[da «alfabeta», n. 5. settembre 1979]

Umberto Eco

Peyo, II puffissimo-L’uovo dei puffi-L’ap­prendista puffo-I puffi neri, Firenze, Salani, 1979 quattro volumi lire 3.500 cadauno.

Dovuti al genio del disegnatore belga Peyo (la cosiddetta scuola francofona del fumetto è in gran parte belga, basti pensare allo Hergé di Tintin), gli Schtroumpf – in italiano i Puffi – sono una delle creazioni più graziose e avvincenti del fumetto co­mico odierno. Già introdotti in Italia dal «Corriere dei Piccoli», ora vengono pubblicati dall’editore Salani, in albi cartonati, a colori, e a questi primi quattro albi ne seguiranno, per la gioia dei lettori grandi e piccini, altri sei. Dei lettori piccini qui non ci occuperemo: diremo al massimo ai genitori che le storie dei Puffi sono deliziose, fiabe­sche ma piene di humour, un occhio al fantastico e un occhio ai problemi delll’attualità, ben disegnate, comprensi­bili per tutte le età, e quasi educative. Non c’è purtroppo il sesso, perché i Puffi sono una tribù di nanetti blu tutti maschi (tranne una Puffetta che fa apparizioni occasionali e piuttosto fantasmatiche), tanto che non si capisce come si riproducano. Forse si diventa puffi per cooptazione, come all’uni­versità. Ma questo ai piccini non dite­lo. Ditegli semmai che se saranno buoni potranno diventare, un giorno, puffi anche loro. È come una comune di autonomi, ma senza giradischi e armi improprie. Un Macondo vero. Un segno dell’età dell’oro, l’Egloga Quarta con un pizzico di sette nani, ma meno oleosi.

Adesso parliamo per i grandi. Per­ché le storie dei puffi hanno un grande rilievo filosofico, o almeno semiotico. Sono una meditazione pratica sul fun­zionamento contestuale del linguaggio e non possono che piacere a me che ho appena scritto un libro sull’attività cooperativa nell’interpretazione dei testi. Dunque i puffi vivono nella fore­sta, sono blu, piccolissimi, di età inde­finita, salvo il Gran Puffo, che è vec­chio e ha la barba bianca (i puffi vivo­no in una società gerontocratica per­fetta dove tutti sono più o meno infanti e c’è solo un anziano, depositario au­toritario ma paterno di tutta la saggez­za, compreso il laboratorio alchemico dove distilla filtri ineffabili e segreti). Hanno un nemico, un mago di formato umano (i puffi sono alti come un fungo ben messo), uno stregone cattivo che nella traduzione italiana si chiama Gargamella e che cerca sempre di cat­turarli e scoprirne i segreti. Tutti i puffi si chiamano Puffo e si assomigliano come gocce d’acqua. Ciascuno è peral­tro diverso, c’è il puffo scontento, il puffo secchione con gli occhiali, il puf­fo goloso, il puffo ambizioso eccetera. Ma poiché, come si è detto, ogni puffo si chiama Puffo, li si distingue solo dal­le azioni che compiono e dalle cose che dicono. Una volta decidono di fare le elezioni (per prendere il potere in as­senza del Gran Puffo) e ciascuno vota naturalmente per Puffo, così viene eletto Puffo, ma come capita è difficile definire chi sia (anche se un puffo prende poi il potere sugli altri puffi, combinando un sacco di guai e instau­rando il culto della personalità). Essi vivono nel paese dei Puffi, nel villaggio Puffo, sotto alla catena dei monti Puf­fi, vicino al ponte sul fiume Puffo e al lago Puffo.

Cosa fanno i Puffi? La domanda mi pare idiota. Naturalmente puffano. tutto il santo puffo. Puffano puffi, si puffano a vicenda, si scambiano puffi, e uno puffa l’altro. Quando uno puffa. gli altri lo puffano, e il puffo che ne segue è di solito molto puffo.

Qui ho confuso forse le idee al letto­re, perché gli ho dato provocatoria­mente una idea del linguaggio puffo, ma non gli ho permesso di capire cosa dicessi. In questo senso non ho parlato in puffo nel modo corretto: perché la qualità del puffo è che lo si capisce benissimo. Anche se – e qui veniamo al punto – in questo linguaggio, ogni vol­ta che è possibile, nomi propri e co­muni, verbi e avverbi vengono sostitui­ti da coniugazioni e declinazioni della parola «puffo».

Questo nella traduzione italiana di Josè Pellegrini. Infatti nell’origina­le francese, i Puffi si chiamano Schtroumpf e schtroumpfano. Si po­trebbe dire che ciò cambia molto le cose sul piano fonetico, ed è vero. Cio­nonostante non è questo il guaio di questa traduzione, peraltro fatta con grazia. È che essa è timida. Pensando che i piccoli lettori non capirebbero bene il linguaggio puffo. Pellegrini riduce le sostituzioni. Puffa meno di quanto dovrebbe schtroumpfare. Diamo subito un esempio. Nella storia Il puffissimo, un puffo decide di conquistare il potere e inizia una campagna elettorale. Nell’edizione italiana la prima parte del suo discorso suona così: «Domani voi andrete alle urne per puffare il vostro puffo. A chi pufferete i vostri voti? A un puffo qualun­que che non vede al di là del proprio naso? No! Vi occorre un puffo forte su cui voi possiate puffare senza puffa! E io son quel puffo! Forse qualcuno che stasera non è presente oserà puffare che io vado puffando onori! Ma questo è indegno di un puffo».

Il testo francese invece suona: «Demain, vous schtroumpferez aux urnes pour schtroumpfer celui qui sera votre Schtroumpf! Et a qui allez-vous schtroumpfer votre voix? A un quel-conque Schtroumpf qui ne schtroump-fe pas plus loin que le bout de son schtroumpf? Non! Il vous faut un Schtroumpf fort sur qui vous puis-siez schtroumpfer! Et je suis ce Schtroumpf! Certains – que je ne schtroumpferai pas ici – schtroumpfe-ront que je ne schtroumpfe que les honneurs! Ce n’est pas schtroumpf!».

La differenza è notevole. Non solo come sinfonia di starnuti, ma anche perché il discorso francese, pur essen­do egualmente comprensibile, crea qualche ambiguità in più e consente il divertimento di interpretare nel modo «corretto» le schtroumpferie del par­lante. Da più spazio al lettore, e schtroumpfa sino al limite. Che è poi la virtù del linguaggio schtroumpf.

Come si vede, undici puffi contro quindici schtroumpf. Ma continuiamo, nella vignetta seguente lo schtroumpf candidato dice: «Io voglio il puffo di tutti e mi pufferò sino alla morte per­ché la puffa regni tra voi. E quello che io puffo lo pufferò! Puffi, ecco il mio programma. E sono quindi convinto che voterete per me! Viva i puffi! Viva io!» Il testo francese introduce undici schtroumpf contro i sette puffi dell’i­taliano, e suona: «C’est votre schtroumpf a tous que je veux et je me schtroumpferai jusqu’à la schtroumpf s’il faut pour que la schtroumpf règne dans nos schtroumpfs! Et ce que je schtroumpfe, je le schtroumpferai! Schtroumpf, voilà ma devise! C’est pourquoi tous ensemble, la schtroumpf dans la schtroumpf, vous voterez pur moi! Vive le pays schtroumpf! Vive moi!».

Quanto si è detto consiglierebbe di condurre il nostro discorso sugli originali, ma tutto sommato possiamo continuare lavorando sul­la traduzione, anche perché qual­che maledetto schtroumpf mi ha schtroumpfato la mia collezione di Peyo originali. Se lo schtroumpfo, lo schtroumpfo. Ovvero, se lo puffo gli faccio una puffa così, ve lo puffo, sulla puffa dei miei puffi.

Mi avete capito benissimo. E ciò malgrado il linguaggio puffo sembra mancare di tutti i requisiti necessari a una lingua funzionante. Infatti una lingua tende a crescere elaborando per ogni significato (o se volete, e in questa sede non voglio sottilizzare, per ogni cosa da indicare) un significante, ovve­ro un’espressione identificabile. Quanto più una lingua è duttile, quanti più sinonimi possiede (più parole per una sola cosa), e se conserva degli omonimi (una sola parola per due cose), deve risolvere seri problemi di rappresentazione semantica. Così è pur sempre un guaio che da noi la pa­rola «granata» indichi un frutto, una bomba e una scopa, e incidenti del genere complicano i dizionari, che – se sono ben fatti – devono introdurre istruzioni per la disambiguazione. D’altra parte i logici e i filosofi del linguaggio, non sapendo (come è loro costume) definire il significato, tenta­no sovente di ridurlo alla sinonimia (il significato di «nave» è «battello»). La sinonimia assoluta non esiste, è ovvio (è diverso chiamare il proprio genitore «padre» o «papa») ma, meglio che niente, il test della sinonimia talora serve. Immaginatevi dunque una lin­gua che non solo non ha sinonimi, ma è fatta di una immensa quantità di omo­nimi. Certo, dove tutti i termini sono omonimi tutti sono anche sinonimi (nel senso che ogni puffo è chiaramen­te un puffo), ma come capirsi? Secon­do i princìpi della linguistica tradizio­nale (o linguistica della frase) la lingua puffa non dovrebbe permettere la comunicazione tra i membri del grup­po. Follia: i puffi si capiscono benissi­mo e noi capiamo loro.

Questo significa che la lingua puffa risponde alle regole di una linguistica del testo: ogni termine è comprensibi­le e rapportabile ad altri solo se lo si vede nel contesto e lo si interpreta alla luce del «tema» o topic testuale. Non solo. Noi ci accorgiamo che possiamo comprendere il puffo perché ogni Puf­fo usa il termine «puffo» e i suoi deri­vati solo e sempre in quei contesti in cui una frase del genere è già stata pronunciata. «Ho puffato un puffo» rischia di essere incomprensibile, ma «pufferò sino alla morte» e «tutti in­sieme, la puffa nella puffa» dicono molto bene quel che vogliono dire (o puffare). E questo per il semplice mo­tivo che sono espressioni prefabbrica­te. La lingua puffa ci insegna che se noi comprendiamo le lingue non-puffe è perché anche queste ultime giocano per la maggior parte non solo su conte­sti capaci di disambiguare le frasi, ma anche sullo sfondo di una lingua già parlata, e messaggi-tipo già ipercodificati.

Infine, se due persone che litigano si dicono «io ti puffo la testa» o «io ti spacco la puffa», noi comprendiamo cosa stanno dicendo perché facciamo ricorso a sceneggiature di azioni che fanno parte della nostra competenza enciclopedica, ovvero del nostro sape­re sociale. D Grande Puffo parla in puffo quando descrive le proprie ope­razioni alchemiche, ma noi lo com­prendiamo perché possediamo già suf­ficiente informazione intertestuale sul­le operazioni alchemiche. Tra l’altro, questo fatto ci dice perché queste sto­rie sono buone per i bambini: da un Iato essi le capiscono benissimo, per­ché un bambino parla in puffo, e come avrebbe dovuto dire Freud esclama «puff-puff» quando nasconde e fa riapparire un oggetto per significare presenza e assenza della madre. D’al­tro lato essi, per capirle meglio, sono costretti a riferirsi alla lingua adulta per disambiguare le espressioni che, per essere disambiguate, richiedono una buona competenza di sceneggia­ture culturalizzate e di luoghi comuni codificati.

