Enrico Donaggio

Ce lo ripetono in tutti i modi e ormai abbiamo finito per crederci. Uno dei drammi di quest’epoca è che non ci è data la possibilità di sperimentare qualcosa di veramente grande, migliorando così qualità e gusto delle nostre esistenze. Mediocrità volgare su tutto il giro d’orizzonte; niente di nobile o esaltante per cui vivere, lottare, morire. Già, la «grandezza»; un’idea e un modo di stare al mondo tipicamente di destra – conservatore, aristocratico, anche un po’ fascista - di cui un pensiero e una politica di sinistra possono felicemente fare a meno. «Grande», tradizionalmente, può infatti significare due cose: quello che non riuscirò mai a essere, qualcuno di assolutamente migliore di me; o quello che non riuscirò mai a battere in una competizione, qualcuno di relativamente migliore di me. In entrambi i casi, comunque, qualcuno da guardare legittimamente dal basso in alto e a cui tributare massimo rispetto.Alla nostra epoca mancherebbero così non soltanto i grandi personaggi – individui degni di ammirazione, mimesi o invidia – ma anche i due requisiti fondamentali per accedere all’esperienza stessa della grandezza: l’idea che la vita non sia la cosa più importante (il vero «grande» rischia e sacrifica l’esistenza per l’onore, la dignità o altre nobili cause – mentre noi tiriamo a campare, accettando qualsiasi compromesso o diminuzione); l’idea che la vita sia una gara dove vince il migliore (il vero «grande» sente il bisogno di affermarsi, di eccellere – mentre noi coltiviamo le pari opportunità: solidali, egualitari e pacifisti, sempre a timorosa distanza da conflitto, violenza e guerra).

Poi, un bel giorno, muore Steve Jobs e si scopre, da commenti e reazioni, che incarnava questi due tipi di grandezza in un sincretismo postmoderno che rasenta la perfezione del kitsch. Che persino i denigratori di professione lo ritenevano «bigger than life», davvero un grande almeno in qualcosa. Un po’ Gandhi e un po’ Lance Armstrong, un guerriero zen che ha flirtato per decenni con la genialità e la morte. Allora, per chiarirsi le idee, si legge in giro; poi si va su youtube alla ricerca dei filmati più visti che lo riguardano. Nel primo tiene un discorso sotto il sole di Stanford. Un multimiliardario che esorta la futura classe dirigente del pianeta a praticare autostop, fame e follia; pornografia d’alto bordo del sogno americano.

Dal video successivo emerge invece la materia antropologica italiana che tanta grandezza dovrebbe illuminare. Una legione di nerds in fila da giorni per festeggiare l’apertura dell’Apple Store di Bologna, con i commessi che li incitano a resistere intonando canti aziendali. Sonderkommandos 2.0, stile Terzo Reich, roba che mette il ghiaccio alle ossa:

A questo punto viene da dubitare che abbia senso chiedersi: «Chi era davvero Steve Jobs?». Più utile, in questo come in troppi altri casi, non è infatti la domanda dal basso verso l’alto, secondo uno stile a cui la sinistra si è tenuta fedele per secoli, collezionando presunzione, connivenza o disgusto: smascherare il potere con il sapere degli ultimi, di cui si deterrebbe il monopolio; criticarlo alla luce dell’esperienza degli umiliati e offesi. Bensì il suo capovolgimento: cosa sa il potere di noi? Cosa ha imparato dal modo in cui lo critichiamo? Cosa ha intuito di desideri che già avevamo, senza nemmeno immaginarli, e che ora ci paiono bisogni irrinunciabili? Cosa è riuscito a fare di noi, con la nostra - spesso involontaria - complicità? Insomma, l’interrogativo giusto da porre sarebbe: «Chi eravamo noi per Steve Jobs?».

La risposta a domande del genere è di norma troppo elementare o umiliante per conquistare l’attenzione di intelligenze sempre alla ricerca di interpretazioni radicalissime, poste a siderale distanza dai bassifondi dei giorni feriali. Lo si scopre, ad esempio, il giorno in cui un deputato di Forza Italia dimentica in giro i consigli segreti del capo ai suoi peones: «Considerate i vostri potenziali elettori come bambini di otto anni … nemmeno troppo intelligenti». E se ne ha conferma quando ci si ferma a considerare un attimo, con gli occhi di un extraterrestre curioso, il contenuto delle pubblicità delle merci oggi più a caccia di acquirenti: telefoni, auto, banche. Il problema, però, è che messaggi e strategie di questo genere funzionano sin troppo bene. Fanno vendere e votare una massa di persone tra cui, con ottima probabilità, rientrano anche gli integerrimi decostruttori di queste volgarità. A denuncia di una frattura tra critica e vita, tra rappresentazione virtuosa di sé e comportamento effettivo che, con pietoso eufemismo, si potrebbe giudicare schizofrenica.

