[L'articolo è ripreso dal sito di TQ]

Michele Dantini

La pubblicazione della lettera inviata da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi al Primo ministro italiano sul Corriere della Sera del 23 settembre 2011 apre una fase nuova nella politica italiana, non ancora percepita in tutta la sua umbratilità. Datato 5 agosto, il documento ha implicazioni politiche, economiche e sociali difficilmente sottostimabili: è per più versi paragonabile a un trattato di resa imposto alla nazione sconfitta. Le massime autorità finanziarie continentali, i capi di stato e di governo dell’area euro dichiarano che l’obiettivo del pareggio di bilancio, dapprima stabilito per il 2014 dal governo italiano, deve essere anticipato e perseguito con maggiore rigore. Pongono sotto tutela l’esecutivo di un paese membro e ne stigmatizzano ufficialmente gli atti politico-finanziari perché “non sufficienti”. L’Italia smette di essere un paese sovrano. E’ una misura senza precedenti, interpretabile per di più come giudizio ad personam: riflette la più grave disistima politica non solo per Silvio Berlusconi, ma pure per Giulio Tremonti e l’intera compagine governativa. Berlusconi cessa di esistere, sul piano istituzionale, nel momento in cui i processi degenerativi di un’inquieta senescenza pongono a rischio il capitale finanziario dei maggiori investitori istituzionali globali, banche e hedge funds: questo ci dice la lettera, che fissa un programma di governo, impone date e modalità, scioglie de facto il Parlamento nazionale e dissolve anche l’apparenza della reputazione del capo di governo cui è indirizzata. “Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari”, leggiamo, “si considera cruciale che tutte le azioni elencate siano prese prima possibile per decreto legge, seguito da successiva ratifica parlamentare entro la fine di settembre 2011”.

Le misure “ritenute necessarie” rimandano a un’agenda liberale radicale temperata episodicamente e in modo tenue da correttivi sociali, agenda già sperimentata in Grecia (con esiti malcerti): l’onere del debito sovrano cade sul pubblico impiego e non si trasferisce minimamente al capitale finanziario. Liberalizzazione di servizi pubblici locali e delle categorie professionali, riforma del contratto di lavoro, flessibilità in entrata e in uscita, ammortizzatori sociali, riduzione delle pensioni di anzianità, innalzamento dell’età pensionabile per le donne, dismissione di parte consistente del patrimonio pubblico, riduzione dei costi del pubblico impiego con l’abolizione di “strati amministrativi intermedi, come le province”, introduzione “sistematica di indicatori di performance e, se necessario, riduzione degli stipendi”. L’impopolarità dei provvedimenti indicati è tale (comprendiamo oggi retrospettivamente) che nessuna forza politica alternativa, in Italia all’indomani dell’arrivo della lettera (di cui si sa deve pure sapere qualcosa negli ambienti politico-parlamentari), si propone davvero la caduta del governo, o pone come priorità quella di scongiurare ai cittadini una devastante distruzione di ricchezza: non il Centrosinistra, non l’Unione di centro, non Confindustria, non i sindacati. Berlusconi è tenuto in vita dal calloso, opportunistico accanimento terapeutico di maggioranza e opposizione: l’agonia dura tuttora. Vale la pena riflettere sul contesto della pubblicazione, che non è privo di ambiguità.

