[Inseriamo qui il testo integrale dell'intervista apparsa sul numero di ottobre di alfabeta2]

Conversazione di Gustavo Zagrebelsky con Enrico Donaggio e Daniela Steila

In una situazione di grande emergenza civile come quella italiana, qual è, posto che ci sia, la “missione” dell’intellettuale?

Parlerei, con meno enfasi, di compito. “Missione” induce a pensare a una verità in nome della quale tu vai tra gli infedeli, insegnando o, eventualmente, inculcando, con il compito salvifico di strappare dall’errore. Verità contro errore. La missione è propria di chi è al servizio di un qualche deposito di verità conosciuto, sia esso custodito da una “chiesa” alla quale appartieni, sia esso contenuto in una “voce” interiore che ti possiede. Che l’“intellettuale” – termine a me molto antipatico - sia stato e forse, in qualche caso, ancora sia o si consideri un “missionario”, lo credo senz’altro vero. Ma credo anche che questa per lo più, oggi, non sia, non possa e, soprattutto, non debba essere la concezione di chi esercita una qualunque professione intellettuale: non solo perché la verità, anche se si dice che ci sia, dove sia nessun lo sa (oppure – ed è la stessa cosa – è posta in luoghi diversi, tanti quante sono le possibili concezioni del mondo) ma anche perché questa auto-comprensione contiene una presunzione di verità rivolta polemicamente contro gli “erranti”, in contrasto con i caratteri delle odierne società democratiche e pluraliste. L’idea della funzione intellettuale al servizio della Verità, della sola e unica verità, poteva valere nelle società chiuse d’altri tempi, strutturate attorno a un solo principio gerarchico che, alla fine, faceva capo a Dio e ai suoi ministri in terra. Oggi, i principi, le possibilità, le conoscenze e, per conseguenza, le opzioni, sono tante. C’è una verità vera? Possiamo ancora ragionare come un tempo? Oppure, nelle questioni sociali, il principio di verità deve cedere ad altri principi, come per esempio la convivenza nella libertà? Le missioni sono autocratiche e moniste. Il loro fine è l’uniformità. Parliamo allora, più modestamente, invece che di missione, di funzioni o compiti.

Modifichiamo allora la domanda: quale può essere la funzione, il compito di chi esercita una professione intellettuale?

Mi pare che si possa innanzitutto dire, molto semplicemente, che l’attività intellettuale, in misura maggiore o minore, è di tutti noi – purché non si sia bestie – ed è esercitata nella nostra attività quotidiana, in quanto ci mettiamo fantasia e creatività. Certamente, non tutti nella stessa misura. Tra il “gorilla ammaestrato” applicato alla catena di montaggio, cui si chiedono solo sforzi muscolari esecutivi di protocolli da altri prestabiliti, da un lato, e, dall’altro, la “materia cerebrale” chiusa in un pensatoio cui si chiede solo elaborazione intellettuale (due aberrazioni, da posizioni opposte negatrici dell’umanità, dell’homo faber-sapiens), c’è lo spazio per molte gradazioni, corrispondenti alle diverse funzioni sociali. Dunque, non è questione di separazione, di mandarini, d’iniziati, di sacerdoti del pensiero e cose di questo genere. Però è anche vero che, nell’organizzazione delle nostre società, vi è chi è chiamato a svolgere prevalentemente, in misura maggiore di altri, perfino in misura esclusiva, funzioni intellettuali. In ogni società – questo è un fatto generale, su cui si dovrebbe riflettere – si creano categorie di persone specificamente chiamate a svolgere funzioni intellettuali, accanto a funzioni d’altro genere, e ogni funzione sociale comporta una responsabilità nei confronti della società tutt’intera. Così è anche per la funzione intellettuale. Nelle società libere, la misura della responsabilità nel campo delle attività intellettuali è rimessa alla libertà di coloro che la esercitano; sono essi stessi, per dir così, i responsabili della loro responsabilità. Perciò, sono più, non meno, responsabili. I prodotti dell’intelletto sono di sostanza immateriale, sono idee, e le idee sembrano di per sé innocue. E così vediamo quanto sia diffuso il “tipo” di intellettuale leggero di testa, ballerino, esposto ai quattro venti, anzi alla ricerca del vento che gli piace di più. La tragedia totalitaria dell’Europa del secolo scorso è stata anche una tragedia degli intelletti ma, tra questi, sono gli intelletti di coloro che professionalmente erano chiamati a conservarne l’integrità, gli intellettuali precisamente, a essere imputati di tradimento (La trahison des clercs, il celebre libello di Julien Benda del 1927: chi lo conosce ancora?). Altri tradimenti sono di certo in corso anche oggi, pur se ne vedremo compiutamente le conseguenze solo a cose fatte. L’intelletto ha il difetto di venire spesso “dopo”, troppo tardi. La sua voce non la si ascolta quando sarebbe necessario, cioè “prima”, nel momento in cui si sarebbe ancora in tempo.