D’altra parte noi comprendiamo cosa un puffo dice perché (siccome ci muoviamo in un fumetto) noi vediamo cosa fa. La lingua puffa sarebbe in­comprensibile se fosse tutta scritta o tutta parlata, senza riferimento alle immagini. Limite del fumetto? Mac­ché! Una lingua umana è parlata a fumetti. Infatti noi la parliamo nelle circostanze concrete di emissione o di enunciazione. In verità la nostra lingua umana puffa sempre. Noi diciamo «questo» e «quello» e sarebbero espressioni incomprensibili se, nel contesto parlato, o nella circostanza esterna (rinvio alla percezione, a quanto si vede, si tocca o si è visto e toccato prima – o annusato) noi non vedessimo a fumetti quello di cui si parla. (Buona indicazione per i peda­gogisti: il fumetto rappresenta una si­tuazione comunicativa molto più affi­ne a quella normale di quanto non rie­sca a fare un libro tutto scritto: la vita è a fumetti – e anche la semiotica: ogni segno è interpretato da altri segni, e non tutti appartengono allo stesso si­stema, il visivo si incrocia con l’auditi­vo, gli oggetti interagiscono con le parole e se io dico «dammene una» indicando un pacchetto di sigarette, in effetti dico «puffami una puffa», solo che non me ne rendo conto. L’oggetto-pacchetto è un puffo).

La lingua puffa è parassitaria ri­spetto all’italiano (o al francese, o ad altra lingua-base: infatti, e ciò è importante, si può parlare puffo in qualsiasi lingua): dell’italiano assume la maggior parte del lessico e tutta la sintassi. Vi aggiunge una sorta di sot­tolessico molto ristretto, composto della parola «puffo» e delle sue coniu­gazioni e declinazioni (più tecnica­mente: il lessico è composto di un lessema, «puff», a cui vengono legati vari monemi, anche questi presi a prestito dalla lingua base). Ma questo sotto­lessico, come si è visto, è talmente omonimico che il suo dizionario si ri­duce a una sola definizione: «per puffo si intende un puffo che puffa puffamente».

Pur tuttavia i puffi sono capaci di associare il loro lessema tuttofare a contenuti diversi e a concrete situazio­ni di riferimento: ma la regola di que­sta associazione non è stabilita dal les­sico, bensì dal contesto, e quindi il vero significato del termine è il suo uso. I puffi conoscono Wittgenstein, oppure Wittgenstein conosceva i puffi (mi ri­ferisco non tanto al Puffus logico-puf­fo quanto alle Ricerche puffe). Da un altro punto di vista (un altro?), i puffi sono fedeli alle ricerche di linguistica testuale e di pragmatica del discorso, per cui ogni testo è una macchina pigra che richiede una attiva cooperazione interpretativa da parte del suo destina­tario, chiamato a connettere le porzio­ni testuali ad altri testi precedenti e presupposti.

Si noti che in una storia Gargamella, lo stregone cattivo, che si esprime in un buon italiano (o francese), si trasforma per arti magiche in puffo e si reca nel villaggio puffo per nuocere ai suoi piccoli nemici. Ma deve limitarsi a stri­sciare lungo i muri senza rispondere a quanto gli viene chiesto perché egli non conosce il linguaggio dei puffi. Come è possibile, se abbiamo visto che la lingua-base è uguale alla sua e per il resto il lessico ha solo un lessema, ri­conoscibilissimo? Gargamella conosce lessico e sintassi dei puffi, ma non ne conosce la vera semantica, perché essa è una semantica compromessa con una pragmatica. Potremmo supporre che la regola linguistica dei puffi è: «Sosti­tuisci ogni termine della lingua-base con “puffo” quando puoi farlo senza eccessiva ambiguità». E Gargamella non sa quando può farlo. Perché? Per­ché per poter parlare puffo occorre non solo conoscere la grammatica del­la lingua-base, ma anche le sue regole (ipercodificate) di intertestualità. Egli non conosce quelle porzioni di lingua già parlata che permettono ai puffi di puffare quando sullo sfondo della loro competenza esiste come acquisita una data espressione standard.