Tenuta segreta dal governo, né accolta interamente nelle sue ingiunzioni né rifiutata in nome del principio di sovranità, la lettera di Trichet e Draghi compare sul Corriere della Sera in circostanze misteriose: non sappiamo come e perché giunga al giornale, né a opera di chi. Precede di due soli giorni una seconda pubblicazione, persino più sorprendente perché inattesa. Sabato 1 ottobre i lettori di Corriere della Sera e La Repubblica si imbattono in un’inserzione pubblicitaria del tutto irrituale. Diego Della Valle, imprenditore marchigiano della moda e socio partecipante del patto RCS Mediagroup, dunque azionista dello stesso Corriere su cui ha appena avuto luogo la pubblicazione della lettera di Trichet e Draghi, firma un feroce j’accuse pubblicato a pagamento, dal titolo (di per sé eloquente): Politici, ora basta. Insorge contro “lo spettacolo indecente e intollerabile” di “buona parte della classe politica” da cui non si ha più “nessuna intenzione di farsi rappresentare”. Riconosce che “una parte del mondo economico del Paese ha le sue gravi responsabilità: per troppo tempo ha avuto rapporti con la politica in base alle convenienze del momento”. Chiama alla collaborazione “le componenti della società civile più serie e responsabili”.

La requisitoria politica di Della Valle è corredata da brevi articoli in entrambi i quotidiani, sollecitati, supponiamo, dallo stesso inserzionista: aiutano, nel suo proposito, a collocare l’accusa e a prevenire fraintendimenti. “Non c’è collegamento [tra il testo di Della Valle e] il possibile ingresso in politica di Luca Cordero di Montezemolo”, informa diligentemente Sergio Bocconi sul Corriere (*), mentre siamo piuttosto inclini a credere il contrario in un momento di crescente impegno di Italia Futura sulla scena nazionale e di contestazioni sempre più aspre al governo da parte di Emma Marcegaglia. “La crisi impone serietà, competenza, buona reputazione, senso dello Stato e amore per il proprio paese”, stabilisce Della Valle, e l’affermazione, anche se avanzata dall’ex amico di panfilo di Clemente Mastella, risulta certo plausibile.

TQ tuttavia per prima, nel Manifesto politico, ha affermato le ragioni del rinnovato impegno politico e politico-culturale di un’intera generazione contro “il portato insostenibile di autoritarismo”, lo “sprezzo della legalità, “il saccheggio dei beni comuni”, infine “l’ignobile razzismo padano”: lo ha affermato per di più a una data in cui la crisi finanziaria era ancora lontana, né così inequivoco (come poi si è rivelato) il disegno neofascista che ha sorretto pervicacemente l’azione di governo per circa due decenni, forte dell’appoggio (cinico, o irresponsabile) di larga parte delle gerarchie ecclesiastiche e dell’elettorato cattolico conservatore. Non è questione, per TQ, di rivendicare una mera primogenitura: la questione è politica, e investe il futuro di tutti. Commentatori autorevoli come Michele Ainis osservano che “gli italiani stanno ritrovando la voglia di far politica in prima persona, senza delegarla” (**). Non è dato avere certezza del diffuso desiderio di opposizione. E’tuttavia incontestabile che quanti, scrittori, editor, critici, saggisti si sono incontrati, tra la primavera e l’estate 2011, nel nome della “fierezza” e della “responsabilità” per “le generazioni che verranno”, sono stati tra i primi a pronunciarsi contro la distruttività dell’esecutivo in carica, e lo hanno fatto in modo tanto più intransigente quanto meno dettato da interessi individuali. E’ opportuno ricordarlo oggi, quando viene consolidandosi, nel paese, una sorta di Cln a base economicistica e confindustriale e si moltiplicano gli appelli a una ricostruzione (***). Schieratasi da subito a favore di una società della conoscenza, TQ si pronuncia perché la crisi sia occasione di redistribuzione di opportunità e riscrittura delle regole di convivenza democratica dal punto di vista dell’interesse generale.

(*) Sergio Bocconi, Della Valle attacca: adesso finiamola con la classe politica incompetente, in: Corriere della Sera, 1.10.2011, p. 11
(**) Michele Ainis, Amari inganni, in: Corriere della Sera, 1.10.2011, p. 1
(***) Gustavo Zagrebelski, Ricucire l’Italia, Manifesto di Libertà e Giustizia, settembre 2011, http://www.libertaegiustizia.it/ricucire-litalia/ricucire-litalia-il-manifesto/

 

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