[Proponiamo la versione integrale dell'articolo di Lombardi, uscito sul n° 13 di alfabeta2]

Daniele Lombardi

 Il film s’intitola La più grande rapina del secolo e Jean Gabin, in una scena dove gli mostrano un quadro di Kandinskji, commenta: «La pittura è come la vita militare, è inutile tentare di capirla».

Quest’affermazione esprime l’idea che il termine militare «avanguardia», usato per le arti, per molti sia e debba rimanere incomprensibile. Sempre rimanendo ai film c’è quella straordinaria scena in Dove vai in vacanza di Alberto Sordi con Anna Longhi in visita alla Biennale di Venezia e al concerto di musica contemporanea: Sordi a metà di un pezzo che allude a 4’33” di John Cage, chiede al vicino di poltrona: «Scusi, quando comincia?».

Se il militaresco implica il patriottismo che eludeva altre spiegazioni, per le arti si è insinuata l’idea che ci possa essere qualcosa di profondamente sbagliato in avanguardie che, con il senno di poi, vengono sempre più attribuite a solipsismi narcisistici degli artisti e dei musicisti e questo possa motivare un’inutilità dello sforzo di capire, là dove non c’è un piacere immediato. Una cosa è certa: si vive come essersi svegliati improvvisamente in una Wunderkammer di proporzioni gigantesche, come se fosse la somma di tutte quelle che furono disegnate e dipinte per Rodolfo II di Sassonia. Capita così che tanti valutino le singole cose che in quel momento sono alla loro attenzione secondo un criterio sbagliato. Non si parla mai di errori di criterio, mentre il criterio sbagliato è un continuo evidenziatore di errori.

Per dirla in maniera più semplice, in una società che sforna melassa con ricerca di consenso oggi ci troviamo davanti alla negazione della ricerca e della innovazione, a meno che non sia una gastronomia sperimentale: se non è un cibo immediatamente commestibile di buon sapore è appunto un solipsismo narcisistico di qualche artista e musicista che forse ha tempo ma che minaccia di farlo perdere agli altri.

La contrapposizione tra la visione delle arti e della cultura che porta a produrre opere da vedere o da ascoltare e il criterio di diffusione commercializzata oggi ormai per grandi numeri che siano redditizi si è palesato in vari possibili esempi in tutto l’arco del secondo novecento, di pari passo alla evoluzione di questa società mediatica.

Oggi è illuminante andare a rileggere il Manifesto del movimento spaziale per la televisione che vide la luce il 17 maggio del 1952, in seguito ad una trasmissione televisiva di Lucio Fontana, firmato da un nutrito gruppo di artisti che è bene elencare: Ambrosini / Burri / Crippa / Deluigi / De Toffoli I Dova / Donati / Fontana / Giancarozzi / Guidi /Joppolo / La Regina / Milena Milani / Morucchio / Peverella / Tancredi / Vianello.

"–      Noi spaziali trasmettiamo, per la prima volta nel mondo, attraverso la televisione, le nostre nuove forme dell’arte, basate sui concetti dello spazio, visto sotto un duplice aspetto: il primo, quello degli spazi, una volta considerati misteriosi e ormai noti e sondati, e quindi usati come materia plastica;

–      Il secondo, quello degli spazi ancora ignoti nel cosmo, che vogliamo affrontare come dati di intuizione e di mistero, dati tipici dell’arte come divinazione;

–      La televisione è per noi un mezzo che attendevamo come integrativo dei nomi concetti. Siamo lieti che dall’Italia. venga trasmessa questa nostra manifestazione spaziale, destinata a rinnovare i campi dell’arte;

–      È vero che l’arte è eterna, ma fu sempre legata alla materia, mentre noi vogliamo che essa ne sia svincolata, e che attraverso lo spazio possa durare un millennio, anche nella trasmissione di un minuto;

–      Le nostre espressioni artistiche moltiplicano all’infinito, in infinite dimensioni, le linee d’orizzonte; la scultura non è più scultura, la pagina scritta esce dalla sua forma tipografica;

–      Noi spaziali ci sentiamo gli artisti di oggi, poiché le conquiste della tecnica sono ormai al servizio dell’arte che noi professiamo"

Se si pensa a quanto costa oggi un Fontana queste idee possono apparire estremamente dissonanti e ingenue in maniera disarmante. A cinquant’anni dalla sua stesura questo scritto mostra l’evidenza di un abissale distacco, una faglia che separa due continenti, evidenziando che le logiche di questa cultura di massa pongono il problema non rimandabile di che cosa fare oggi dell’arte e della musica del passato anche recentissimo: considerata «bella ma inutile» se non «d’ameublement», per dirla con Satie, oppure catarticamente spiritualista, secondo una profana religione che all’inizio del Novecento prese le mosse da figure come Rudolph Steiner e si intrecciò improbabilmente con le nuove tecnologie. In tutti i casi la forza dell’arte oggi sembra sconfitta anche nel processo comunicativo, come utopia interpersonale, il network si è però arricchito di nuove possibilità e ha aperto nuove prospettive: stiamo a vedere e anche ad ascoltare…

A distanza di pochi giorni da quando scrivevo queste cose mi sono imbattuto in una mail di ART BASE, un antiquario di libri tedesco che ha sede a Kitzingen, nella quale era in vendita una lettera di Lucio Fontana a Joergen Claus, datata 29 marzo 1965. Ne riporto il passaggio significativo:

"Data la situazione d’incertezza in cui oggi versa l’arte, è difficile formulare opinioni precise.