Qui sono in gioco i problemi socio-linguistici che riguardano la differenza tra codice elaborato e codice ristretto. I puffi in un certo senso appartengono a una minoranza linguistica emargina­ta: parlano pidgin. Facciamo un’ipo­tesi: che se io dico «nel puffo del cammin di nostra puffa» ogni puffo mi ca­pisca, mentre se dico «puffo è il più crudele dei puffi – genera puffi dalla morta puffa – mescola puffi e desideri […]», essi si trovino in imbarazzo. Se ciò fosse vero, significherebbe che i Puffi hanno introdotto nella loro enci­clopedia culturale Dante, ma non Eliot, possono puffare su Dante ma non su Eliot. È questo il tipo di deci­sione che Gargamella non riesce a prendere. La regola d’uso del puffo che abbiamo ipotizzata non è solo una regola pragmatica, perché quando stabilisce che bisogna evitare l’ambi­guità rinvia, per la definizione di am­biguità, a una semantica in forma di enciclopedia intertestuale: è non-ambiguo tutto ciò che si riferisce alla lin­gua già parlata di cui tu hai conoscen­za e ricordo.

Ultimo problema. Com’è l’uni­verso psicologico dei puffi, ovve­ro il loro universo percettivo? Essi dicono «portami un puffo» e, a seconda della circostanza, sanno se il parlante intende un uovo, un fungo, un badile. Dunque hanno una sola espressione («puffo») ma un sistema abbastanza ricco di contenuti, almeno tanto vasto e articolato quanto le espe­rienze consentite dal loro Umwelt (quello che i segretari di sezione chia­mano «territorio»). Potremmo addi­rittura supporre che in certi contesti essi dicano «portami un puffo» per chiedere un uovo, ma in altri contesti dicano l’«uovo di Puffa» per dire l’uo­vo di Pasqua. Quindi non è che non posseggano tutto il lessico della lin­gua-base, semplicemente decidono quando non usarlo, per ragioni di eco­nomia. Tuttavia l’usare una sola parola per tante cose non li indurrà a vede­re le cose, tutte, unite da una strana parentela? Se è puffo un uovo, un ba­dile, un fungo, non vivranno in un mondo dove i legami tra badile, uovo e fungo sono molto più sfumati che non nel mondo nostro e di Gargamella? E se fosse così, questo conferirebbe ai puffi un contatto più profondo e ricco con la totalità delle cose, o li rende­rebbe inabili ad analizzare in modo «corretto» la realtà, recintandoli nel­l’universo impreciso del loro villaggio senza storia? E in questo caso, la loro apparente felicità di eterni bambini non sarebbe pura mistificazione di Peyo? Forse che i puffi sono infelici? Sono tutte questioni che non mi sento di risolvere qui. Né chiedetemi di spiegare meglio i concetti tecnici con cui ho cercato di analizzare la lingua (o il linguaggio) dei puffi. Se foste dei buoni puffi non avreste bisogno di al­tre precisazioni, e puffereste per conto vostro. Ma era solo per dire che la saga dei puffi è abbastanza rivelativa, andrebbe insegnata e discussa a scuola (anche all’Università), ed è degna di ampie meditazioni. Non è solo un gio­co, e se lo è, è un gioco linguistico: una cosa molto, ma molto schtroumpf.

 

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4 Risposte a Schtroumpf und Drang

  1. […] 2011): L’articolo completo è stato pubblicato in Rete sul sito di AlfaBeta2: lo trovate qui. https://www.alfabeta2.it/2011/10/03/schtroumpf-und-drang Condividi:FacebookTwitterDiggStampaLike this:LikeBe the first to like this post. Taggato con: […]

  2. Matano scrive:

    D’altronde si sa… Noi puffi siam così

  3. […] Eco, nel lontano 1979, aveva dedicato alla lingua puffa una dotta dissertazione su Alfabeta (qui, per chi non avesse mai letto l’originale). La cosa interessante è quante parole si possano […]

  4. […] Eco in un articolo del 1979 sembrava aderire alla teoria dell’interpretazione radicale di Donald Davidson (che qui abbiamo […]

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