Ma, chi è per te il “chierico che non tradisce” o, in modo meno retorico, colui che esercita una professione intellettuale responsabilmente, in conformità con l’ethos che essa richiede?

È colui che mette l’amore per le idee prima d’ogni altro suo interesse: “prima” vuol dire non che sia un amore esclusivo, ma che preceda ogni altro. Procediamo da una domanda elementare: che cosa producono coloro che esercitano professioni intellettuali? Producono idee. Le nostre società sono costituite da tre funzioni - la politica, l’economia e l’ideologia - e ciascuna di esse produce qualcosa (mi perdonerete questo linguaggio produttivistico, ma rende l’idea). L’economia produce beni per l’esistenza materiale; la politica, valori vincolanti per la coesistenza sociale; l’attività intellettuale, idee che formano sistemi ideali, cioè ideologie.

Ma le ideologie non sono forse tutte morte, e con generale soddisfazione?

Un momento! Potrei rispondere che “la morte delle ideologie” è già questa stessa un’ideologia. Così come ai relativisti, cioè a coloro che pensano che non esista la Verità o che, se esiste, non la si può interamente possedere una volta per tutte e che tutti, potenzialmente, sono legittimati a proporre i propri frammenti di verità, gli anti-relativisti, cioè i dogmatici, rispondono che, a sua volta, quella è una verità, un dogma e per questo parlano addirittura di “dittatura del relativismo”. Potrei rispondere così, ma non lo faccio, per la semplice ragione che in questo modo di ragionare c’è un sofisma, una confusione tra concezione formale e sostanziale della verità o, per restare al nostro argomento, delle ideologie. Una cosa è la nozione formale, nella quale ci sia posto per contenuti vari, un’altra cosa è una nozione sostanziale di verità, la quale inevitabilmente esclude tutti i contenuti diversi. L’ideologia è un discorso generale sulle idee. Nel campo politico: sulle idee che riguardano il modo d’essere della società umana. La funzione intellettuale è ideologica, in questo senso. Produce “visioni del mondo”. L’espressione è tedesca: Weltanschauung, e ha un suono sinistro. Era una delle parole più in uso nella propaganda nazista, la quale si faceva bella della propria visione del mondo, contro la mancanza di nerbo etico delle democrazie liberali. Chiunque può constatare questo uso totalitario dell’espressione, scorrendo le pagine del Mein Kampf di Hitler o leggendo la ricerca sulla lingua del Terzo Reich di Viktor Klemperer. Ogni attività intellettuale, però, è necessariamente ideologica, in quanto non voglia produrre idee sconnesse, in quanto voglia comprendere il mondo e darne una rappresentazione dotata di senso, ma non è affatto necessariamente ideologica in senso totalitario. Nessuna società esiste o sopravvive se manca un’ideologia, come visione d’insieme, oggetto di diffusa accettazione. Che poi le ideologie possano degenerare in visioni dogmatiche, chiuse, autoritarie, è altra questione. La colpa, allora, non è delle ideologie ma degli ideologhi.

Torniamo ai – per chiamarli così – prodotti semplici dell’attività intellettuale, le idee. Si possono distinguere idee buone e idee cattive, come esistono prodotti buoni e cattivi dell’attività economica e conseguenze cattive dell’attività politica? Oppure, le idee hanno tutte la medesima legittimità?

