» (so che la parola non ti piace, ma non posso farci nulla) sono stati quelli di sancire il trionfo del mercato e di un nichilismo da borgatari berlusconiani che è la prima causa di ideologie reattive in cerca di «autenticità» (che non sono quelle postmarxiste, ma quelle razziste, localiste, bigotte ecc.)? Pensaci su.

 

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Una Risposta a Il moderno non è mai finito

  1. Demi ha detto:

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