Steve Jobs non ci ha umiliati e rimpiccioliti fino a questo punto. Lo ha fatto in modo più subdolo, ma foriero di speranza. Ha colto il nostro inappagato bisogno di grandezza, di una condizione più degna; certo che – a differenza di quanto predicano fustigatori del presente di ogni colore politico - disponessimo delle energie e delle passioni per inseguirlo. E lo ha soddisfatto, in vista del proprio tornaconto, fondando la religione della merce perfetta.

La sua divinità è il prefisso anteposto a tutti i prodotti Apple; sempre lo stesso, che si tratti di Phone, Pod o Pad: i, lettera e pronome rigorosamente minuscoli, un io minore. I suoi mezzi di salvezza formano una gamma di prodotti che – a patto di non forzare l’orizzonte di aspettative del capitalismo - producono alcuni degli effetti di un’esperienza di sé e del mondo connotabile, pur problematicamente, come «grande»: snobismo di massa (il possessore di mac soddisfa un desiderio di distinzione e superiorità alla portata di quasi ogni tasca); estetizzazione della quotidianità (capolavoro seriale, il prodotto apple porta la tecnologia in un territorio ibrido tra arte e auto-erotismo); bisogno di appartenenza (la comunità apple è basata anche sulla fede cieca e incondizionata, lo provano i milioni di iPad venduti in un lampo a chi non sapeva letteralmente cosa stesse acquistando); necessità di esonero e sgravio morale (i prodotti apple sono le più scintillanti tra le merci opache; le tracce etiche del loro processo di produzione finiscono nel sangue – Foxconn, Shenzen, Cina – ma le coscienze «a chilometro zero» dei loro utilizzatori finali, curiosamente, non vogliono saperne nulla).

Steve Jobs ha insomma capito che il capitalismo è una religione – lo scriveva Walter Benjamin quasi un secolo fa – che si alimenta di una promessa di redenzione e felicità: privata e monetizzabile, ma non per questo meno intensa e seducente per le masse di quella sbaragliata nel corso di una guerra fredda che ha incendiato il Novecento. E soprattutto ancora vitalissima, nonostante le infinite perversioni e i tradimenti di cui ha dato prova. Di questa intuizione ha fatto una colossale fonte di ricchezza per sé, lasciandoci come mancia un dono ambiguo. In che modo, infatti, valutare queste merci che, malgrado critiche e lucidità, colonizzano sempre più la vita? Come giudicare il mutamento antropologico più recente che abbiamo cercato e patito, una trasformazione di cui Jobs è stato se non l’artefice, un facilitatore e uno sfruttatore decisivo?

Con quali occhi, insomma, guardare questa scena di ordinaria postmodernità? Un giovane, mediamente disoccupato e flessibile, mediamente carino e alla moda, mediamente confuso e incazzato, trangugia una birra in mezzo ai suoi simili, sul marciapiede davanti a un locale, nello squallore di una qualsiasi città. Parla e non ascolta, guarda e non vede, ogni tanto ride o fotografa senza sapere perché. Nelle orecchie la musica, nelle mani il telefono, nella borsa la tavoletta e il portatile. Lui e gli altri, lì attorno, chiamano questa situazione Happy Hour. Chi sono? Servi volontari e felici che sfoggiano le loro catene fatte di gadget alienanti, il sogno confessato di ogni padrone? O io minori, la prova generale abortita di un tipo di felicità e grandezza ancora da inventare? Gente che sta aspettando qualcosa, ammazzando il tempo. Tutte le passioni impegnate nel culto di merci perfette, il meglio che il capitalismo può vendere loro. Ma pur sempre energie rinnovabili, in attesa di una fantasia critica e di un coraggio politico che offra loro alternative più nuove, entusiasmanti e grandi di quelle contenute nello schermo di un computer o nel riquadro di una scheda elettorale. Un’eventualità e una chiave di lettura queste – ne sono ben consapevole – frutto quasi esclusivo di un ottimismo disperato. Non per inclinazione dello spirito o mancanza di senso della realtà, ma perché si tratta di una delle poche speranze che ci restano per non disperare per sempre.

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Una Risposta a Figli di un io minore. Parlaci di noi, Steve Jobs

  1. Pantarei ha detto:

    Articolo interessante. Però la frase: “alternative più nuove […] di quelle contenute nello schermo di un computer o nel riquadro di una scheda elettorale.” mi lascia perplesso.
    Allora cosa dovremmo fare, non andare a votare, perché alla fine il voto moderno è un’altra faccia del peggior capitalismo pseudo religioso? Eppure il voto è l’ultimo strumento rimastoci in mano, non credo sarebbe saggio rinunciarvici.
    Oppure andare a votare solo “quelli giussti”? E, manco a dirlo, chi dice che siano tali?
    Queste eventualità non sono frutto di un ottimismo disperato, sono semplicemente impalpabili: cosa dovrebbe concretamente verificarsi di diverso, se non dal capitalismo, dalla democrazia odierna?

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