In linea di principio, in una società libera, tutte le idee sono ugualmente legittime. Del resto, per dire il contrario, cioè che esistono idee buone e idee cattive, dovremmo poter disporre di meta-idee da assumere come criterio di distinzione delle prime dalle seconde. Ma queste “idee delle idee” sono a loro volta perfettamente libere. Le società aperte sono tali proprio perché esiste libertà di elaborazione, proposizione, discussione circa queste idee comprensive di altre idee, il che è quanto dire – di nuovo – circa le visioni del mondo. In breve: non disponiamo di criteri a priori per decidere delle idee buone e delle idee cattive, al contrario di quel che possiamo dire dell’economia e della politica che si possono giudicare alla stregua della congruenza o della contraddizione rispetto ai propri fini. Ma quali sono i fini dell’attività intellettuale? Se li deve dare essa stessa.

Tutto uguale? Libertà totale e totale indifferenza? Ma, non è forse vero che proprio nel nostro campo avvertiamo l’esistenza di una linea divisoria al di qua della quale ci pare di vedere l’integrità e al di là la corruzione della funzione intellettuale?

La latitudine della produzione delle idee è grande, e trova un solo limite, intrinseco alle nostre capacità d’elaborazione concettuale. Il territorio è dunque sconfinato; nessuno lo delimita. Ma possiamo cercare di orientarci. Nella sua profonda riflessione sul ruolo sociale degli “intellettuali”, Antonio Gramsci ha distinto due loro modi di essere, di essere considerati e di auto-comprendersi: gli intellettuali sono un gruppo sociale autonomo e indipendente, oppure ogni gruppo sociale che esercita potere nell’economia e nella politica, ha una sua propria categoria specializzata di intellettuali? In altri e più brutali termini: gli intellettuali vivono della propria professione e in essa trovano la ragione della propria esistenza, oppure sono parassiti che vivono alle spalle, o sulle spalle, d’altri gruppi sociali, fornendo loro servigi ideologici, cioè dando forma ideale ai loro interessi materiali? La domanda è strettamente connessa alla questione della “missione” posta all’inizio. Gramsci aggiungeva saggiamente che il problema è complesso, a causa delle varie forme che ha assunto finora il processo storico reale di formazione delle diverse categorie intellettuali, nel rapporto con gli altri gruppi, detentori d’altro tipo di potere sociale. Io aggiungerei, a mia volta, che la difficoltà di procedere per connotazioni generali e nette è accresciuta dalla fluidità di un mondo, come quello intellettuale, che non trova l’equivalente in altri campi dell’attività umana.

Tuttavia, qualcosa di generale, sia pure forse di generico, si deve pur dire. Nella condizione odierna, che cosa vedi?

Che cosa mi sembra di vedere, piuttosto. Considerando che, essendo noi immersi in quel mondo, è difficile averne una visione obiettiva. La nostra stessa collocazione è un fattore di distorsione. A ogni modo, puntando al massimo di obiettività, direi così, che si possono stabilire due estremi. La produzione d’idee che ha come padrone e fine primario il pensare, e la produzione d’idee che ha altri padroni e come fine primario l’agire.

Mi pare che tu, dicendo così, introduca una gerarchia, mettendo in cima il pensiero puro, il pensiero per il pensiero e, in fondo, il pensiero corrotto. In effetti, coloro che esercitano una funzione intellettuale non dispongono, di per sé, di strumenti d’azione. Questi sono normalmente in mano d’altri, che sono mossi da interessi di natura tutt’altro che intellettuale, ed è naturale che con questi “altri” (che normalmente si disprezzano ma, contemporaneamente, si blandiscono) si instaurino rapporti che asserviscono il libero pensiero.

