Maria Teresa Carbone

Sventurata la cinematografia senza autori. Sempre che, naturalmente, gli autori siano coloro che sanno “trovare la giusta distanza per dire la verità sul sistema da cui si strappano”.  O se preferiamo – è ancora Serge Daney a parlare nell’introduzione a Les Cahiers du cinéma: la politica degli autori (minimum fax 2000) – sempre che siano “la linea di fuga grazie alla quale il sistema non è chiuso, respira, ha una storia”.

Paolo Sorrentino è un autore? Certo vuole esserlo, e questa è un’aspirazione meritevole, in un paesaggio piatto, come è nel complesso quello del cinema italiano di questi anni. Certo gliene è stato attribuito lo statuto dalla critica (italiana e anche, a dire il vero,  internazionale) e di questo, comunque la si pensi, non gli si può fare colpa. Ma certo, ammesso che lo sia, Sorrentino è un autore (un eroe) del nostro tempo – e dunque pigro e furbo.

Se This Must Be the Place è noioso (e lo è, per gran parte della sua durata), è perché Sorrentino ha disegnato il suo personaggio e deve avere poi pensato che tanto bastasse e che fosse sufficiente farlo deambulare, il suo personaggio,  da un continente all’altro perché evolvesse nello spazio/tempo del film. Ma non è così, e il film prosegue uguale a se stesso per due ore, e anzi, tanto più uguale quanto più Sorrentino finge di muoverlo con un plot che si vorrebbe definire risibile, se non fosse che l’uso della Shoah a mo’ di orpello decorativo appare, più che risibile, imbarazzante.  E imbarazzante è il film nel suo insieme, ma non perché Sorrentino è (o vuole essere, o viene considerato) un autore, semmai perché non lo è abbastanza, perché si accontenta, perché sceglie la strada più ovvia, credendo che un travelling ardimentoso possa nascondere  – a lui stesso prima ancora che agli altri – la banalità. Perché, insomma, non si fa mai “linea di fuga”.

Scrivono Bandirali & Terrone che tutto questo non si capisce se non si allarga la visuale, se non vediamo che il cinema contemporaneo si divide in “grandi baracconate in digitale e 3D, riguardo a cui qualunque discorso che osi spingersi al di là del mero intrattenimento suona irrimediabilmente ridicolo” e in “opere come This must be the place che puntano nella direzione dell’arte contemporanea, cioè verso il dominio dell’oggetto sociale e dello status symbol culturale”. E sembrano non accorgersi di ripetere – in termini appena aggiornati – un luogo comune che accompagna il cinema  dai suoi esordi, riproducendo  l’avversione preventiva nei confronti dei nuovi dispositivi tecnologici (qualificati con un nome, “baracconate”,  che ci riporta ai tempi del muto, alle reazioni ostili per l’invenzione dei fratelli Lumière) e condendola con una ancor più forte avversione – una avversione maiuscolata – nei confronti dell’arte contemporanea, dai ready-made di Duchamp in poi.

Bandirali & Terrone attaccano This Must Be the Place non perché è un film inerte (così come sono inerti – a dispetto del loro ipercinetismo – i  film di quello che è quasi sicuramente un punto di riferimento visuale per Sorrentino, Baz Luhrmann), ma perché è uno status symbol. Dimenticando che l’oggetto d’arte è anche, da sempre, il simbolo di uno status e che all’artista/autore  tocca incrinare lo status, aprire la linea di fuga di cui parlava Daney.  Tristemente convinti che questa incrinatura non sia più possibile, Bandirali & Terrone si annoiano. In chiesa, dove forse le possibilità di scarto sono ridotte (e tuttavia non inesistenti), ma anche nei musei, a teatro, al cinema. Triste è la loro convinzione, ancora più triste il loro destino di critici.

Share →

Una Risposta a Cinema senza autori?

  1. andrea inglese ha detto:

    cara Maria Teresa,
    a me sembra che tu, Bandirali e Terrone non stiate dicendo cose così diverse. Per come ho letto io il loro intervento, la loro critica si rivolge non al buon cinema d’autore ma al suo feticcio, pretenzioso, che del grande cinema ha solo i tic. E mi sembra che, da quanto scrivono,potrebbero concordare con te che Sorrentino non è stato abbastanza autore, ma la critica è compiacente con lui perché egli ha ormai conquistato il logo “d’autore”. Il punto, allora, su cui varrebbe la pena soffermarsi è il comportamento della critica nostrana. Davverso è stato così compiacente come i due autori sostengono? (Io so che in Francia, ad esempio, è stato stroncato senza pietà, dopo che il film precedente aveva riscosso successo.)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi