La seconda guerra civile spagnola

Marcelo Expósito

Martedì 19 luglio 2011, ore nove del mattino: prendo l’autobus alla Ronda del Tamarguillo a Siviglia. Mi dirigo verso la zona Ovest della città, dov’è previsto il raduno per impedire uno sfratto. Scendo all’incrocio dei quartieri Los Naranjos, Polígono Norte e Hermandad del Trabajo. Arrivo presto, in tempo per andarmene un po’ in giro con la macchina fotografica. Osservo i blocchi compatti delle case, le architetture di edilizia popolare che il franchismo progettò e riprodusse  sul territorio spagnolo per le classi lavoratrici. Sulle facciate si notano le targhe in metallo tutte con la stessa dicitura: «Palazzo costruito sotto il patrocinio dell’istituto di Vivienda de Protección Oficial»1. Insieme alla scritta un simbolo famigerato: il giogo e la freccia che il franchismo riprese dalla Falange Española2. Mi ricordo che ieri, 18 luglio, è stato il settantacinquesimo anniversario della sollevazione militare che diede inizio alla Guerra civile spagnola, fece cadere la II Repubblica e aprì la strada a quarant’anni di dittatura genocida.

Penso a questi segnali come a una guerra di segni scritta sulla pelle della città. Scatto una foto che sintetizza l’universo simbolico di questo conflitto mostrando la tensione tra tre diversi segnali. Il primo è la vecchia targa franchista. Il secondo, su una delle finestre della facciata, è il cartello di un’importante agenzia immobiliare che ci informa che quella casa è in vendita. Il terzo è un volantino che mostra la sagoma di un giovane di profilo e con il megafono rivolto verso il cartello a sinistra. Cosa grida il precario a Tecnocasa? Che durante il mese di luglio continuano le assemblee popolari, le riterritorializzazioni del Movimento 15M nei quartieri, una delle linee di fuga assunte dalle acampadas di maggio e di giugno in tutta la Spagna3.

È il Movimento 15M che ha convocato il raduno di fronte al civico due della calle Primavera. Arrivo presto e mi unisco al gruppo, una sessantina di persone. Una lettura attenta ci rivela la composizione assolutamente eterogenea di questo collettivo: giovani attivisti, assemblee e comitati di quartiere degli abitanti di Hermandades o La Macarena. I cartelli e i volantini in circolazione dimostrano come, anche qui, il Movimento 15M è un insieme di diversi gruppi formali e informali: Asamblea de la Macarena, Asamblea de Cerro-Amate, Liga de Inquilinos La Corriente

Molte magliette portano stampato il logo e le insegne di bar-cooperative o centri sociali. Ad articolare l’insieme è il segno del 15M, una sorta di a-identità che conferisce autorevolezza senza uniformare.

10:30: due giovani ci invitano a riunirci di fronte ai caseggiati. Ci informano che lo sfratto è previsto su ordine del tribunale per le ore 11:15. Probabilmente la polizia cercherà di entrare nel palazzo con la forza. Le indicazioni sono precise: seduti per terra per bloccare l’ingresso principale, braccia incrociate, determinati a resistere il più possibile per impedire lo sfratto. Il comportamento deve essere rigorosamente pacifico. Sono tutti d’accordo, la gente del quartiere approva. Il primo gruppo si siede per terra occupando lo spazio aperto di fronte all’ingresso dell’edificio. Adesso siamo già più di cento.

Non ho ancora visto Josefa Doblado, l’inquilina che siamo venuti a difendere dallo sfratto. Due anni fa il nipote di Josefa aveva bisogno di un furgone, gli serviva per lavoro. Josefa allora vendette la casa al nipote perché lui potesse ipotecarla e ottenere così dalla banca un credito di 30.000 euro per comprare il veicolo. Pagarono le prime rate, 8000 euro circa, ma poi il nipote rimase disoccupato. Per un po’ di tempo non riuscirono più a pagare. Per evitare che la casa andasse all’asta nel 2008 Josefa e suo nipote misero insieme la cifra che mancava più gli interessi, altri 29.000 euro. Ma a quel punto la banca rispose che il debito adesso ammontava a 52.000 euro. Senza preavvisi la casa era già andata all’asta e fatta aggiudicare per 42.000 euro, un appartamento valutato 172.000 euro. Josefa, che ha 69 anni, riceve una pensione di 400 euro mensili e vive in quella casa da quarant’anni. Responsabile di tutto ciò è il Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (Bbva).

11:00: cominciamo a formare una barriera compatta che aderisce alla pelle dell’edificio. All’improvviso un trambusto al piano di sopra, sembra che stiano per scendere Josefa col suo avvocato. Li precede la stampa che scende le scale e quando esce dall’edificio spintona il gruppo di manifestanti. L’avvocato e Josefa sono venuti a informarci che oggi lo sfratto non avrà luogo, è stato rimandato. I giornalisti all’ingresso fanno a gara per impadronirsi delle posizioni migliori e registrare la dichiarazione, c’è tensione e scoppia un tafferuglio.