Il pensare, il produrre idee è un’ottima cosa. Anzi, non capisco perché tra i tanti beni della vita che meritano la nostra attenzione, suscitano il nostro desiderio e producono piacere (beni materiali, arte, natura, salute, sesso, denaro, potere, eccetera) non si mettano anche le idee. C’è un certo piacere nel “pensare idee” e chi lo prova difficilmente riesce a smettere di pensare. Di recente, mi è accaduto di presentarmi agli studenti avendo perduto il foglio con la scaletta degli argomenti su cui strutturare la lezione. Poiché non è più come un tempo e ora mi occorre l’aiuto di appunti, mi sono trovato in un certo imbarazzo e ho proposto di prendere l’ultimo argomento trattato nella precedente lezione (la legittimità della pena di morte: grande tema che consente di attraversare i massimi problemi del diritto costituzionale) e di procedere da lì per, insieme, “far correre pensiero”. L’esito è stato un piacere intenso, che certo non si prova nemmeno ascoltando la più brillante delle lezioni. Quindi, ottima cosa è il pensare. Ma il “pensare per il pensare”, per quanto possa portare piacere, se è scollegato dall’agire non è purezza (da contrapporre a impurità), ma è degenerazione intellettualistica, modo dell’intelletto d’essere Narciso. La questione non è se il pensiero debba essere collegato all’azione ma come stabilisce il rapporto con coloro cui il pensiero si rivolge per essere messo in azione: in genere, con coloro che dispongono degli strumenti dell’effettività, cioè dei mezzi attraverso i quali le idee si trasformano in fatti sociali.

Come vedi, a tal proposito, la situazione degli intellettuali italiani?

Una grande diversità di situazioni che si collocano tra due estremi: l’improduttiva futilità intellettualistica e il servilismo corruttivo del libero pensiero. Liberi, siamo superflui; utili, non siamo liberi. Queste tendenze, per ragioni diverse, hanno in comune l’incapacità della funzione intellettuale, in quanto tale, di svolgere una funzione sociale costruttiva e la condannano all’irrilevanza e, alla fine al disprezzo. Nell’insieme, coloro che si dedicano ad attività intellettuali risultano polverizzati, inconcludenti. Gramsci distingueva gli intellettuali a seconda ch’essi costituiscano un “gruppo sociale autonomo e indipendente”, oppure siano gregari rispetto ad altri gruppi sociali. Non mi pare che si sia nel primo caso. Coloro che svolgono attività intellettuali rivendicano, certo, autonomia e indipendenza, ma lo fanno forse in vista di un qualche compito comune, in forza del quale li si possa considerare in sé “gruppo sociale”? Vi faccio una domanda. Pensate che sarebbe possibile, nell’Italia di oggi, un’affaire Dreyfus?

Cosa intendi dire?

Che certamente ci sono, nel nostro tempo e nel nostro Paese, grandi scandali del potere, del fanatismo, e della grettezza, alleati tra loro in azioni criminali d’ogni tipo. C’è, rispetto a queste cose, una mobilitazione intellettuale contro l’emergenza civile? E, se anche c’è o ci fosse, è o sarebbe in grado di smuovere le acque, fare da contraltare alle logiche del potere, in nome di principi e valori non riconducibili a quelle logiche? Domanda retorica. Sembra che si sia mitridatizzati a tutto perché tutto trova sempre qualcuno, nell’ambiente intellettuale, pronto a dare giustificazioni. Nella vita intellettuale, la cosa più importante pare sia nuotare in quello che c’è per restare a galla, adeguandosi, e possibilmente emergere, anzi eccellere. In Germania, recentemente (marzo 2011), un giovane di grandi speranze, potente ministro della difesa, dal nome Karl-Theodor zu Guttemberg è stato costretto alle dimissioni, essendosi scoperto che la sua tesi dottorale in diritto costituzionale non era integralmente sua, non era del tutto originale. Evidentemente, la forza dell’ambiente intellettuale è stata tale che il mondo politico si è dovuto adattare alle sue logiche. Ci sarà stato chi ha speculato su quella disavventura, ma certo la conclusione sono state le dimissioni. Da noi? Non ci sono plagi? Non li si scoprono? Ci sono, e li si scoprono anche. Ma che cosa (non) succede?

Vuoi dire che, da noi, gli intellettuali sono inconcludenti?

