Luca Bandirali e Enrico Terrone

Beata la cinematografia che non ha bisogno di autori. Ipotizziamo che This must be the place di Paolo Sorrentino fosse stato firmato da un regista indipendente americano, uno dei tanti John Smith che cercano fortuna al Sundance Festival e ogni tanto riescono a convincere qualche star hollywoodiana a recitare in un loro film. Ammesso, ed è tutto da vedere, che il This must be the place di John Smith avesse trovato una distribuzione italiana, come si esprimerebbero al riguardo i nostri critici cinematografici, intellettuali e spettatori? Non è difficile ipotizzare che il film sarebbe liquidato come stracco epigonato di certo cinema degli anni Ottanta-Novanta, nel solco – ormai largo come un’autostrada – di Wenders, Jarmusch e dei fratelli Coen. Quei film, insomma, che prendono un personaggio, di solito annoiato o depresso o un po’ suonato, e lo fanno girare in lungo e in largo, incontrando una varietà di luoghi pittoreschi e volti bizzarri, e vivendo una serie di mezze avventure, senza che si arrivi mai a un esito veramente importante. Magari qualche commentatore si accorgerebbe che il road movie di John Smith è talmente malfatto da non stare in piedi, e deve ricorrere a due puntelli di comprovata efficacia: il rock e la Shoah. Che però si rivelano presto per quel che sono: puri pretesti. This must be the place potrebbe ugualmente raccontare la storia di un militare in congedo che si vuole vendicare di un torto che suo padre subì dal capoufficio, oppure la storia di un professore in pensione che vuole rendere giustizia al padre vessato dal vicino di casa. Lo sviluppo resterebbe grosso modo il medesimo, e questo la dice lunga su quanto il rock e la Shoah siano importanti per John Smith e per il suo film.

Ma ancor più che dall’inconsistenza narrativa e tematica, i recensori sarebbero irritati dalla grossolana presunzione del cineasta, che anziché cercare di dare un qualche senso al racconto, passa il suo tempo a mettere in bocca ai personaggi solenni banalità (“La vita è piena di cose bellissime”), e a costruire elaboratissimi movimenti di macchina per gonzi, come ad esempio il travelling che, alla stazione di servizio, passa sotto un camion e risale fino al parabrezza dell’auto del protagonista. Particolarmente irritanti risulterebbero poi le “invenzioni”, ossia quei momenti di messa in scena che esistono soltanto per segnalare che ciò che stiamo vedendo è un film d’autore; trattandosi però di invenzioni, sarebbe bello che John Smith, appunto, le inventasse, anziché ricavarle dal repertorio del cinema d’essai, come nel caso della partita a pelota nella piscina senz’acqua, un calco da Canicola di Ulrich Seidl. Qualche recensore oserebbe persino far notare che This must be the place aspira sì, in superficie, a uno stile internazionale, ma nel profondo dà prova di provincialismo servile, in particolare nella scena in cui John Smith convoca un ospite d’onore – il musicista David Byrne – e lo incensa con affettazione mista a goffaggine.

La gratuità sembra davvero l’unico collante che tiene insieme plot, messa in scena, dialoghi e movimenti di macchina. Ma dal momento per gli spettatori il film gratuito non è, costando un paio di ore di tempo e per i più anche qualche euro di biglietto, pare arduo resistere alla tentazione di liquidare le velleità artistiche di John Smith con un “so what” o, per i meno educati, con un “e ‘sti cazzi”.

Se però ritorniamo dall’ipotesi alla realtà, da John Smith a Paolo Sorrentino, benché il film rimanga lo stesso, tutto il resto si ribalta. La narrazione che salta di palo in frasca diviene “una chiave di lettura del caos odierno” oppure “una straordinaria simpatia per la molteplicità imprevedibile di quel che è umano”. E i movimenti di macchina da ginnasta impazzito si trasformano in “inquadrature spiazzanti e sorprendenti” che esprimono “un respiro e una capacità visionaria unici nel panorama del cinema non solo italiano”. A onor del vero va detto che non tutti gli addetti ai lavori sono stati al gioco, e almeno qualche difettuccio i recensori più scafati si sono sentiti in dovere di segnalarlo. Anche in questi casi permane tuttavia una cautela eccessiva, e il tono di fondo resta apologetico. Sorrentino viene trattato come quei fantasisti tutto genio e sregolatezza, che non passano mai la palla e raramente tirano in porta. Esagera nelle ambizioni, si disinteressa della narrazione, e così “l’attenzione alla forma, per bella e affascinante che sia, finisce per risolversi in una formula un po’ troppo programmatica”. Ma perché nessuno ha il coraggio di dire che questa “attenzione per la forma”, peraltro in un film che tratta di nazismo e Shoah, non ha proprio nulla di bello e affascinante, e anzi ha qualcosa di insopportabile, per non dire di odioso?

Per capire perché, occorre allargare un po’ la visuale, e chiederci che cosa è diventato oggi il cinema. Un medium in declino, che ha smarrito la sua identità novecentesca di forma artistica genuinamente popolare e insieme finemente culturale, ed è ormai spezzato in due tronconi che per pura coincidenza condividono ancora lo spazio della sala. Da una parte le grandi baracconate in digitale e 3D, riguardo a cui qualunque discorso che osi spingersi al di là del mero intrattenimento suona irrimediabilmente ridicolo. Dall’altra opere come This must be the place che puntano invece nella direzione dell’arte contemporanea, cioè verso il dominio dell’oggetto sociale e dello status symbol culturale. Come una cosa qualsiasi si trasforma in collettore di contemplazione e ammirazione se firmata da un personaggio designato come Artista dal Mondo dell’Arte, così This must be the place, quali che siano le sue immagini e i suoi suoni, va contemplato e ammirato perché è un film di Paolo Sorrentino, designato come Autore dal Mondo del Cinema. In sala ci si annoia alla grande, di quella noia dolorosa e avvilente che fino a oggi si riusciva a provare soltanto nei musei, a teatro e a messa. Ma quando la cerimonia è finita, possiamo andare in pace. L’aver consumato un prodotto culturale garantisce che siamo anche noi persone di cultura.

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3 Risposte a Il bisogno dell’autore. Paolo Sorrentino come oggetto sociale

  1. […] ANCHE: Paolo Sorrentino su alfabeta2 […]

  2. […] di Roma. Di quello se n’è parlato in trasmissione. Più che altro un dubbio, dopo aver letto questo articolo, segnalato da un amico, in cui Bandirali e Terrone seppelliscono This Must Be the Place di […]

  3. Moi ha detto:

    Cioè il film ha avuto successo (in Italia) solo perché il pubblico è lobotomizzato e si ferma alla griffe. Ma per fortuna che ci siete voi, eh, con illuminanti recensioni da terza media.

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