Congeliamo per un attimo questa immagine e cerchiamo di capire meglio: il gruppo di manifestanti, che per impedire lo sfratto ha formato una barriera all’ingresso dell’edificio, viene spostato dal gruppo di giornalisti che accalcati sulla porta impediscono la visuale. Josefa e il suo avvocato quando arrivano giù si trovano assediati dagli obiettivi delle telecamere. Il 15M ha convocato un atto di disobbedienza collettiva e questo, insieme alla risonanza della campagna di stampa, radio e tv ha spinto il Bbva a chiedere al tribunale, appena un’ora fa, la sospensione dello sfratto. Tuttavia, quest’efficace articolazione tra autocomunicazione di movimento e media commerciali sfocia in un conflitto di priorità. Diventa evidente, nell’istante della nostra immagine congelata, che l’intervento dei mass-media se da un lato moltiplica la forza del movimento, dall’altra finisce anche per condizionare i suoi dispositivi. Una delle mie fotografie mostra come si risolve momentaneamente questo equilibrio instabile: Josefa agita un volantino con la scritta «Stop agli sfratti. Non sei solo, siamo con te». Circondata da uno sciame di telecamere e di microfoni, parla anche attraverso un megafono tenuto in mano da un attivista di quartiere.

Qualche minuto più tardi osservo Josefa che sta per intervenire in diretta Tv in una popolare trasmissione del mattino. La giornalista le prende la mano e rimangono così, unite per tutta la durata dell’intervista. L’intervistatrice spiega il caso di Josefa cercando di fare leva sui sentimenti degli spettatori, sulla loro identificazione con la vittima. Paradossalmente appoggiare pubblicamente Josefa significa anche, nell’intervista, provocare l’esibizione voyeuristica delle sue condizioni di vita. Nelle ore successive osservo, sulla stampa e in tv, il risultato di questa invasione nella vita privata: l’immagine moltiplicata di Josefa ripresa nell’intimità della sua casa. Alle spalle, appeso sulla parete in fondo, un grande crocifisso.

Una tensione incontenibile ci attanaglia per oltre un’ora. Quando l’avvocato ci informa che lo sfratto è stato sospeso e Josefa prende la parola ringraziando per la solidarietà, le lacrime scendono su tutti i visi, senza falsi contegni.

Lo sfratto però è stato solo rimandato, il Bbva tornerà alla carica a settembre nella speranza che nel frattempo l’attenzione dei media e del movimento vada scemando. Le azioni collettive per impedire gli sfratti sono una degli strumenti più potenti a disposizione del movimento, il 15M l’ha ereditato da un movimento precedente, la Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH)4. Ora però, uscendo dalla calle Primavera, sento la necessità fisica di dirigermi lì dove si trovano gli uffici, le case e le biografie dei responsabili di situazioni come quella di Josefa. Non c’è bisogno di andare molto lontano, pensiamo per esempio al presidente del Bbva, Francisco González. Stessa generazione di Josefa, quando lascerà il suo incarico lo aspetta una liquidazione di 79, 9 milioni di euro, nel frattempo il suo salario dichiarato è di 1,9 milioni di euro fissi più 3,4 milioni di bonus variabile («El País», 5 febbraio 2010). Qualche mese fa ha dichiarato che, per uscire dalla crisi, non serve aumentare le imposte e tassare i profitti bancari, serve invece un «governo forte» che affronti riforme strutturali «a fondo e in maniera decisa… per mettere questo paese al lavoro» («El Mundo», 17 luglio 2011). Ovviamente, insieme alle riforme strutturali imposte dai poteri economici, per uscire dalla crisi è necessario promuovere la guerra civile tra gli strati medi e bassi della società. Uno dei virtuosismi più importanti che il 15M dovrà acquisire, sarà quello di continuare a essere pacifista in mezzo a questa guerra. Ma quello di cui stiamo parlando è un pacifismo sempre più offensivo: la paura, l’angoscia, l’ansia, le passioni tristi della crisi devono passare dalla parte dei nostri avversari. Non è la vita privata di Josefa con le sue difficoltà che deve essere resa pubblica e messa sotto i riflettori, occorre invece smascherare l’anima di banche e soggetti criminali come Francisco González. Bisogna fermare la prepotenza di questi poteri distruttivi sottratti a qualunque controllo democratico.

Decido di continuare l’azione di stamattina in maniera simbolica, per conto mio. Voglio tracciare una linea di fuga per la disobbedienza, lanciare un segnale. Nel pomeriggio mi dirigo verso il centro di Siviglia cercando la sede centrale del Bbva. Osservo la superbia della sua architettura, la stupidità delle sue colonne che significano un potere classico che sembra dirci: io sono qui da sempre e per sempre, sono una cultura al di sopra della politica e della storia. Anche sulla pelle di questo edificio sono incisi dei segnali: le iniziali imponenti della banca, in alluminio e circondate da un alone di luce. Affiancano il logo due grandi schermi al plasma, che sotto le colonne trasmettono la rappresentazione immaginaria della loro società ideale: giovani imprenditori di successo e famiglie bionde e con la pelle molto chiara. C’è qualcosa che manca in quest’immagine.

Scatto alcune foto, farò il montaggio che stampa e televisione non hanno fatto, secco e senza umanitarismi. Più tardi voglio mostrare queste immagini contrapposte a quelle dei caseggiati popolari soggetti a speculazione edilizia, alla cronaca di una guerra civile scritta a mano su alcune palazzine della calle Primavera, ai volti e alle espressioni di tutti quelli di cui ormai sono fratello, da stamattina.

Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino

 

  1. Vivienda de Proteción Oficial sono le case popolari (N.d.T.).
  2. Il movimento politico fascista spagnolo degli anni Trenta, trasformato nel 1938 nel Partito unico franchista come Movimiento Nacional (N.d.T.).
  3. Vedi http://tomalaplaza.net/
  4. Vedi http://afectadosporlahipoteca.wordpress.com/stop-desalojos/

 

 

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