Esattamente così. La loro funzione è come polverizzata e dispersa in mille rivoli. La dispersione deriva dall’incapacità di definire i nodi fondamentali del loro impegno e su questi concentrare le loro forze. Per questo, la libertà e l’indipendenza che essi giustamente rivendicano come loro prerogativa non si traducono in qualità di una funzione d’insieme d’un gruppo sociale consapevole di un compito comune, ma si risolvono in una pretesa di status che non è facile giustificare. Da qui, la facile ironia sulla prosopopea degli intellettuali, sulla loro vuota spocchia e, alla fine, sull’inutilità, sul loro parassitismo: il tutto concentrato nella parola che abbiamo udito pronunciare di nuovo di recente, “culturame”. In questa situazione, o ci si rifugia nella pura speculazione, che è una fuga dalla realtà, una sorta di consolazione del pensiero, oppure, rinunciando all’autonomia e all’indipendenza della funzione intellettuale, si cerca di collegarsi in qualche modo con chi sta dove il potere si esercita effettivamente, nell’economia e nella politica, per diventarne “consulenti”. In due parole: il “consulente” sostituisce “l’intellettuale”. Il nostro mondo è sempre più ricco di consulenti e sempre meno di intellettuali. C’è persino da ridere, se si pensa che questa – del consulente – è la versione odierna dell’ “intellettuale organico” gramsciano. Questo si collegava alle grandi forze storiche della società per la conquista della “egemonia” e per svolgere così un compito certo ambiguo, ma indubbiamente grandioso; quello è l’imboscato nell’inesauribile miniera di ministeri, enti, istituti, fondazioni, aziende, ecc., che si lega al piccolo o grande potente, offrendo i suoi servigi intellettuali e ricevendo in cambio protezione, favori, emolumenti. Ceto unitario: ma ciò che lega è il privilegio. Si conoscono tutti “personalmente”, ma s’ignorano “funzionalmente”. Nell’insieme non adempiono la funzione intellettuale che la società assegna loro.

Dove tracciare una possibile linea di resistenza a questa deriva?

C’è differenza tra il fornire le tue conoscenze e offrire te stesso, tra il vendere e il venderti cioè, come si dice, essere “a libro paga”. Il confine è teoricamente chiaro, praticamente vago. Nel primo caso mantieni la tua libertà, nel secondo la perdi: volontariamente la perdi, ma la perdi. C’è l’attesa, la speranza di ottenere qualcosa, e allora rispondi agli inviti; ai convegni non puoi mancare, perché se manchi, sembra che tu “non ci stia”. Allora perdi il tuo tempo e disperdi la tua vita in convegni pseudo-culturali perché “non si sa mai”, che qualcosa di buono ti possa prima o poi arrivare: i posti a disposizione di chi li può distribuire sono tanti e allora ci può essere anche posto per te. Ma devi farti vedere, essere disponibile, fare corona. Il punto più basso, l’intellettuale lo raggiunge quando si presta a dare il suo cervello, la sua intelligenza, la sua parola, all’uomo di potere che lo paga per scrivergli i suoi discorsi, i suoi articoli di giornale, le sue interviste. Addirittura, ne abbiamo fatto una delle possibili professioni intellettuali, quella del ghostwriter. Vi pare normale che colui che scrive i discorsi che altri pronunceranno come propri, cioè che collabora a un evidente plagio letterario, sia circondato dal massimo rispetto, ed egli stesso se ne compiaccia: come sono bravo, sono entrato in Tizio e Caio per far uscire dalla sua bocca le mie parole!

Ma possono essere grandi discorsi che, semplicemente, passano per un megafono di potenza tale - per esempio, negli Stati Uniti, la voce di un Presidente – che uno studioso, per quanto affermato, non potrebbe neppure sognarsi.

