Intervista di Stefano Lucarelli a Cristina Tajani

Il mondo del lavoro è al centro della tua formazione scientifica (la tua tesi di laurea in economia è sulla precarietà, sei dottore di ricerca in Scienze del lavoro e su questi temi collabori con l’Università Statale di Milano) e della tua attività politica (hai fatto parte della segreteria della FLC-CGIL di Milano). Mi pare che l’economics pretenda di essere l’unica disciplina capace di dire cose rilevanti sul lavoro. Sei d’accordo?

Nel mio percorso di studi e di ricerca mi sono spostata da un approccio squisitamente economico (sebbene con una forte impostazione eterodossa) a uno sociologico. L’oggetto principale di osservazione è rimasto lo stesso: le relazioni che si danno sul mercato del lavoro. La scelta di adottare un approccio interpretativo diverso da quello della labour economics si spiega con una certa insofferenza che, dopo la laurea, ho cominciato a maturare verso la rigidità delle ipotesi su cui essa si fonda, in particolare l’ipotesi del lavoratore come ottimizzatore atomistico e l’assunzione della società come un dato esogeno. La sociologia economica, al contrario, prende le mosse dall’assunto che il sistema economico è embedded nella società, per dirla con Granovetter e prima di lui con Polanyi, e che relazioni sociali e relazioni di mercato non sempre possono essere studiate separatamente. A onore del vero, però, bisogna riconoscere che l’economia del lavoro è stata l’ultima area, nell’ambito della teoria economica, a essere conquistata dalla sintesi neoclassica. Per lungo tempo è stata dominata da un approccio istituzionalista (penso a studiosi come Reynolds o Dunlop) e anche gli economisti più vicini ad un approccio neoclassico, come il premio nobel Robert Solow, hanno presto riconosciuto la «diversità» del mercato del lavoro rispetto ad altri mercati. Lo stesso Solow, infatti, lo ha definito un’istituzione sociale. Detto da un economista è una grande concessione.

Hai scritto che le ricette propugnate da chi consiglia di cancellare lo Statuto dei lavoratori poggiano su una serie di relazioni di causa ed effetto che raramente vengono dimostrate: la flessibilità dei contratti è l’unica causa dell’aumento dell’occupazione; i bassi salari dei giovani si spiegano per l’ipertutela (si legga art. 18) dei lavoratori stabilmente inseriti nel mercato del lavoro (gli insider sarebbero la causa delle difficoltà degli outsider); i bassi salari generalizzati dipendono dalla dinamica fiacca della produttività del lavoro; l’indebolimento (o l’abolizione) del contratto nazionale di lavoro è l’unica via possibile all’aumento salariale. Quali sono invece i temi su cui vale la pena concentrarsi?

Credo che oggi il dibattito sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sia largamente superato dalla crisi economica e dalle trasformazioni della forza lavoro che ormai è largamente fuori (soprattutto per quanto riguarda i nuovi assunti) dalla tutela forte dell’articolo 18. Oggi il tema è il rapporto tra contratto nazionale e contrattazione decentrata e la costruzione di un nuovo «compromesso» tra impresa e lavoro, dal quale l’attore pubblico, cioè la politica, non può chiamarsi fuori. Da un punto di vista metodologico, tuttavia, mi sento di poter dire che l’analisi che gli economisti propongono alla politica è spesso viziata da un dato: le relazioni che i modelli economici stabiliscono tra differenti variabili nulla ci dicono sul nesso di causa ed effetto tra le stesse. Come è noto i modelli econometrici oggi dominanti quasi sempre si limitano a indicare delle correlazioni ma non rispondono alla domanda su what causes what. Gli economisti intellettualmente onesti ne sono perfettamente consapevoli e dovrebbero opporsi alle tentazioni della politica di costruire i nessi di causazione nel modo che fa più comodo ad una parte o all’altra dello schieramento.

Nelle tue pubblicazioni scientifiche emerge l’esigenza di comprendere le caratteristiche salienti dei nuovi modelli economici individuabili dopo la crisi del fordismo. Oggi sei assessore al Lavoro di una città come Milano teatro di una trasformazione economica e sociale imponente caratterizzata da un’esplosione rilevante delle attività legate al terziario insieme ad una diffusione sconcertante della precarietà non solo giovanile. Hai dichiarato che valuterai l’introduzione di ammortizzatori sociali su base metropolitana necessari a contrastare le fasi negative del ciclo economico che si scaricano sui lavoratori più deboli. Sei stata subito attaccata: l’ex assessore Maurizio Beretta ha dichiarato che si tratta di proclami e che «si sa che misure del genere creano assistenzialismo e favoriscono il lavoro nero». Non che non abbia fiducia nella cultura economica dell’ex assessore, ma vorrei avere il tuo punto di vista da scienziata sociale che, per definizione, non ricorre al «si sa» o al «si dice».

Consentimi una notazione preliminare. Non sono solo assessore alle Politiche del lavoro ma anche allo Sviluppo economico, all’Università e alla Ricerca. Da subito ho proposto un’interpretazione unitaria delle deleghe: le politiche del lavoro devono essere inserite nel quadro di un ragionamento unitario che parte dall’intervento in materia di università e di ricerca come motore per lo sviluppo economico. Non esistono infatti politiche del lavoro buone per ogni contesto produttivo. Milano è una città eminentemente terziaria, con una forte presenza di lavoratori cognitivi inquadrati in forme contrattuali assai differenti. A livello di amministrazione comunale, non potendo intervenire sugli aspetti legislativi, è necessario fornire infrastrutture al mercato del lavoro metropolitano con strumenti che agevolino le transizioni da posizioni lavorative, offrano possibilità di formazione in anticipo sui cambiamenti, consentano ai lavoratori di gestire in maniera dignitosa i periodi di intermittenza lavorativa. Così si spiega la proposta di un salario di intermittenza, la cui formulazione sto affidando ad una commissione composta da studiosi di differenti orientamenti, tecnici del mio assessorato e parti sociali. Sono stata subito attaccata non solo dalla precedente giunta (mi tacciano di «assistenzialismo» e sinceramente non mi pare il peggiore degli insulti) ma anche da economisti del calibro dell’ex ministro Antonio Martino, che vanta di essere stato allievo di Milton Friedman. Eppure nel 1995 in Capitalism and Freedom fu proprio Friedman a proporre un'imposta negativa volta a sostenere un reddito minimo garantito. Non è questa la sede per ripercorrere un dibattito assai ricco che ha coinvolto anche pensatori liberali (rinvio a www.bin-italia.org o alle ricerche pubblicate su Basic Income Studies). Nel mio piccolo vorrei semplicemente costruire una misura sperimentale, di durata circoscritta e finanziamento certo, che possa essere poi sottoposa a una seria valutazione degli effetti prodotti. Troppo spesso gli amministratori non sono interessati a valutare ex post le policies implementate. Vorrei essere in controtendenza anche su questo.

 

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