Comunque sia, ritengo che l’arte abbia perso la sua funzione sociale. Le scoperte della scienza, dello spazio, dell’uomo nel cosmo hanno completamente stravolto il mondo in cui viviamo e sono convinto che l’arte in futuro non esisterà più. L’intelligenza umana sarà utilizzata per affrontare problemi che, se paragonati a doti come la fantasia e l’umanità, sono molto più validi e concreti, quindi per l’arte non vi sarà più spazio, perché verranno a mancare tutti quegli elementi che in passato le conferivano concretezza e validità (l’arte sarà storia).

L’arte e gli artisti vivono ormai in uno stato di evidente caos che ci porterà al «nulla», alla morte."

La lettera, scritta a distanza di tredici anni dalla precedente, mostra come anche Fontana si schierò tra coloro che in quel momento stavano parlando di «morte dell’arte» e oggi, quasi mezzo secolo dopo, questa domanda se l’arte e la musica siano sopravvissute alla trasformazione sociale e al caos culturale è stata rimossa, come se avesse avuto una risposta, ma non l’ha avuta.

La pittura dalla transavanguardia in poi e la musica, da un neotonalismo – che si è intrecciato al generalismo – in poi, è come se fosse rinata a nuova vita, lasciando perdere gli intelligentoni che filosofavano e concettualizzavano e occupandosi di comunicazione come strategie che rinverdiscono un trend il cui risvolto finale è la commercializzazione.

Il fatto che ci sia un mercato rende indubbiamente l’opera, sia essa visiva che sonora che tutte e due, qualcosa che lascia una forte traccia nel tempo, viene agganciata all’informazione per le nuove generazioni e funziona col meccanismo del sempreverde che conosciamo bene per canzoni come O sole mio.

Il numero 4 del mensile «1985 La Musica» che dirigevo aveva come tema Generi musicali a confronto. Risfogliando oggi gli interventi di ventisei anni fa è interessante citare l’intervista che Marco Dalpane fece a Roberto Antoni (alias Freak Antoni), che veniva preceduta da un pensiero di Marcel Proust che vale la pena rileggere:

"Non disprezzate la cattiva musica (nel senso della musica popolare): siccome si suona e si canta molto più appassionatamente della buona (nel senso della musica classica) a poco a poco essa si è riempita del sogno e delle lacrime degli uomini. Per questo vi sia rispettabile. Il suo posto è immenso nella storia strumentale della società: il ritornello che un orecchio fine ed educato rifiuterebbe di ascoltare, ha ricevuto il tesoro di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite di cui fu l’aspirazione, la consolazione sempre pronta, la grazia e l’idea."

L’inventore del rock demenziale, rispondendo a una domanda sui Beatles, sui quali aveva scritto un libro, esprimeva l’interessante pensiero che nella Pop Art esisteva una casualità che consisteva nel prendere porzioni di quotidianità elevandole a dignità d’arte, collegando in un unica prospettiva Duchamp, Cage e i Beatles. Dagli anni ottanta in poi del secolo scorso il generalismo ha collegato tutte le epressioni, dalle più criptiche e misteriche alle più banali e mercificate, in una marmellata che impasta tutto nel segno di un plaisir de l’écoute, e a chi si dedica a ricerca e innovazione è consentito perdere la memoria, non sapere, inventare anche l’acqua calda, purché si canalizzi subito in processi comunicativi.

La legge del consenso è che ciò che piace vale, ma ciò che non piace non vale nulla.

Se questo concetto è diventato culturalmente lo spirito del nostro tempo dobbiamo fare i conti con un passato molto diverso oppure rimuoverlo, e l’unica via di sopravvivenza sembra essere una realizzazione artistica che unisce in sé piacere e valore. Intanto però la competenza comune dei consumatori è stata abbassata negli ultimi venti anni in modo preoccupante e gli slogan attuali sono ben più miseri di quelli di trenta-quaranta anni fa, tra professori di lettere che recitavano interi canti della Divina Commedia di Dante e tenorini che sapevano la loro parte del duetto delle ciliegie, se non canzoni appunto sempreverdi. La differenza con il recente passato sta nel fatto che nessuno metteva in dubbio un concetto piramidale di cultura, mentre oggi c’è passata sopra una macchina schiacciasassi generalista che fa di tutto una soletta di cemento e molti vedono in questo un aspetto totalmente positivo. L’interrogativo resta aperto, ma preoccupa il fatto che il disimpegno e la facilità ora più che mai determinano il successo dei sistemi comunicativi, e se tutto si gioca sul piacere dell’intrattenimento, ricerca e innovazione sono due parole che hanno perso il significato che avevano e andrebbero ridiscusse, per evitare ambigue interpretazioni di marketing.

 

 

 

 

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Una Risposta a La pittura è come la vita militare

  1. Marco Lavagetto ha detto:

    L’arte spesso convive con la morte. Hirst e Cattelan sono due personalità che spettacolarizzano la morte. Anch’io, che sono uno sconosciuto per la Grande Cultura dell’Arte Contemporanea, continuo a progettare la morte dell’arte, silenziosamente: il silenzio dovuto per un funerale.

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