Pensi forse a un Arthur Schlesinger jr., grande saggista, che scriveva i discorsi per Adlai Stevenson e per i fratelli Kennedy, spesso grandi discorsi? Ma, qui non è questione di qualità delle persone e delle loro prestazioni. Qui parlo della funzione stessa, come concetto. A proposito di Reagan (parliamo di lui e non di gente di casa nostra, per carità di patria), Noam Chomsky ha fatto osservazioni sulle esibizioni pubbliche di politici-attori che dovrebbero essere tenute presenti, come salutari avvertenze per l’uso, nell’ascolto delle loro parole: “quando in televisione si legge un “gobbo” si fa una curiosa esperienza: è come se le parole vi entrassero negli occhi e vi uscissero dalla bocca, senza passare attraverso il cervello. E quando Reagan fa questo, quelli della TV devono disporre le cose in modo che di fronte a lui ci siano due o anche tre gobbi; in tal modo la sua faccia seguita a muoversi rivolgendosi da una parte e dall’altra, e allo spettatore sembra che stia guardando il pubblico, mentre invece passa da un gobbo all’altro. Ebbene, se riuscite a indurre la gente a votare per persone di questo tipo, praticamente avrete fatto il vostro gioco; l’avrete esclusa da ogni decisione politica. E bisogna fingere che nessuno rida. Se ci riuscite, avrete fatta molta strada verso l’emarginazione politica del popolo”. Ecco, quello che voglio dire: gli intellettuali che si prestano a riempire la bocca dei politici di cose delle quali questi non hanno nessuna idea propria, oltre che umiliare la propria funzione, contribuiscono a svuotare di contenuto la democrazia, a ridurla a una rappresentazione.

Supponiamo che sia come tu dici. Tuttavia, non è meglio che i politici dicano cose sensate, piuttosto che insensate?

No. Se non hanno nulla da dire, frutto del loro ingegno, è meglio che tacciano. E, se tacendo non si fa carriera politica, è meglio che non la facciano. Se poi dal loro ingegno escono sciocchezze, è bene che i cittadini elettori le constatino per quello che sono. Oltretutto, in questo modo, coprendo il vuoto dei politici con le loro non disinteressate “consulenze”, contribuiscono a svuotare la politica di ciò che le è proprio e, svuotandola, la si rende funzionale e la si asservisce a interessi esterni. Non vorrei essere troppo brutale: si finisce per assecondare la sua tendenza a diventare funzione del potere che oggi più di tutti conta, il potere del denaro. Pecunia regina mundi.

Non credi che proprio questa funzione dell’intellettuale possa servire, al contrario, a dare alla cultura una forza nell’agone politico che altrimenti non avrebbe?

Questa è l’illusione in cui spesso gli intellettuali rischiano di cadere, quando pensano di fare dei politici il megafono o l’imbuto delle loro idee. La realtà è che, quando non servono più, sono messi da parte. Ricordate la vicenda di Gianfranco Miglio con Bossi? E, ancor prima, con Eugenio Cefis? O di coloro che si sono accoppiati con Berlusconi pensando di potere fare, mettendosi alla sua corte, la “rivoluzione liberale”? Che fine hanno fatto? Non è il tempo degli intellettuali organici, nel senso di Gramsci, il quale pensava a grandi forze storiche, politiche e culturali alleate, per modellare la società assumendone l’“egemonia”. Oggi la politica è una frammentazione d’interessi, palesemente incapace di visioni di sintesi politico-culturali. Gli intellettuali che si riducono a consulenti subiscono anche loro la legge della frammentazione che vanifica la funzione culturale – la cultura è qualcosa che ha a che vedere con le visioni d’insieme che fanno della moltitudine una società – che dovrebbe essere la loro.

Allora, non c’è speranza. È questo che vuoi dire? Gli intellettuali, se si legano al potere, tradiscono il loro compito. Se non lo tradiscono, sono impotenti. È così?

Non necessariamente. Ci sono due condizioni che, se adempiute, potrebbero forse contribuire a dare un senso alla funzione intellettuale, nel momento attuale di emergenza civile del nostro Paese, che è lo sfondo di questa nostra conversazione. Innanzitutto, non “portare in giro” la propria esistenza. Traggo questa espressione dall’autore di Itaca, Kostantin Kavafis (“… e se non puoi la vita che desideri, [almeno] non sciuparla portandola in giro nel gioco balordo dei convegni e degli inviti, fino a farne una stucchevole estranea”). Non “portare in giro” vuol dire, innanzitutto, concentrazione su ciò che ci appare essenziale. La funzione di consulenza dei potenti ha invece bisogno che si vada in giro, là dove ti portano gli altrui interessi della cui assistenza ti sei assunto il compito. In questo momento, in cui ogni centro sembra scomparso, questo andar in giro significa disperdere la propria esistenza. Inoltre, chi è l’intellettuale che “porta in giro” la propria esistenza? È l’uomo per tutte le stagioni. La coerenza della ricerca intellettuale e dei suoi percorsi – ciò che si denomina normalmente “onestà intellettuale” - è condizione essenziale d’integrità, dunque di credibilità e, alla fine, d’efficacia della propria funzione: un’esigenza oggi particolarmente acuta, quando il vasto pubblico dei non-specialisti è per necessità costretto dalla difficoltà dei problemi a nutrire fiducia nei confronti degli specialisti, che hanno dedicato la loro vita a studi che, per necessità, non sono a disposizione di chiunque. Di chi ci si può fidare? Di uno che ieri ha sostenuto il contrario di quel che oggi sostiene, e sempre con la stessa pretesa d’essere preso sul serio? Su questo punto – l’importanza del rapporto di fiducia – c’è molto da riflettere, soprattutto per gli effetti negativi che la rottura di questo rapporto comporta nei confronti di tutti coloro che appartengono al mondo della cultura, coinvolti nel medesimo giudizio di condanna per colpa di qualcuno: una sorta di responsabilità di gruppo. Il discredito sociale che colpisce il mondo intellettuale nel nostro Paese trova qui, nelle giravolte degli intelletti e di chi li porta, una delle sue ragioni.

E la seconda condizione?

Se, come abbiamo visto prima, il megafono degli intellettuali non può essere la voce dei potenti, dove cercare l’amplificazione della propria voce? La risposta la dà la democrazia. In fondo, l’ipotesi su cui non pochi hanno fatto conto - l’alleanza tra intelletto e potere - oltre a essere illusoria, tradisce un sottinteso non democratico: cioè che i prodotti dell’intelletto debbano diffondersi dall’alto al basso della società e che la gran massa dei cittadini debba essere passiva, non essendo in grado di partecipare attivamente all’elaborazione intellettuale. In una società democratica, l’unica alleanza possibile per chi svolge una funzione intellettuale è quella con la generalità dei cittadini, con la quale occorre aprire canali di comunicazione. Non si tratta affatto di diventare star televisive o agitatori di popolo. In proposito, vale sempre il monito di Max Weber: la cattedra non è né dei profeti né dei demagoghi. Si tratta, invece, di contribuire a formare un’opinione pubblica, non disdegnando gli strumenti di comunicazione che raggiungono milioni di cittadini, e di imparare a usarli per diffondere cultura, capacità di riflessione, gusto per le idee. Non è facile. Bisogna trovare anche il linguaggio giusto.

È questa la ragione per la quale da ultimo sei uscito dal terreno specifico tuo proprio – il diritto costituzionale - e hai scritto di temi biblici, come il processo di Gesù e la figura di Giuda, e hai commentato grandi testi letterari, come Antigone e il Grande Inquisitore?

Le ragioni possono essere varie, ma non c’è dubbio che il diritto costituzionale non parlerebbe al vasto pubblico se venisse rinsecchito dentro lo spazio della disciplina accademica stretta. Il processo di Gesù, tra il molto altro, parla del rapporto tra giustizia e politica; Giuda è un’immagine tragica della libertà umana; Antigone è il conflitto morale tra obbedienze, alla legge positiva e alla legge della coscienza; il Grande Inquisitore è una grande lectio sul potere e l’ubbidienza: temi eminentemente “costituzionali”. Vorrei, nel prossimo futuro, dedicare qualche riflessione al mito della Torre di Babele, cioè al tema dell’ordine sociale che si mobilita presumendosi onnipotente. Il fascino di questi grandi testi e la loro capacità inesauribile di fornire materia di riflessione sono sorprendenti.

Torniamo al rapporto con quello che tu chiami il vasto pubblico.

Non siamo preparati a questo rapporto, anzi per lo più siamo prevenuti. I seminari e i convegni tra specialisti ci sono più congeniali, ma non bastano. La nostra responsabilità, rispetto al compito che ci è dato nella società democratica, non si esaurisce lì. Se abbiamo qualcosa da dire nella nostra situazione di grande emergenza civile, dobbiamo passare per i canali di comunicazione che possono raggiungere le forze che, attivandosi con i mezzi della democrazia, a iniziare dal voto e dalla partecipazione politica, possono mobilitarsi per una scossa etica. Bisogna passare da lì.

Lotta impari ...

Vuoi dire che i canali sono aperti solo per coloro che sono in sintonia con i poteri che li controllano? Diciamo che non sono aperti, ma nemmeno chiusi del tutto. Sono socchiusi. C’è ancora la libertà del pensiero e la possibilità di farlo circolare. Non è facile preservarla dall’omologazione delle idee, dal pensiero unico. Ma la possibilità di studio, la circolazione dei dati, la moltiplicazione degli strumenti che la tecnologia informatica ci mette a disposizione: tutto questo dice che il lamento è spesso la copertura della nostra inadeguatezza.

Recentemente, un gruppo che si autodefinisce “movimento di lavoratori e lavoratrici della conoscenza trenta-quarantenni”, sotto la sigla “Generazione TQ” ha pubblicato un documento che chiama a raccolta le forze intellettuali di quella fascia d’età, per un impegno comune che consenta di andare oltre “l’indignazione solitaria” di fronte al degrado della vita civile nel nostro Paese. Cosa te ne pare?

L’aspetto positivo consiste nell’intento di concentrare l’attenzione, per analisi e azioni comuni, sui grandi problemi del nostro tempo, contrastando quella tendenza alla polverizzazione di cui già abbiamo parlato. Il documento parla di neo-liberismo, demagogia, disprezzo della legalità, svendita dei beni comuni, razzismo, devastazione dei luoghi della cultura. Tutto bene, purché non si dia luogo, per reazione, al canone di una nuova ortodossia o a una corporazione politico-culturale. Ciò che, forse per ragione d’età, non comprendo, invece, è la demarcazione generazionale. Se c’è una cosa che non ha a che fare con l’anagrafe è proprio l’intelletto. Le gambe, i polmoni, il cuore sì, ma l’intelletto? L’altra cosa che vorrei dire, ricordando Kavafis, è di non insistere troppo, come mi pare invece si faccia già nel documento fondativo, sui convegni: si rischia di omologarsi in un giro balordo e dispersivo.

Per finire: non temi, con quella tua idea della cultura come strumento di maturazione civile della massa dei cittadini, di dar ragione a chi accusa quelli come te di “azionismo”?

No.

Ti basta dire no? Non hai niente da aggiungere?

Aggiungerei soltanto che i veri fautori di oligarchie antidemocratiche non sono quelli che, comprensivamente, chiamano azionisti, ma i loro critici più accaniti, fanatici: quelli che fanno dell’incultura, dell’arroganza plebea, dell’egoismo godereccio, del conformismo, della volgarità altrettanti titoli di merito. Una volta che hai fatto la lode di queste qualità, sei pronto a diventare mentore del pastore del gregge e a sostenere che è bene che le pecore siano pecore. La recente, sorprendente valutazione positiva che la figura del Grande Inquisitore tratteggiata nel celebre capitolo dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij ha trovato presso alcuni sanguigni polemisti, ha proprio questo significato: attraverso la lode dello spirito gregario delle masse incolte si finisce non solo a spiegare, ma anche a giustificare, la gratitudine nei confronti del demagogo. Torno al rapporto tra intellettuali e il vasto campo della “opinione pubblica”. Questa nostra conversazione si è svolta sotto il segno delle riflessioni di Antonio Gramsci. Viene a proposito una sua affermazione, che troviamo nei Quaderni, circa il rapporto tra gli intellettuali e “i semplici”. Mentre il cattolicesimo politico del suo tempo e il “gesuitismo” – oggi diremmo la religione proposta e imposta come religione civile - tendevano a mantenere i semplici nel primitivismo del senso comune, la sua filosofia - la filosofia della praxis - tendeva invece a condurli “a una concezione superiore della vita”. Affermando l’esigenza del contatto tra intellettuali e semplici, non era questione di limitare l’attività scientifica e mantenere un’unità al basso livello delle masse, ma di costituire un blocco morale che rendesse politicamente possibile un “progresso intellettuale di massa” e non solo di scarsi gruppi intellettuali. Così Gramsci. Anche lui azionista?

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